NO ALL'UTERO IN AFFITTO

Basta tacere sull’utero in affitto

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Perché noi donne non possiamo dire che il nostro corpo non è un dispositivo?
Perché non possiamo dire che la gestazione comporta un legame?
Perché noi donne dobbiamo difenderci se diciamo che l’utero non è in vendita, in affitto o in prestito?

Diamo un nome alle cose: Surrogacy è un eufemismo.

È una parola che nasconde, quasi imbelletta, il significato: l’uso dell’utero, dietro compenso di denaro o in forma di “donazione”, per produrre bambini.
Ma è del nostro corpo che si parla: si tratta di noi. E non solo di noi.
Stiamo parlando della relazione tra il corpo delle donne e la vita.
Una relazione che per millenni è stata solo un destino e che non è ancora diventata scelta di libertà: la maternità.
In questa età di mezzo, l’utero diventa l’oggetto privilegiato del marketing dei desideri.
Con le migliori intenzioni, ovviamente. Per chi può permetterselo, ovviamente.
La generazione umana non dovrebbe essere soggetta alle leggi del mercato.
E certamente non passa per l’alienazione di sé: i figli non si “costruiscono” per conto terzi e non si donano.

I figli non sono strenne natalizie.
Non stiamo parlando di omogenitorialità, di adozioni, di amore.

Siamo a qualcosa di primordiale.
La nostra non è una piccola polemica: mettiamo sul tappeto un tema epocale. Parliamo della riproduzione umana nell’era della sua riproducibilità tecnica.
Un tema che chiama scandalosamente in causa il corpo delle donne, il legame gestazionale tra due corpi in un processo che dall’infinitesimale conduce alla nascita.
Dall’altra parte ci sono i diritti reclamati alla carta: c’è, soprattutto, la confusione tra diritti e desideri.

I figli non sono un diritto.
E come nessuna donna mai si prostituisce liberamente, così mai nessuna donna “offre” liberamente il proprio corpo per ospitare una nascita dalla quale si alienerà, per contratto, anche in forma di un gentleman’s agreement.
Certo, tutto dipende da che idea abbiamo di libertà. Del rapporto tra corpo e identità.
Su tutto incombe, come un’ombra nera, il Cittadino Neutro Universale che tutto può, tutto vuole e tutto compra; che presume perfino di far entrare nel Diritto la compravendita della gestazione.
Una banalità maligna nascosta nei vari agenti (medici, avvocati, agenzie specializzate) toglie il peso della responsabilità di quello che si compie sul corpo di una donna.
Lo diceva bene Aldo Busi nella sua furiosa, e del tutto incompresa, polemica con Elton John.

Il risvolto della questione è un paradosso.
Perché noi donne non possiamo dire che il nostro corpo non è un dispositivo?
Perché non possiamo dire che la gestazione comporta un legame?
Perché noi donne dobbiamo difenderci se diciamo che l’utero non è in vendita, in affitto o in prestito?
“L’utero è mio e lo gestisco io” non era una formula per aprire una partita IVA.
Diceva, semmai, che il desiderio sessuale non corrispondeva esattamente al luogo della maternità.
La nostra allora fu una parola di libertà. Non una parola di servitù, pagata o gratuita.
Si può essere subalterne anche senza compenso.
Perché le donne non possono dire che l’utero non è né in vendita né gratis?
In questa domanda c’è il senso della libertà delle donne. E dell’idea che l’umanità ha di se stessa.
Quello che forse bisogna comprendere, in questo caso, è che affermare la libertà significa affermare un limite, nelle relazioni, nei corpi, nelle identità.
E questo, sì, è veramente rivoluzionario.

Aderiamo perciò convintamente all’appello www.stopsurrogacynow.com e all’invito fissato da Sylviane Agacinski per il 2 febbraio 2016 a Parigi

Chi ha scritto questo post

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Siamo donne diverse per età, vita professionale e storie politiche. Molte di noi hanno fondato il grande movimento nato il 13 febbraio 2011 da un appello che si concludeva con le parole Se Non Ora Quando? Che libertà è il luogo dal quale lanciare alla società, alla politica e alla cultura la nostra nuova proposta: RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ!

2 Comments

  • Care tutte,
    ho letto con molto piacere alcuni tra gli articoli che avete pubblicato sulla maternità, e in ultimo questo, sull’utero in affitto.
    Mi dispiace di non cogliere nel testo un tentativo diretto di mettersi nei panni della donna che sceglie di usare il proprio utero per guadagnare, molto spesso proprio per campare. C’è un brevissimo cenno al “chi se lo può permettere” e pochissimo della povertà profonda, materiale e culturale, che accompagna la gran parte di queste scelte.
    Nell’atto di vendita c’è una donna che decide di farlo, a volte suo malgrado e forse a volte no, e non tutte sono inabili a comprendere il gesto (così sembra dalla frase “Una banalità maligna nascosta nei vari agenti (medici, avvocati, agenzie specializzate) toglie il peso della responsabilità di quello che si compie sul corpo di una donna).
    E’ assolutamente giusto parlare dell’utero in affitto, ma forse dovremmo chiederci 1. se quel gesto è un atto di libertà (e se non lo è, cos’è che porta la donna, che non è inerme, ma limitata nella sua libertà, a farlo); 2. se quella donna sente il legame con la vita che fa crescere. Non sono sicura che tutte le donne abbiano una visione della maternità come atto creativo, come momento in cui si stabilisce un legame letteralmente viscerale con un’altra vita.

    Su tutto il resto siamo d’accordo: è un mercato crudele, che fa un quantitativo impensabile di soldi su scelte nate nella stragrande maggioranza dei casi da una mancanza di libertà.

    Forse è l’eterna diatriba tra “prima il genere” e “prima la classe”?

    Francesca

    • Cara Francesca, le tue parole mi hanno fatto venire in mente l’articolo su Internazionale di Chiara Lalli che tratta, fra l’altro, del concetto di “volontarietà” del gesto (http://www.internazionale.it/opinione/chiara-lalli/2015/11/10/maternita-surrogata-donne).
      Il punto, a mio avviso, rimane però un altro: la maternità surrogata comporta, sia in un contesto volontaristico sia nel peggiore contesto dello scambio commerciale, l’utilizzo dell’utero della donna quale mezzo.
      Questo aspetto è inscindibile dalla pratica della maternità surrogata, è il suo assunto teorico. Il mio rifiuto della riduzione della donna e, ovviamente, di qualsiasi essere umano a mezzo mi fa dire “no alla maternità surrogata” in qualsiasi forma.
      Annalisa

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