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La verità su Codice Rosa

Francesca Izzo
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Codice Rosa è una procedura che finalmente impegna nella difesa delle persone vulnerabili le strutture dello Stato che non può più girare la testa altrove dinanzi alla violenza consumata dentro le mura domestiche.

 

Troppe falsità, al limite della diffamazione, si stanno raccontando a proposito dell’ormai famoso emendamento “codice rosa” in discussione alla Camera. Addirittura circola un appello che ne chiede il ritiro perché sarebbe “una trappola” pericolosa per le donne che subiscono violenza e un’ulteriore offesa alla loro libertà.

Si tratta invece di una procedura pensata per aiutare le donne vittime di violenza che arrivando al pronto soccorso vengono accolte, curate, ascoltate e solo se lo decidono possono sporgere denuncia. Come racconta Claudio Pagliara, uno degli ideatori del progetto, insieme alla dottoressa Vittoria Doretti, in un’intervista pubblicata lo scorso 11 dicembre su Repubblica:

Troppe volte, lavorando nella trincea dei pronto soccorso, ci eravamo resi conto con quale superficialità e fretta venivano trattate le donne che arrivavano ferite e impaurite. Donne e ragazze alle quali, dopo il referto medico, toccava iniziare, da sole, il percorso delle denunce. O della fuga da un coniunge violento.

Coloro che sono vittime di violenza, invece, possono grazie a questo percorso: “incontrare medici e operatori che sanno riconoscere la violenza sessuale, che sono stati formati, che hanno un modo di assisterle curarle specifico. E prima di uscire a tutte vengono fornite indicazioni e indirizzi dove comunque trovare aiuto”.

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Come spiega ancor più chiaramente la Presidente Nazionale PLP, Dominella Quagliata, nel suo contributo sull’emendamento alla legge di Stabilità, Codice Rosa prevede a questo proposito: “il coinvolgimento, al fianco dei medici, di personale socio-sanitario specializzato, nonché l’attivazione immediata, ove opportuno, di magistrati e rappresentanti della polizia giudiziaria e in seguito delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni, tra cui prioritariamente i centri anti violenza che ci si auspica possano essere valorizzati in un immediato futuro e che non sono in alcun modo sostituiti dalla procedura di “codice rosa”.

Nessuna restrizione o “percorso securitario”, piuttosto una maggiore attenzione/formazione del personale medico sanitario; mentre alle persone che subiscono abusi, continuerà ad essere garantita la libertà di scelta sulla possibilità di sottrarsi o meno alle violenze subite, nonché sulle modalità con cui realizzare tale affrancamento.

Codice Rosa è dunque una procedura che finalmente impegna nella difesa delle persone vulnerabili le strutture dello Stato che non può più girare la testa altrove dinanzi alla violenza consumata dentro le mura domestiche. Ma è proprio questo salto di qualità che si punta ad impedire anche a costo di dire bugie e di esaltare una stantia ideologia della marginalità: solo le donne possono occuparsi delle donne. No, ora è tempo che le istituzioni combattano la violenza contro le donne

Chi ha scritto questo post

Francesca Izzo

Francesca Izzo

Vivo a Roma ma sono originaria di un piccolo paese del casertano. Sono sposata con un figlio. Ho insegnato fino a qualche anno fa Storia delle dottrine politiche all'università l'Orientale di Napoli. Ho fatto parte dell'associazione di donne DiNuovo, e sono tra le fondatrici del movimento Se non ora quando. Dalla ormai lontana giovinezza partecipo a gruppi, movimenti, coordinamenti di donne e ne scrivo. Penso che la sfida più grande alla cultura e alla politica sia realizzare un mondo a misura delle donne e degli uomini, a misura dei due sessi. Dopo l'intensa esperienza del movimento Se non ora quando? sono persuasa che questo sia il tempo di rendere popolari le idee legate alla libertà femminile e quindi ho deciso con le altre di Libere di dar vita al sito Che Libertà.

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