MAI PIÙ COMPLICI

L’umanità occultata dietro le sbarre

 

Un’esperienza che ha confermato la necessità e la bellezza di un impegno umano e sociale e di un dialogo senza steccati per dar luce agli angoli più bui della società.

 

Spesso abbiamo la percezione di quanto accade solo se viviamo direttamente certi episodi, entrando in empatia o criticando gli avvenimenti o le persone a seconda del nostro punto di vista. Ben altro, invece, si nasconde alla vista e sono mondi attigui al nostro che ci chiamano in causa, perché sono parte della nostra umanità. Uno di questi è il carcere: un luogo dove lo spazio stringe e il tempo non si comanda. Abitato da donne e uomini con vissuti tormentati e con incognite sul futuro. Abbiamo voluto “entrare” nelle loro storie, abbiamo voluto condividere i loro pensieri e unirci in riflessioni su temi che non hanno confini e che devono essere approfonditi secondo le diversità di esperienze per tracciare una cammino di civiltà.

L’occasione ultima è stata quella di un incontro per la consegna di una menzione speciale per i lavori fatti da alcune detenute nel carcere di Rebibbia che avevano partecipato al bando “Mai più violenza: esci dal silenzio”. Nel corso dell’incontro abbiamo affrontato il tema della violenza e delle influenze culturali degli uomini sulle donne. Dopo un’iniziale reticenza a parlare, i pensieri e le testimonianze dei presenti ci hanno travolte come un vero fiume in piena, tenendoci impegnate nella conversazione per oltre tre ore.

Hanno parlato donne Rom e Sinti che hanno raccontato le loro storie personali, le dinamiche dei loro gruppi, gli abbandoni e il peso di dover far fronte da sole alla loro numerosa prole. Sono emersi la voglia di riscattarsi, di ambire a una vita serena senza ricorrere ad espedienti a danno di altri; e ancora, il desiderio e la tenacia di combattere per i figli, per evitare loro gli stessi propri errori e per aiutarli a scegliere attraverso il lavoro la strada della legalità. C’erano donne immigrate che hanno raccontato delle difficoltà che, ignare delle nostre regole sociali, hanno trovato nella ricerca di un appoggio. Donne coinvolte da violenze di ogni genere, e che non di rado avevano dovuto difendersi dai propri congiunti, si sono aperte al dialogo e si sono scontrate dialetticamente quando hanno ascoltato la “difesa” di uomini “padroni”, reclamando la “verità dei fatti”.

Durante l’incontro, nessuna di queste donne si è allontanata. Erano rapite dalla voglia di ascoltare e dire la loro. Hanno denunciato un sistema che le ha spinte al crimine; hanno pianto per la lontananza degli affetti e per la paura di non ritrovarli alla loro uscita dal carcere. È davvero difficile trasmettere la carica di umanità che provenendo da loro ci ha travolte e arricchite. Un’esperienza che ha confermato la necessità e la bellezza di un impegno umano e sociale e di un dialogo senza steccati per dar luce agli angoli più bui della società.

 

 

Chi ha scritto questo post

Donatina Persichetti

Donatina Persichetti

La mia storia si lega, da oltre trent’anni, ad una vivace esperienza nel campo del sociale. Mi sono occupata di servizi per l’infanzia; di tutela del lavoro in settori a grande prevalenza di donne; di politiche per il territorio come responsabile di Zona Sindacale e partecipo ad attività di partito nella ferma convinzione che per cambiare la politica bisogna frequentarla. Questo background mi ha consentito di approfondire le questioni femminili e verificare l’arretratezza sociale e culturale in cui affonda il nostro paese, negando sviluppo e modernità. Ho aderito da subito al progetto di “SeNonOraQuando?”, ritenendo che solo attraverso l’interazione tra i diversi valori, linguaggi e differenti opinioni si può scardinare l’oscurantismo di democrazia paritaria italiana.

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