PARI E DIFFERENTI

Pari ma non uguali

Annamaria Riviello
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Ospiti di Lilli Gruber in una puntata di qualche giorno fa di Otto e mezzo, il sociologo Domenico De Masi e la giornalista e scrittrice Irene Bignardi si sono interrogati su un tema di grande interesse: la presenza di tante donne nei luoghi del potere, non solo politico, ne cambierà in qualche modo la natura e soprattutto cambierà mai la società? De Masi ha risposto che finora non l’ha visto ma spera e crede fortemente di si, quando una nuova generazione di donne e di uomini troveranno normale tutto questo. Irene Bignardi ha invece preso le distanze da questa idea sostenendo che quello che conta è l’umanità e che ciascuno darà il suo contributo secondo le sue personali capacità.

Sembra prevalere tra le donne giovani o giovanissime un fastidio a essere intrappolate nel loro genere, come se volessero sentirsi solo “umane”. Posso dire di me, da tempo ormai, sostengo con tante altre che tra donne e uomini vi sia parità. Parità nei luoghi di lavoro, nelle retribuzioni, nelle opportunità, nei luoghi della rappresentanza e del potere. In breve, parità nella società e nella politica. Sta avvenendo, molto lentamente con molte contraddizioni, ma sta avvenendo. Vogliamo quindi essere pari, ma non uguali. Questo rifiuto dell’uguaglianza cos’è? Una cosa dell’altro secolo quando le femministe proposero la differenza come un pensiero inedito per la filosofia e la politica.

Oggi nel XXI secolo non abbiamo bisogno di questo, siamo tutte-i individue-i uguali, fonte di diritti collegati alla società da bisogni e desideri sempre mutevoli. Che cambia allora l’irrompere delle donne nello spazio pubblico? Nulla, ciascuno secondo la sua personalità, la sua formazione potrà dare il suo contributo. Siamo sicure-i di volere questo scenario, siamo sicure-i che la paritaria presenza delle donne nei luoghi di potere non debba cambiare il mondo? E soprattutto, siamo sicure che riconoscere prioritariamente l’appartenenza al genere femminile sia una diminuzione della propria libera umanità? Io penso invece che questo riconoscimento sia il primo passo per essere pienamente umani. Non mi riferisco qui alle nostre virtù familiari, alla capacità di accudimento, all’attenzione alla nuda vita, al grande spazio che siamo solite dare all’amore declinato in tutti i suoi significati. Sarà necessario che queste competenze si declinino per tutta l’umanità.

Mi riferisco al bene più grande, figlio della differenza: il senso del limite. Non ci sono solo gli individui, si può pensare all’idea di Umanità, ma questa si declina sempre in uomini e donne ed è per questo che non si può pensare a ciò che è umano senza un’idea di relazione.  Donne e uomini a nessuno sarà delegata l’onnipotenza. Di qui discende il mutamento. Non più la libertà negli spazi della politica e i corpi a casa. Una persona in carne e ossa che si muove sulla scena pubblica è più consapevole del dolore del mondo. Il significato più profondo della mitezza femminile è questa antica conoscenza delle fragilità dell’infanzia e della vecchiaia, della sofferenza e delle solitudini, nessuna innata bontà ma un bagaglio da immettere nella storia. Libertà e legami, declinarli con saggezza in questo tempo così minaccioso sarà la nuova sfida della nostra civiltà. Il dono che l’Europa dove è nato il pensiero della differenza può consegnare al mondo.

Chi ha scritto questo post

Annamaria Riviello

Annamaria Riviello

Nata nel Sud d’Italia, in Basilicata da cui sono partita per poi sempre tornare, ho avuto modo di vedere e partecipare nella mia ormai lunga vita alle tante conquiste delle donne. Ho insegnato, fatto politica e mi sono anche cimentata nella ricerca e nella scrittura. Ho avuto quattro figli. Sono convinta che una società che sappia accettare la libertà femminile sia una società migliore ma che tocca ancora alle donne far valere la differenza non più separate dagli uomini e dalla società, ma in costante, autorevole e possibile dialogo.

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