INTERVISTE

CORRADO AUGIAS: donne cavie della scienza moderna

Simonetta Robiony
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Corrado Augias, giornalista, scrittore, conduttore di programmi televisivi culturali, nel suo ultimo romanzo, “Il lato oscuro del cuore”, edito da Einaudi, dietro l’apparenza del noir, finisce per condurre un’indagine storico-filosofica, e non solo, sulla sottomissione femminile e sull’isteria. Gli abbiamo chiesto di spiegare il motivo di questo suo interesse e le conclusioni a cui è giunto…

“Il romanzo è ambientato ai primi del Novecento e si svolge in parte a Roma in parte a Vienna e dintorni. La protagonista è una psicologa che sta studiando il salto vertiginoso compiuto dalla medicina che, proprio in quel periodo, è passata dall’indagine sul corpo a quella della mente. Ed è questo passaggio che mi interessava e che ho esaminato con cura”.

Cosa l’ha colpita di più?

“Direi che ho fatto due considerazioni. Una riguarda Freud, il padre della psicoanalisi. Confrontando il racconto che Freud fa del così detto caso di Anna O. con il romanzo “La signorina Else” di Schnitzler mi sono accorto di quanto sia più sottile, perspicace, raffinata la descrizione dell’animo femminile che fa Schnitzler rispetto a quella assai più rozza di Freud. In altre parole che, a volte, la letteratura, arriva dove la scienza non sa arrivare, addirittura, in certi casi, anticipandola”.

E l’altra considerazione qual’é ?

“Mi ha impressionato il rapporto singolare che all’epoca ha legato alcune donne malate di isteria e il celebre medico Charcot, considerato il padre della neurologia, che a Parigi, aveva trasformato le sue lezioni alla Salpetriére in avvenimenti mondani cui accorreva tutto il bel mondo. Charcot era convinto che l’isteria, da lui distinta dall’epilessia, fosse una degenerazione ereditaria del sistema nervoso, cosa che poi Freud riuscì a smentire. Ma è curioso che i primi studi sui disturbi della mente siano stati fatti da medici uomini su pazienti donne. Tramite l’ipnosi, un metodo iniziato da Mesner e portato avanti soprattutto da Bernheim, queste poverette sembravano essere espropriate della loro volontà e i loro corpi esposti a qualunque occhio indagatore durante le fasi della crisi. Successivamente l’isteria è stata poi considerata una malattia legata alla frustrazione sessuale, tesi che Freud estese a moltissimi altri disagi psichici. Le isteriche di Charcot erano, per i medici che se ne occupavano, il veicolo privilegiato per penetrare la mente umana, in un chiaro parallelo tra la penetrazione scientifica e quella sessuale. Un parallelo di cui non erano consapevoli, ovviamente”.

La sottomissione femminile cosa c’entra con tutto questo?

“Le isteriche si offrivano a Charcot perché le curasse. Diventavano volontariamente oggetti clinici. Si sottoponevano a umiliazioni oggi impensabili. Mi ha colpito l’idea che la scienza moderna, quella che lega indissolubilmente il corpo alla mente, abbia usato per costruirsi proprio la donna, una ulteriore dimostrazione di quanto sia stato lungo e complesso il cammino femminile verso l’emancipazione. Il corpo della donna fu usato, allora, alla stregua di quel che si fa oggi con gli animali per testare nuovi farmaci”.

Oggi l’isteria è scomparsa, però…

“L’isteria, parola che deriva da utero, in quell’epoca era molto diffusa. Credo perché con quel termine venivano classificati diversi disturbi femminili”.

Era anche un momento storico di forte repressione sessuale, quello…

“Certamente. Non solo alle donne in quel periodo veniva negata ogni espressione della loro sessualità, ma gli stessi abiti costringevano il loro corpo fino a quasi soffocarle. Il vitino di vespa che vediamo in tante foto e quadri di allora, si otteneva con una compressione del busto ai limiti della tortura. Gli svenimenti femminili erano frequenti. E’ lungo e tortuoso il cammino compiuto dalla psicologia per arrivare alla terapia della parola. L’ho capito occupandomi di questo argomento. In principio volevo scrivere un saggio, poi mi sono reso conto che un romanzo di pura invenzione sarebbe stato più efficace”.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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