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Ci piace davvero il politicamente corretto?

Quasi amici (2011), il film "politicamente scorretto" di Olivier Nakache
Simonetta Robiony
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L’altro giorno, dovendo scrivere, cercavo una parola “politicamente corretta” che non offendesse nessuno. Ho cominciato così a riflettere su questo concetto che ci è arrivato dagli Stati Uniti una ventina di anni fa. Nato per non turbare le minoranze, che in quel paese sono di fatto la maggioranza, si è trasformato in una ossessione parossistica più ridicola che utile. Si è arrivati a Berlusconi che, per non turbare Obama, lo ha definito “molto abbronzato”. Probabilmente questo politicamente corretto è  stupido, ho pensato.

http://www.telegraph.co.uk/news/religion/8787311/BBC-drops-Anno-Domini-and-Before-Christ-to-avoid-offending-non-Christians.html

Noi che lanciammo l’appello Se non ora quando? rivolgendoci alle donne e agli uomini loro amici e che poi siamo diventate “Libere” e abbiamo voluto chiamare questo sito “Che libertà” senza l’esclamativo o l’interrogativo lasciando a ciascuna la scelta, perché dovremmo apprezzare questo politicamente corretto? Si tratta di un concetto che omologa, appiattisce, snatura, rende

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grigio il mondo. Per non ferire qualcuno si finge che non esistano più le differenze. Ma la diversità è il sale della terra: è dalla diversità che è nata la vita.

L’essere umano, ci dice la scienza, s’è formato lentissimamente dall’accoppiamento tra scimmie diverse. E la sensibilità contemporanea su questo tema s’è talmente affinata che la scomparsa di una singola specie animale e perfino di una pianta ci fa disperare. Sono nate banche per conservare i semi di piante in estinzione e si tenta di proteggere tutti gli animali a rischio come si può. E allora? Perché la diversità tra noi ci mette paura? Eppure la scoperta del DNA ha dimostrato che ognuno di noi è diverso dall’altro che ognuno è unico, addirittura che i fratelli non hanno lo stesso DNA: simile ma non identico.

Ma, è cosa di questi giorni,  per non discriminare le coppie omosessuali, ci siamo inventati nella iscrizione a scuola dei nostri figli, la formula Genitore 1 e 2, quando si sa che i bambini avendo meno pregiudizi di noi accettano serenamente situazioni nuove. E non diciamo più disabile a chi lo è ma diversamente abile e non più spazzino a chi dovrebbe tener pulite le nostre strade ma operatore ecologico. E via così.

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La vignetta di Bruno Bozzetto sul Corriere

Non sarebbe più bello e più giusto, in una società veramente libera, accettare che esistono genitori dello stesso sesso e quindi, all’atto dell’iscrizione dei loro bambini, possano dichiarare di essere omosessuali? Essere diversi non dovrebbe significare mai più essere inferiori. Il povero è povero non un “incapiente”, ma il suo essere povero non dovrebbe esser vissuto né da lui né dagli altri come una colpa. Cambiargli nome comunque non lo arricchisce. L’ipocrisia mi pare il contrario della libertà.

Il linguaggio che svolge un’immensa funzione nella nostra formazione culturale ha un suo peso. Un peso che noi donne non ignoriamo. Non a caso insistiamo perché un ministro donna sia chiamato “ministra”. Del resto il movimento femminista degli anni Settanta, pur ribadendo di volere parità di diritti con gli uomini, ha sottolineato con forza che questi diritti li vogliamo rispettando la nostra diversità che oggi nessuno più ci nega. Agli occhi di chi insegue il politicamente corretto anche questo nostro voler essere uguali ai maschi ma diverse in quanto femmine sarebbe un errore? Chissà.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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