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Codice rosa: se non andiamo avanti, torniamo indietro

Codice Rosa: la task force che ha cambiato la testa e il modo di operare delle istituzioni nella lotta alla violenza di genere. Da qualche mese nella legge di Stabilità.
Sara Ventroni
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E non meravigliamoci, poi, se le donne che trovano il coraggio di liberarsi da un tormento torneranno a sbattere la faccia contro la solitudine, risospinte al destino di vittime da proteggere, in luoghi separati dal mondo. Per carità: questa volta non basta una stanza tutta per sé.

 

Dott.ssa Vittoria Doretti, a capo della task force di Codice Rosa, prima esperienza che ha cambiato la testa e il modo di operare delle istituzioni nella lotta alla violenza di genere.

Dott.ssa Vittoria Doretti, a capo della task force di Codice Rosa, prima esperienza che ha cambiato la testa e il modo di operare delle istituzioni nella lotta alla violenza di genere.

La violenza sulle donne non è un virus informatico. Non esiste una zona remota del sistema dove metterla in quarantena. Va creata una rete reale, intelligente e operativa, di informazione e di formazione. Questa non è una metafora: è quello che occorre fare. E con urgenza.

Per questo sarebbe davvero grave se non passasse, nella Legge di stabilità in discussione in questi giorni, l’emendamento in sostegno di Codice Rosa. Il lavoro avviato pioneristicamente dalla Asl di Grosseto nel 2010 ha affrontato la questione mettendo all’opera persone che realmente sanno, in ogni passaggio, cosa può essere fatto per il meglio. Perché una cosa è certa: quando si affronta un caso di violenza, si affronta una cascata di questioni. E c’è bisogno di tante competenze: da quelle mediche a quelle legali; dalla consulenza psicologica al sostegno per le procedure burocratiche. La violenza è un sistema complesso. Non è un racconto in cerca d’autore. Tutti e ciascuno abbiamo la titolarità, e il dovere, di farcene carico. Uscirne richiede coraggio, e una rete di contatti efficaci e operativi. Non possono esserci passaggi inerti. Solo mettendo all’opera un protocollo ragionato si può dare senso agli impegni presi con la convenzione di Istanbul.

Una donna che prova a uscire da una situazione violenta ha bisogno di molte cose. E ne ha bisogno subito. Per questo occorrono comunicazione, preparazione, tempistica, collegamento.
O ci attrezziamo, o facciamo chiacchiere.

Dall’ottobre 2013 in Italia abbiamo detto, in forma di legge, che la sicurezza è la precondizione di cittadinanza. Donne e uomini insieme ci siamo liberati dall’odioso adagio per cui la violenza sulle donne sarebbe un affare di cui lo Stato non deve occuparsi.
Abbiamo dovuto metterci impegno per spiegare la cosa più ovvia, là dove non arrivava il buonsenso: la faccenda lega, in nodi che dovremo sciogliere con pazienza, la famiglia e la scuola; il pronto soccorso e la caserma, le nostre relazioni personali e i mezzi di comunicazione. Riconoscere che la violenza sulle donne tocca il nervo scoperto del paese è stato un passaggio fondamentale. Ora va portato dalla Carta alla vita di ogni giorno. Dalla formazione del personale sanitario e delle forze dell’ordine all’azione nelle scuole e nei livelli più alti delle istituzioni.
Ora è il momento di decidere da che parte stare. Altrimenti abbiamo solo scherzato.

E non meravigliamoci, poi, se le donne che trovano il coraggio di liberarsi da un tormento torneranno a sbattere la faccia contro la solitudine, risospinte al destino di vittime da proteggere, in luoghi separati dal mondo. Per carità: questa volta non basta una stanza tutta per sé.
Ovunque, nelle istituzioni, deve esserci qualcuno che sappia di cosa stiamo parlando, quando parliamo di violenza. Altrimenti si torna allo zigomo rotto sbattendo contro l’anta della credenza o alla denuncia derubricata nell’ultimo cassetto come un “affare di famiglia”.
Se non andiamo avanti, torniamo indietro.
E questo no, non possiamo permettercelo.

Chi ha scritto questo post

Sara Ventroni

Sara Ventroni

Sono nata a Roma nel 1974. Attualmente collaboro con l'Archivio storico delle donne "Camilla Ravera" e con la Fondazione Istituto Gramsci. Ho pubblicato l’opera teatrale Salomè (No Reply, 2005); Nel Gasometro (Le Lettere 2006) e racconti sparsi (Sono come tu mi vuoi, Laterza, 2009; A occhi aperti, Mondadori, 2008; Scrittori in curva, Marotta&Cafiero 2009). Ho collaborato con Rai Radio 3 e sono stata editorialista dell’Unità. Anni fa, con il gruppo Di Nuovo abbiamo trovato la forza e le parole per riannodare, il 13 febbraio 2011, la relazione tra le donne e il paese. Ci siamo chieste, insieme agli uomini: Se non ora, quando? Oggi siamo ancora qui a domandarci – generazione senza figli e senza lavoro: che libertà?

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