PARI E DIFFERENTI

Neutro: l’omologazione imposta fa male

Simonetta Robiony
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Fin dal 13 febbraio, nella grande manifestazione in nome della dignità femminile, ci eravamo rivolte anche agli uomini amici delle donne. E’ la prima volta nella storia dell’umanità, infatti, che maschile e femminile sono in discussione ed è arrivato il momento di farla insieme questa discussione. E’ per questo che noi di Libere abbiamo deciso di aprire il nostro gruppo, nato come interamente femminile, direttamente agli uomini. Le leggi che impongono o sollecitano la parità non bastano perché quello che si ottiene può essere una parità formale. E’ una falsa affermazione dire: “Oggi voi donne avete la parità: concorrete e potrete vincere”. Falsa perché noi non siamo uguali ai maschi. Come è una falsa affermazione dire: “Voi donne siete diverse da noi ma ugualmente necessarie e con gli stessi diritti: siete complementari”. Falsa perché noi non siamo complementari. Siamo differenti. E ce lo hanno insegnato anni di femminismo, pratico e teorico.

Allora? Allora occorre che questa differenza, anzi queste differenze, quella femminile e quella maschile, si conoscano, si confrontino, si comprendano, si integrino in un cammino comune, unica via possibile per una vita quotidiana più felice, una crescita economica più equilibrata, una società più equa. Noi donne potremmo imparare dagli uomini a concentrarci su un obiettivo preciso: gli uomini, in un tempo lontano cacciatori, non tornavano alla loro capanna senza aver prima catturato la preda e questo atteggiamento lo hanno poi conservato nei secoli usandolo, con gran profitto, nel lavoro e nella costruzione della carriera. Gli uomini, invece, potrebbero imparare da noi donne la flessibilità che ci permette di essere madri, mogli, lavoratrici, domestiche, infermiere: le donne, infatti, sempre in quei tempi assai lontani, non soltanto mettevano al mondo figli necessari come forza lavoro, ma lavorano le pelli degli animali masticandole per renderle morbide, cucivano abiti, intrecciavano ceste, assistevano i malati e molte, molte altre cose ancora, sviluppando quella adattabilità alle circostanze tanto preziosa in una società post-moderna. Dovremmo scambiarcele queste esperienze ancestrali.

Ma il futuro, sostengono alcuni, sarebbe creare un individuo neutro: né maschio, né femmina, una cosa intermedia che ci priverebbe della reciproca attrazione e quindi del desiderio di riprodurci. Noi, però, non vogliamo arrivare al neutro perché il neutro è una astrazione che nega il corpo: il dato biologico e quello psichico. Il neutro, tuttora, non riguarda la maggior parte di noi. Anche oggi che giustamente vengono sempre più rivendicati i diritti delle minoranze, dagli omosessuali, agli infertili, dai rappresentanti di fedi religiose minoritarie, a quelli di gruppi etnici costretti a migrare. La vittoria del neutro può sembrare una vittoria democratica. Non è così. L’omologazione imposta fa male. Rappresenterebbe la fine della bellezza dell’umanità dove ognuno di noi, grazie al mescolamento dei geni, all’influenza dell’educazione, alle scelte etiche, politiche, di lavoro e di vita, resta e deve restare unico.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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