LUCI ROSSE

Parla con gli alberi

Scena tratta dal film "Talking to the trees" (Parla con gli alberi)
Roberta Trucco
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Questo film dovrebbe circolare nella sale di tutto il mondo e trovare distributori coraggiosi che si facciano carico di iniziare a svelare la trama e l’ordito dietro la prostituzione infantile.

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Un giovane spettatore sul set delle riprese di “Talking to the trees”

Talking to the trees (Parla con gli alberi), è un titolo che da subito risuona dentro: è un film molto bello e intenso. Le immagini restituiscono la bellezza dei paesaggi, quelli della Cambogia, ma anche il paradosso della miseria umana che distrugge quanto di bello ci è stato donato gratuitamente. Il contrasto tra la bellezza dei luoghi, dei riti religiosi, della freschezza della vita che anima i bambini, della loro intelligenza e la brutalità della perversione nascosta dentro ognuno di noi raccontano con profonda delicatezza il mistero della vita e della fatica delle relazioni. Una sceneggiatura magistrale in cui i dialoghi, accompagnati da  immagini sapienti e da una colonna sonora sublime, diventano parole incarnate che graffiano e entrano dentro la pelle.

Il film ha molto a che vedere con il progetto “Riprendiamoci la maternità” proposto da Se non ora quando – Libere. Si apre con la protagonista che parla al figlio che verrà, in una sorta di diario intimo interpsichico. È questo figlio – “progetto” che la porterà a scoprire prima la sua e la nostra  miseria e poi a compiere una impresa impensata, che si rivelerà salvifica per le bambine ma anche per se stessa.

La storia narra di una donna francese che annoiata dalla sua vita e dal suo lavoro, vola in Cambogia per raggiungere il marito con il desidero di fare finalmente un  figlio: scopre che l’uomo è cliente abituale di un bordello dove i bambini e le bambine sono costretti a prostituirsi. La donna inizierà una fuga nella foresta per salvare alcune di queste bambine e anche se stessa.

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Il cast di “Talking to the trees”. In abito blu, Ilaria Borrelli, attrice e regista del film. (Clicca per ingrandire)

Questo film,  che oggi non è ancora arrivato nelle sale italiane (in Francia è uscito in 150 sale e ha avuto due proiezioni alle Nazioni Unite a Ginevra e una a Bruxelles al Parlamento) merita la nostra attenzione; dovrebbe circolare nella sale di tutto il mondo e trovare distributori coraggiosi che si facciano carico di iniziare a svelare la trama e l’ordito dietro la prostituzione infantile: i numeri  sono spaventosi, si parla di 40 milioni di bambini schiavi del sesso, della forma di schiavismo più terribile della storia dell’umanità, il cui uso e consumo è per la maggior parte di uomini  provenienti dalle democrazie illuminate, le democrazie che proclamano fedeltà totale ai diritti fondamentali dell’uomo.

Si tratta di una storia che chiama in causa tutti e tutte senza grandi giri di parole, che invoca la nostra responsabilità singola – la nostra capacità di dare una risposta abile.  La sua forza sta nel desiderio della maternità, un desiderio non solo biologico, non un destino ma un desiderio in potenza che anche se resta tale ha il potere di rigenerare la forza della vita.“Riprendiamoci la maternità” in fondo è questo, è riappropriarsi del  desiderio di maternità, quello nascosto nelle nostre viscere, un desiderio che non per forza deve essere  appagato, non un diritto, al contrario una mancanza capace di condurre  alla scoperta di sé.

Alla fine del film la protagonista dice al figlio non concepito: “Caro Teo, da queste parti credono che i bambini  scelgano i loro genitori prima di nascere e io lo capisco se non ci hai  scelto. Sono sicura che sei nato in una famiglia molto più sana della nostra. Tutti vogliono essere felici ma se non lo ammettiamo ci attacchiamo solo a ciò che possediamo, ai nostri feticci ai nostri giochi e finiamo per far soffrire gli altri. Negli occhi di questi bambini vedo i tuoi tutti i giorni e ti ringrazio per non avermi scelto come madre. Mi hai salvata”. Siamo anche genitori di questi 40 milioni di bambini e non possiamo sottrarci alla responsabilità di essere stati scelti da loro.

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Chi ha scritto questo post

Roberta Trucco

Roberta Trucco

Classe 1966, genovese doc (nel senso di cittadina innamorata della sua città), felicemente sposata e madre di quattro figli. Laureata in lettere e filosofia. Da sempre ritengo che il lavoro di cura non si limiti all'ambito domestico, ma debba investire il discorso politico sulla città. Per questo sono impegnata in un percorso di ricerca personale e d’impegno civico, in particolare sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini. Amo l'arte, il cinema, il teatro e ogni tipo di lettura. Da alcuni anni dipingo con passione, totalmente autodidatta. Intendo contribuire alla svolta epocale che stiamo vivendo con la mia creatività unita a quelle delle altre straordinarie donne incontrate nella splendida piazza del 13 febbraio 2011 di Se non ora quando. Credente, definita dentro la comunità una simpatica eretica, e convinta "che niente succede per caso."

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