INTERVISTE NO ALL'UTERO IN AFFITTO

Monica Toraldo di Francia: dico no all’utero in affitto

Simonetta Robiony
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Monica Toraldo di Francia è filosofa morale e membro del Comitato nazionale per la bioetica. Le abbiamo chiesto perché si dichiara contraria alla cosiddetta “maternità surrogata”. La studiosa fiorentina, esperta dei problemi nati dai nuovi nessi tra scienza e tecnologia, ci ha risposto così:

“So che la mia può sembrare una posizione da vetero-femminista dovuta anche alla mia età, ma considero questa maternità surrogata come una forma di sfruttamento del corpo femminile, un modo, conscio o inconscio, del maschio di appropriarsi di qualcosa che loro non hanno e che hanno sempre invidiato a noi donne: la capacità di generare. Dal momento in cui la sessualità è stata sganciata dalla procreazione si è creata una zona franca nella quale, a me pare, che il maschio abbia ricominciato a spadroneggiare. Ma non è solo questo che mi turba”.

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Monica Toraldo di Francia

Cos’altro c’è?

“C’è che nella realtà questa tecnica viene praticata soprattutto da coppie provenienti da paesi ricchi a carico di donne di paesi poveri, spesso costrette dalle famiglie a prestare il loro utero per crescere un figlio che non sarà mai loro.  È il caso soprattutto dell’India. Mi sembra un po’ come il mercato illegale degli organi: nel sud del mondo manca tutto ma abbondano i corpi e allora sono i corpi a essere messi in vendita. Non mi piace. Questo commercio di ovuli e spermatozoi dimentica il bambino, il nuovo essere che viene al mondo. E viene al mondo dopo una gestazione di nove mesi nella quale la donna e il bambino stabiliscono una relazione profonda. Non è per caso che il neonato, fin dal primo momento, riconosce la voce di chi l’ha messo al mondo”.

Alcune donne, pochissime in verità, si sono offerte, però, volontariamente come madri surrogate per aiutare una amica, una sorella o semplicemente per essere utili…

“Neanche questo mi convince. E’ un contratto innaturale, questo. Dare un assenso consapevole senza scambio di denaro crea ancora di più quei conflitti e quei contenziosi di cui ogni tanto si legge sui giornali tra la madre che ha chiesto un figlio e quella che lo ha partorito. E lo capisco”.

Se si arrivasse a creare un utero artificiale questi problemi potrebbero essere risolti?

“No, non direi. Ci stanno provando, vero, a fare un utero artificiale ma, al momento, sono ancora lontani dall’esserci riusciti. E poi un utero artificiale, in quella cosa complessa che è la formazione di un essere umano, non potrebbe mai trasmettere il mondo emozionale che fa di lui ciò che è. Oltre ai processi biologici un feto, infatti, è soggetto a modifiche di tutt’altra natura tant’è che oggi non si parla più di patrimonio genetico come di un dato immutabile ma di epigenetica, ovvero dell’iterazione tra la genetica e l’ambiente interno ed esterno in cui vive e si forma un individuo, a cominciare dalla vita dentro l’utero e a finire con la famiglia, la scuola, gli amici con i quali cresce”.

Ph. Simona

Ph. Simona

Quale può essere, allora, la via d’uscita per quelle coppie sterili, etero sessuali oppure omosessuali, che vogliono un figlio?

“Premetto che sono tra quelli che non considerano un diritto avere un figlio perché non approvo questa società che equipara i desideri ai bisogni e i bisogni ai diritti. Ritengo, perciò, che la via dell’adozione sia la sola percorribile.  È vero che spesso essere genitori assume anche una valenza simbolica perché dà la sensazione di avere sconfitto la morte, ma la mia impressione è che si dà troppa importanza alla genetica e molto meno a tutto quello che si offre a un figlio quando lo si adotta: la propria famiglia, i propri valori, l’affetto, le sensazioni, l’educazione, perfino i propri beni materiali. Non è anche questo un modo per sconfiggere la morte? Ma poi perché non vogliamo accettare di avere dei limiti? Il concetto di limite è intrinseco a quello di libertà. Io, per esempio, un figlio l’ho adottato”.

L’adozione in Italia, però, prevede un percorso ad ostacoli…

“Vero, si parte dal tribunale dei minori e poi si finisce con il doversi affidare ad alcune associazioni che a volte sono mosse perfino da interessi finanziari e non dalla ricerca del bene per un bambino abbandonato. Ma su questo si potrebbe lavorare. In un mondo globalizzato come il nostro potremmo stabilire accordi bilaterali con i paesi che hanno un alto numero di minori senza famiglia fino ad arrivare a una convenzione internazionale che sancisca diritti e doveri per chi vuole adottare. Io ho passato un lungo periodo in un orfanotrofio del Brasile e ho visto quanto bisogno di una mamma e di un papà avessero quei bambini. Non saranno di pelle bianca come noi, ma ormai viviamo in una società multietnica: che importanza può avere il colore della pelle? Ecco, si dovrebbe fare molto di più per rimuovere i tanti ostacoli burocratici tuttora esistenti e facilitare le adozioni internazionali. Sarebbe una maniera, credo, per raddrizzare questo che a me appare un mondo capovolto: coppie che vogliono figli e non ci riescono se non ricorrendo alla “surrogata” e bambini che vogliono genitori e non possono trovarli”.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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