FEMMINISMO

ADRIANA CAVARERO: libera maternità, sotto scacco la nozione di soggetto sovrano

Serena Sapegno
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Come dimostra un immaginario millenario, che è oggi urgente rivisitare, il potenziale simbolico della figura della maternità sta in primo luogo nella relazione fra madre e infante. Si tratta di una relazione di dipendenza che tiene sotto scacco la nozione moderna del soggetto autonomo e autosufficiente e, perciò, mette in crisi la categoria stessa di libertà che pertiene a questo soggetto.

Adriana Cavarero insegna filosofia politica all’Università di Verona. E’ una delle filosofe femministe italiane più influenti in Italia e all’estero. Autrice di libri importanti (Nonostante Platone, 1990; Corpo in figure, 1995; Tu che mi guardi, tu che mi racconti, 1997; Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme, 2007; Inclinazioni. Critica della rettitudine, 2013) ha dato una interpretazione originale della filosofia della differenza sessuale.

Adriana Cavarero, ti chiederei semplicemente di dirmi che pensi dell’articolo di Cristina Comencini?

Condivido gran parte delle sue riflessioni su libertà e maternità ma ne intravvedo un limite. Il suo ragionamento ha come sfondo la coppia tradizionale: madre e padre, moglie e marito. C’è stato un tempo in cui, nel linguaggio ordinario, in Italia, si parlava di “ragazze madri”, espressione che intendeva segnalare la colpevole anomalia di una (giovane) donna che aveva un bambino senza avere un marito o, per lo meno, un compagno. Rivista oggi, l’espressione suona un po’ desueta e quasi ridicola, a partire dal fatto empirico che, fra coloro che scelgono oggi di diventare madri, poche sono le ragazze e molte invece le donne mature. Certo, come la storia del femminismo ci ha insegnato, un modo elementare di coniugare libertà e maternità sta proprio nella pratica ormai diffusa di questo poter scegliere: il nesso donna incinta e procreazione obbligatoria si è spezzato. Ma occorre prendere atto che, non a caso, si è spezzata anche la normatività sociale della coppia. Spesso il padre è assente dalla scena non perché si sia sottratto disonorevolmente al suo dovere ma perché è stato preventivamente calcolato come superfluo o ingombrante.

Cosa ne pensi dunque del nesso libertà e maternità?

La libertà è sempre una faccenda multivoca e complicata, strutturalmente immersa nella fenomenologia storica e culturale che la condiziona; e la maternità, come potenza di generare riservata alle donne, è sempre stata percepita, sin dall’epoca antica, come un fenomeno inquietante. Il che non significa ovviamente che l’autentica libertà del divenire madre abbia il suo massimo splendore ‘fuori’ e ‘a spese’ della coppia, ma significa per lo meno che il cerchio di luce di tale libertà, oggi più che nel passato, si estende sino ad oscurare la presenza del padre. La maternità incorniciata dalla figura tradizionale della coppia – sia pure la coppia ideale, comprensiva di un padre presente e responsabile – evoca del resto un paradigma eterosessuale che suscita varie e motivate critiche da parte delle madri lesbiche. Ripensare il binomio libertà-maternità all’altezza del presente, è un esercizio che deve innanzitutto sapersi misurare con i suoi punti di crisi per renderne appieno la dirompenza.

E sul piano simbolico? In che modo maternità e libertà si possono coniugare?

Come dimostra un immaginario millenario, che è oggi urgente rivisitare, il potenziale simbolico della figura della maternità sta in primo luogo nella relazione fra madre e infante. Si tratta di una relazione di dipendenza – complessa, precaria e squilibrata – che tiene sotto scacco la nozione moderna del soggetto autonomo e autosufficiente e, perciò, mette in crisi la categoria stessa di libertà che pertiene a questo soggetto. In un lavoro recente, destrutturando lo stereotipo oblativo della maternità mediante la sua estremizzazione, ho proposto di ripensare la soggettività femminile in termini di ‘inclinazione’, contrapponendola alla ‘verticalità’ che caratterizza invece il soggetto autonomo dell’ontologia individualista. Se riletta in termini geometrici o, se si vuole, posturali, la cosiddetta inclinazione materna è sostanzialmente un’inclinazione strutturale sull’altro che disegna una relazione impari, contrassegnata da esposizione e dipendenza.

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“Hannah Arendt” (2014), film di Margarethe von Trotta.

E cosa ne è del concetto di libertà?

Secondo me, il concetto di libertà va riformulato a partire da questa scena di dipendenze multiple che non sono riconducibili ad una semplice e rassicurante reciprocità. Detto altrimenti, la soggettività relazionale – tema molto caro al femminismo! – non può consistere in un rapporto fra individui autonomi e verticali, bensì comporta una dipendenza sbilanciata e sbilanciante ab origine che nega il soggetto sovrano. Piuttosto che consentire alle donne di agire come un soggetto autonomo e sovrano, la libera maternità svela reti di dipendenze originarie che sono costitutive della condizione umana. Hannah Arendt ha proposto di ripensare la condizione umana a partire dalla categoria di natalità, noi possiamo provare a ripensarla a partire dalla maternità.

Chi ha scritto questo post

Serena Sapegno

Serena Sapegno

A Roma sono nata, ho studiato e incontrato la politica e il femminismo: qui vivo ancora con il mio compagno, il figlio ha appena lasciato casa. Ma anni decisivi per me sono stati quelli passati in Inghilterra, i lunghi periodi in altri paesi come gli USA, le avventure europee. Insegno alla Sapienza Letteratura italiana e Studi di genere e lì, da quindici anni, coordino il Laboratorio di studi femministi. L’amore per la letteratura è sempre stato anche studio sulla formazione della coscienza individuale e culturale. Mi appassiona da sempre costruire imprese con altre donne per cambiare il mondo anche a nostra misura: per questo ero in DiNuovo e in Se non ora quando? e ora andiamo avanti.

2 Comments

  • interessante davvero interessante. a tratti però mi pare un linguaggio difficilmente comprensibile. a tratti le risposte della filosofa mi sembrano difficili “da vedere” nel contesto reale. mi ricordano scritti di femministe che paiono più speculazioni intellettuali che testimonianze di vita ,non risuonano dentro. grazie comunque mi impegnerò a capire meglio

  • Caravero, una scoperta! Non l’ho mai letta, nemmeno quando, negli anni settanta, mi riempivo di letture femministe, probabilmente mi sono persa le migliori. A proposito del suo linguaggio difficile, solo una piccola parte del suo ragionamento mi arriva meno limpido, per il resto è una sfida intellettuale molto eccitante che sprona all’esercizio del concetto di libertà.

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