Storie

Un figlio a quarant’anni

Karen Pruccoli, creatrice del marchio Fantastika
Simonetta Robiony
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Mi ero licenziata e avevo il denaro della liquidazione. Non avevo appoggi familiari perché i miei genitori erano morti. Ma in testa avevo il mio progetto e volevo che con me lavorassero solo donne perché senza la libertà economica le donne non possono uscire da situazioni difficili, oppressive, umilianti come quella che io avevo appena vissuto.

 

Ha una piccola azienda che si chiama Fantastika di prodotti estetici naturali, testati e controllati con accuratezza nel suo laboratorio di Bologna, ha centinaia  di collaboratrici donne che in tutta Italia diffondono, casa per casa e caso per caso, i suoi prodotti, ha realizzato questo successo imprenditoriale in meno di cinque anni, ha un figlio di sei anni messo al mondo senza un compagno, vive a San Marino dove è nata e dove è tornata dopo aver seguito per un lungo periodo i genitori trasferitisi negli Stati Uniti. Si chiama Karen Pruccoli. È un esempio di donna che ha provato a farcela e ce l’ha fatta mettendo insieme famiglia e lavoro, capacità manageriali e interesse per l’ecologia, disperazione e testardaggine. Questa è la sua storia.

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Karen Pruccoli, imprenditrice a capo dell’azienda di cosmetici naturali Fantastika

Come è cominciata la sua avventura?

“A quarant’anni mi sono accorta di aspettare un figlio dall’uomo con cui avevo da poco chiuso ogni rapporto e  ho deciso che quel bambino lo volevo comunque. Avevo un ottimo lavoro come responsabile marketing e pubblicità in una grande azienda: potevo permettermelo. Non avevo calcolato, però, la reazione dei miei capi alla notizia che ero incinta”.

Cosa è successo?

“Qualcuno informalmente è arrivato perfino a propormi di abortire: di fronte al mio rifiuto sono partite azioni di mobbing sempre più violente. Quando, dopo il parto, ho ripreso a lavorare ho scoperto che il mio ruolo l’aveva preso un ragazzo di vent’anni e che da quel momento avrei dovuto far riferimento a lui perché, mi hanno spiegato, una donna che ha un figlio è come se ricominciasse tutto da capo. La mia brillante carriera da manager era stata cancellata”.

Allora?

“A quel punto ho deciso che, se proprio dovevo ricominciare, l’avrei fatto da sola come imprenditrice. Ma non mi era chiaro cosa avrei potuto fare. In quel periodo mio figlio, ancora molto piccolo, è stato colpito da una dermatite per cui sono andata in farmacia e ho comprato una crema che avrebbe dovuto esser fatta solo con prodotti naturali. Leggendo gli ingredienti ho scoperto che non era così. Da consumatrice avvertita ho iniziato a informarmi e a studiare il mondo delle creme. Possibile che la maggioranza non rispondessero alle promesse vantate? Possibile che non si potesse fare nella cosmetica un prodotto che rispondesse all’etica commerciale? Che si presentasse con una etichetta trasparente, onesta, corrispondente agli ingredienti con cui era preparato? Ero stupefatta. Mi sono messa a studiare un po’ di chimica e a fare ricerche. Poi un’amica mi dato una illuminazione: “Falla tu, la crema giusta”, mi ha detto. Le ho creduto”.

Schermata 2015-11-24 alle 17.16.22Mica poteva farlo nella sua cucina, però. Serviva una azienda…

Mi ero licenziata e avevo il denaro della liquidazione. Non avevo appoggi familiari perché i miei genitori erano morti. Ma in testa avevo il mio progetto. Volevo fare prodotti naturali e derma-compatibili, adatti a pelli diverse, anche le più sensibili come è la mia pelle, chiara e piena di lentiggini . E volevo che con me lavorassero solo donne perché senza la libertà economica le donne non possono uscire da situazioni difficili, oppressive, umilianti come quella che io avevo appena vissuto”.

Dove l’ha trovata questa azienda?

“A Bologna. E’ una piccola azienda , la Camorak, retta da sue sorelle che l’hanno ereditata dal padre, uno straordinario erborista, uno dei primi a lavorare sui radicali liberi.  Mi sono legata a loro in una partnership fondata sulla stima reciproca. Ho cominciato facendo io stessa le prime vendite porta a porta su una linea di dieci prodotti e non di più per poter crescere senza fretta. Non voglio gareggiare con le multinazionali. Voglio mantenere uno stile familiare alla mia società che tuttora ha la sede a San Marino e il laboratorio a Bologna. So che San Marino gode di pessima fama per le sue banche, ma io sono un’autentica cittadina sanmarinese che ha avuto la fortuna di tornare a casa con la piena padronanza di un inglese imparato negli Stati Uniti, da bambina. Resto a San Marino”.

DV2J8385Come si è allargata fino ad avere centinaia di donne che collaborano con lei?

“Lentamente, con il passaparola, in quattro anni sono arrivata ad avere settecento consulenti cosmetiche preparate da noi con corsi online e con incontri faccia a faccia. Questo è un lavoro molto adatto alle donne che devono sempre dividere il loro tempo tra mille impegni familiari. Richiede capacità di gestirsi, buone conoscenze, sensibilità individuale. Le nostre consulenti non devono vendere per forza: devono dare risposte corrette ai problemi delle clienti. E devono essere soddisfatte del loro impegno: un forum sempre aperto le aiuta e le sostiene. Le donne amano parlare della loro vita e amano essere  ascoltate. Nel nostro gruppo, dunque, nascono amicizie e affetti, sia tra loro che con noi di  San Marino. L’obiettivo delle mie creme naturali è rendere le donne più sicure di se stesse, capaci di volersi bene e trovarsi belle perché senza la serenità si vive male”.

Da chi è stata aiutata in questo suo percorso?

“Dai servizi pubblici che la mia città offre. San Marino, l’Emilia, il centro-nord hanno una efficiente rete di sostegno per le madri, cosa che non esiste, invece, nel nostro meridione. Mio figlio a sei mesi era al nido. Credo che tante ragazze, oggi, rinviino la nascita di un figlio perchè mancano gli asili nido pubblici, perché gli affitti sono troppo cari, perché se hanno un posto temono di perderlo quando dovessero rimanere incinta. E allora finisce che il tempo giusto per una gravidanza passa e quando si pensar ad avere un bambino la fertilità non c’è più o è molto ridotta. È una frustrazione insostenibile per una donna rendersi conto che non potrà essere più madre. Da qui il ricorso alle cure mediche, alla  fecondazione in vitro, perfino, in alcuni casi, alla maternità surrogata. Ma sono storie rarissime e drammatiche, ben diverse da quello che ho letto sulle attrici di Hollywood: pare che alcune di loro si facciano fare un bambino su ordinazione per non sciupare il corpo o non perdere un film”.

Nella società contemporanea c’è anche l’idea che la gioventù non abbia mai fine.

“Mah. Può darsi. Le nostre ragazze forse vivono questa illusione. Credo, però, che in Italia ci sia un ulteriore problema: uomini poco collaborativi, compagni troppo tradizionali, maschi ancora convinti che ad occuparsi di un bambino debba essere solo la madre. Finchè non si afferma il concetto diffuso in gran parte d’Europa che, fin dal principio, i genitori sono due, temo che in Italia continueremo a registrare poche nascite”.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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