INTERVISTE

RULA JEBREAL: contro i fondamentalismi il dialogo fra le donne

Simonetta Robiony
Scritto da

Rula Jebreal, cittadina italiana nata a Gerusalemme est in una famiglia di etnia palestinese, è tra i giornalisti televisivi che provengono dal nord africa certamente il volto e il nome più noto. Bella e determinata dopo anni di collaborazioni a quotidiani italiani, ha lavorato a lungo per la 7 e per la Rai, diventando molto popolare con Santoro. Il suo impegno costante è per i profughi, gli immigrati, i rifugiati in qualsiasi parte del mondo. Ha vinto premi e ha scritto libri. Il più famoso è “La strada dei fiori di Miral” da cui è stato tratto un film. E’ musulmana, vive con un compagno di fede ebraica e ha una figlia di religione cattolica. Adesso lavora a New York dove collabora con svariate testate tra cui la CNN e il New York Times.

 

Cosa possono fare le donne del nostro occidente per fermare il fondamentalismo islamico?

“Molte donne occidentali sono finalmente arrivate nelle istituzioni e molte sono nei mezzi di comunicazione di massa. Proprio perché in prima linea tocca a loro combattere l’estremismo, evitare infiltrazioni, battersi contro ogni forma di radicalizzazione alleandosi con le comunità islamiche presenti qui, in occidente. E rivolgendosi in specil modo alle donne che sono madri e temono ogni forma di indottrinamento violento per i loro figli. L’intolleranza non paga. Le generalizzazioni meno ancora. Le donne, più degli uomini, perché arrivate al potere da poco possono guardare con maggiore obiettività ciò che sta accadendo e tentare una pacificazione intelligente”.

I fondamentalisti dicono di agire in nome di Allah, ma questa a lei appare più una lotta politica che religiosa: quali sono allora, se ci sono, le colpe dell’occidente?

“E’ inutile partire dallo sfaldamento dell’impero turco e dalla fine della prima guerra mondiale. E non parlerei di colpe ma di responsabilità. Pensiamo all’oggi. Oggi la responsabilità maggiore, secondo me, ce l’hanno gli intellettuali: docenti universitari, saggisti, scrittori e soprattutto giornalisti. Tocca a loro comunicare come è fatto l’islam. Non siamo tutti uguali. Non ci sono solo i sunniti e gli sciiti. Non dobbiamo avere paura della diversità. La cultura di genere ce l’ha insegnato. Le donne sono diverse dagli uomini, ma non per questo devono essere escluse dalla società. Certo , ci sono anche altre responsabilità. L’America dopo l’11 settembre ha portato la guerra in sette paesi a cominciare dall’Afghanistan. E’ servito a qualcosa? Non mi pare. Al Qaeda vuole dividere: islamici da islamici, immigrati da nativi. Dobbiamo opporci. E smettere di essere ipocriti”.

In che senso?

“Forse dobbiamo alzare la voce con l’Arabia saudita, alleato dell’occidente che però finanzia la jihad. Controllare i mercanti di armi che noi occidentali fabbrichiamo e vendiamo ai fondamentalisti. Bombardare a che è servito? Si sono moltiplicate le sigle che raggruppano i guerriglieri ma soprattutto è cresciuto il loro numero. La politica reazionaria provoca soltanto odio e terrore. Gli Stati Uniti lo stanno cominciando a capire e hanno iniziato a praticare una politica inclusiva. Si vede dalle loro trasmissioni televisive e dagli interventi sui giornali. In Italia no. A “Ballarò”, l’altra sera, ancora si parlava di guerra di religione. Una indecenza. I toni drammatizzanti servono soltanto ad alzare gli ascolti”.

Per i paesi islamici la Tunisia può essere un esempio?

“La Tunisia ha avuto a lungo un governo socialista che ha messo in primo piano l’istruzione e la scuola. E i risultati si sono visti. E’ un paese islamico e democratico. Ma non è l’unico. Un islam pacifico c’è in Turchia, anche se Erdogan si appoggia di più all’Islam, c’è in Malesia, c’è in Indonesia. Islam e democrazia non sono per natura inconciliabili. Occorre confrontarsi con culture diverse. I leader migliori dei paesi islamici sono quelli che sono andati a studiare all’estero e poi sono tornati a casa loro”.

Anche Assad però ha studiato all’estero e poi è tornato in Siria.

“Ma Assad è una altra cosa. E’ un alawita che governa un paese a maggioranza sunnita. E comunque in Gran Betagna c’è andato dopo la laurea in medicina. Tardi”.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

Commenta

Questo Sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza. Proseguendo nella navigazione acconsentirai al loro utilizzo. Scopri di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi