NO ALL'UTERO IN AFFITTO

GRAZIA FRANCESCATO: la nuova merce è la Vita

Roberta Trucco
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Grazia Francescato, politica, giornalista e ambientalista ha collaborato alle più importanti riviste del settore, quali Airone, Natura Oggi, Oasis. È stata corrispondente all’estero per l’Ansa, conduttrice del programma Geo su Rai Tre e inviata speciale in Africa e in America latina per la trasmissione Il Viaggiatore. Impegnata nel movimento ambientalista è stata consigliera regionale e presidente del WWF Italia. Membro del consiglio WWF internazionale è stata presidente dei Verdi. È autrice di numerosi saggi sull’ambiente e sull’economia “verde”. L’ho conosciuta a un convegno dove era relatrice; parlava di natura , scienza e spiritualità legandole con grande naturalezza. Le ho chiesto la sua posizione riguardo la maternità surrogata: così è nata questa chiacchierata.

 

La maternità è stata per secoli un destino biologico per la donna oggi può essere una libera scelta. Natura ed autodeterminazione possono andare di comune accordo? O l’una nega l’altra?.

Siamo di fronte all’antico e mai risolto dilemma del rapporto natura – cultura. La libertà di scelta, sacrosanta conquista storica delle donne, si colloca appunto dentro il flusso dei mutamenti  che da sempre modificano, intaccano e talvolta spazzano via quelle che abbiamo sempre ritenuto ‘le leggi di Natura’.  Il problema è che questi cambiamenti storici hanno acquistato oggi un’accelerazione pazzesca. Siamo sovrastati dal cambiamento, siamo agiti dal cambiamento, non riusciamo neppure a capirlo, figurarsi a governarlo. Abbiamo più che mai bisogno di saggezza. Ma questi non sono tempi forieri di approfondimento o di un pensiero complesso: tutto è slogan; accattivante soprattutto per “vendere il prodotto”, perché è evidente che il ruolo giocato dal mercato in questi mutamenti è cruciale. Non a caso la scienziata indiana Vandana Shiva, la mente più acuminata del neofemminismo, osserva che il mercato, dopo aver conquistato tutti gli spazi esterni, tutto il mondo fisico, si sta ora rivolgendo agli “spazi interni”, i meccanismi riproduttivi umani, al patrimonio genetico di piante, animali ed esseri umani (vedi la vicenda degli OGM). La nuova merce è, appunto, la vita, in tutte le sue forme, embrioni e bimbi compresi. Ci va bene così o vogliamo provare a governare, per quanto possibile, questa mutazione epocale del rapporto natura – cultura di cui la maternità surrogata non è che un tassello?

Durante una tua relazione ad un convegno hai parlato di onnipotenza del desiderio e dell’importanza del limite. Due paradigmi dai quali partire per argomentare il tuo “no” alla maternità surrogata?

Dico subito che ho firmato l’appello con convinzione, anche se  la richiesta di veti e di proibizioni normative non sempre mi convince. Considero, invece, il dibattito preziosissimo perché permette di andare a fondo su un tema finora liquidato con formule sbrigative, talune agghiaccianti – pensate all’espressione “utero in affitto” o falsamente neutre – vedi il termine GPA, “gestazione per altri”. Per districare la matassa quindi mi pare opportuno partire dal desiderio. I bimbi ottenuti con la maternità surrogata sono “figli del desiderio”. Un desiderio autentico ed imperioso, forse ossessivo. Ma è proprio nella mela splendente del desiderio che si annida il baco…ovvero il mito dell’onnipotenza dell’individuo, mito che la scienza e la tecnologia hanno potenziato all’estremo in questi ultimi decenni e che il mercato sta sfruttando oltre ogni limite: ”tutto ciò che io desidero è lecito”. Nell’epoca del selfie, del dominio dell’IO ogni limite deve essere superato e spazzato via. È lo stesso approccio che ha portato alla devastazione della natura e alla crisi ambientale. La negazione del limite ritorna quindi nella mutazione antropologica. L’interrogativo che dobbiamo porci e a cui è tanto complicato rispondere è  questo: che cosa siamo disposti a fare e a cosa siamo disposti a rinunciare per seguire la stella di un desiderio mai sazio?

Sei femminista e attivista politica in difesa della Natura da molto tempo. Cos’hanno in comune queste due prospettive?

Fin dai tempi di EFFE (la prima rivista femminista italiana, di cui sono stata tra le fondatrici nel 1973) sostengo che “il verde è rosa”, ma non sono certo sola a pensarlo. Sull’ecofemminismo, nato negli Usa negli anni 60, sono stati scritti centinaia di libri e saggi. Esiste un parallelo tra il degrado della Natura e l’oppressione delle donne. L’ideologia patriarcale riduce la Natura a merce da sfruttare, la considera passivo oggetto di dominio. Identico processo di sfruttamento/oppressione riservato alle donne. Sempre Vandana Shiva, una delle più note ambientaliste mondiali, osserva che alla radice di questo assoggettamento violento della Natura e delle donne c’è la negazione del principio femminile. Per approfondire, dato che non posso sintetizzare in poche righe la ricchezza di elaborazione dell’ecofemminismo, vi rimando al suo saggio “Women, ecology and development’”(1989) e, per l’Italia, ai lavori di Elisabetta Donini e Maria Alberta Sarti. Su questo tema sarebbe ore di riaprire un bel dibattito collettivo.

Chi ha scritto questo post

Roberta Trucco

Roberta Trucco

Classe 1966, genovese doc (nel senso di cittadina innamorata della sua città), felicemente sposata e madre di quattro figli. Laureata in lettere e filosofia. Da sempre ritengo che il lavoro di cura non si limiti all'ambito domestico, ma debba investire il discorso politico sulla città. Per questo sono impegnata in un percorso di ricerca personale e d’impegno civico, in particolare sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini. Amo l'arte, il cinema, il teatro e ogni tipo di lettura. Da alcuni anni dipingo con passione, totalmente autodidatta. Intendo contribuire alla svolta epocale che stiamo vivendo con la mia creatività unita a quelle delle altre straordinarie donne incontrate nella splendida piazza del 13 febbraio 2011 di Se non ora quando. Credente, definita dentro la comunità una simpatica eretica, e convinta "che niente succede per caso."

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