NO ALL'UTERO IN AFFITTO

Quando Miriam Mafai disse “no” alla surrogata

Annamaria Riviello
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Possiamo vivere questo elemento con una certa dose di sofferenza o di disinvoltura: resta il fatto che il mercato entra così a vele spiegate nel luogo e nel momento più segreto e delicato della nostra vita.

 

Miriam Mafai grande giornalista, scrittrice, saggista, scomparsa nel 2012, è stata una acuta osservatrice della realtà del suo tempo che ha attraversato con spirito libero, grande intelligenza e curiosità. Comunista da giovanissima, ha consumato senza traumi la fine di quell’esperienza. Ha conservato, tuttavia, tutta la vita la capacità di denunciare ingiustizie e una freschezza di scrittura e di giudizio senza ipocrisie. Uno spirito laico nel senso più pieno e nobile, cioè tollerante e aperto. Il suo femminismo è quello che si può leggere nel bellissimo libro “Pane nero”. La sottolineatura della forza e del coraggio femminili che paradossalmente si rivelarono in mezzo alle bombe e alla tragedia della guerra. Alcune poi ricordavano quel tempo come un tempo “bello”. In cosa consisteva questa bellezza? Nella la rottura degli stereotipi in cui il fascismo le aveva imprigionate, nella pratica della libertà anche nel pericolo. Partono di lì tutte le conquiste delle donne di cui, secondo Mafai, bisogna avere cura perché si può sempre tornare indietro.

Questo scritto del 2000, tratto da Repubblica, contro la maternità surrogata è di un’attualità impressionante e di una grande finezza analitica. La maternità surrogata, ammessa da una giudice, in mancanza di ogni legge sulla fecondazione assistita, “ha trasformato la donna da persona dotata di sentimenti ed emozioni in un puro contenitore”. La ripulsa di questa pratica non si può dire meglio. E ancora: “C’è un diritto alla cura certo, ma non c’è un diritto alla maternità”. E infine il richiamo a Rita Levi Montalcini che ci aveva messo in guardia dall’onnipotenza della scienza. Sono questi i punti sostanziali del dibattito sulla surrogacy espressi con la chiarezza e semplicità che è una caratteristica della vera saggezza.

 

Da Repubblica (del 29 febbraio 2000):

Senza una legge resta il Far West

di MIRIAM MAFAI

ROMA – Da oggi dunque grazie alla decisione del giudice Chiara Schettini di Roma anche in Italia sarà consentito l’affitto di un utero da parte di donne che per qualsivoglia motivo non siano in grado o non vogliano portare a termine una gravidanza. La madre surrogata porterà in grembo per nove mesi la creatura di un’altra, la nutrirà attraverso la propria placenta, la sentirà crescere e muoversi e al termine dei nove mesi la metterà al mondo. Ma non avrà sul nuovo nato alcun diritto né alcuna responsabilità. S’immagina dunque che essa sia in grado di portare a termine il suo compito senza nessuna partecipazione.

La sentenza l’ha trasformata da persona dotata di sentimenti ed emozioni in un puro contenitore. Un nuovo principio giuridico dunque si afferma in mancanza
di una legge sulla fecondazione assistita che il Parlamento non riesce ad approvare dal momento che le diverse opinioni, trasformandosi in contrasto ideologico hanno impedito finora ogni accordo. Un nuovo principio giuridico che liquida una norma del codice deontologico che l’Ordine dei medici si era saggiamente dato qualche tempo fa proprio per supplire alla mancanza di una legge. Da oggi insomma affittare un utero diventa pratica lecita quali che siano i dubbi e le riserve di molti studiosi e dello stesso Comitato nazionale di bioetica e del nostro ministro della Sanità.

Questo nuovo principio, se è in contraddizione con le normative vigenti in tutti i paesi europei non è però senza precedenti. Esso ci allinea infatti alla totale libertà vigente in America dov’è possibile da tempo scegliere l’ovulo di una donna e farlo impiantare nel proprio utero o viceversa
scegliere di far portare nell’utero di una madre in affitto il proprio ovulo fecondato. In ambedue i casi la donna viene scelta attentamente sulla base di precise caratteristiche fisiche razziali e intellettuali illustrate in appositi cataloghi a disposizione degli utenti. Alcune migliaia di bambini sono già nati in America da madri in affitto. Il costo medio della pratica oscilla oltreoceano dai 10 ai 15 mila dollari per i nove mesi della gestazione, salvo imprevisti.
Un prezzo che molte donne sono disposte a pagare e che molte donne sono disponibili ad accettare. È pura ipocrisia infatti immaginare che questo scambio di ovuli e questa cessione temporanea di un utero si svolga all’insegna del dono e della reciproca generosità. Chi accetta di portare per nove mesi dentro di sé l’ovulo fecondato di un’altra donna o chi cede a un’altra donna il proprio ovulo partecipa a uno scambio che ha come tutti gli scambi proprie regole e prezzi. Possiamo vivere questo elemento con una certa dose di sofferenza o di disinvoltura: resta il fatto che il mercato entra così a vele spiegate nel luogo e nel momento più segreto e delicato della nostra vita.

Ma questa forma di “maternità surrogata” da oggi legale anche in Italia (qualche caso si era verificato in passato ma avvolto nell’obbligatorio anonimato della clandestinità) è destinata a provocare inevitabilmente una serie di controversie sul piano scientifico ed etico come su quello giuridico. Me ne viene in mente una, la più banale: come verrà denunciato all’anagrafe il bambino partorito dalla madre in affitto? Può stupire e in effetti stupisce che sia stato proprio un giudice donna a prendere una decisione così delicata che modifica profondamente la nostra idea concreta e simbolica di maternità. E non mi conforta il fatto che la decisione sia stata presa in nome di un presunto diritto alla maternità, un diritto di cui confesso mi resta oscura la motivazione e la implementazione. Un desiderio di maternità per quanto intenso, profondamente vissuto e sofferto non può ancora trasformarsi in un diritto esigibile cui la scienza e le istituzioni dovrebbero dare soddisfazione. Altra cosa naturalmente è il diritto alla salute da cui deriva la richiesta e, in questo caso il diritto a tutte le cure necessarie per uomini e donne al fine di superare una eventuale sterilità.

Ma il riconoscimento di un diritto alla maternità è altra cosa e può condurre come avviene con la sentenza di cui parliamo alla accettazione e legalizzazione di modi del tutto nuovi e assai discutibili di accesso alla maternità. E se accettiamo l’idea che esista un diritto alla maternità da soddisfare sempre e comunque, perché non dovremmo riconoscere un altrettanto legittimo diritto alla paternità cui dare soddisfazione con tutti i mezzi scientificamente possibili? Si possono aprire così al di là della sentenza di oggi e forse delle intenzioni del giudice che l’ha emessa scenari inquietanti (dall’adozione di embrioni da far crescere in un utero in affitto fino all’ipotesi della clonazione) scenari che il progresso scientifico rende possibili ma che la nostra coscienza non riesce ad accettare e condividere. Forse sarebbe il caso di fermarsi un momento per ascoltare la voce del nostro Premio Nobel Rita Levi Montalcini quando ci mette in guardia di fronte al pericolo del delirio di onnipotenza e ci ricorda che non tutto ciò che è possibile per la scienza può essere condiviso dalla morale.

Chi ha scritto questo post

Annamaria Riviello

Annamaria Riviello

Nata nel Sud d’Italia, in Basilicata da cui sono partita per poi sempre tornare, ho avuto modo di vedere e partecipare nella mia ormai lunga vita alle tante conquiste delle donne. Ho insegnato, fatto politica e mi sono anche cimentata nella ricerca e nella scrittura. Ho avuto quattro figli. Sono convinta che una società che sappia accettare la libertà femminile sia una società migliore ma che tocca ancora alle donne far valere la differenza non più separate dagli uomini e dalla società, ma in costante, autorevole e possibile dialogo.

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