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La questione maschile dietro la violenza sulle donne

Annamaria Riviello
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È stato detto, negli uomini violenti scatta l’antichissimo bisogno di riappropriarsi in ogni modo quello di cui la storia millenaria dell’umanità aveva sancito che gli appartenesse, la “loro” donna.

 

Leggi contro la violenza, coinvolgimento delle istituzioni, giusto. Lavoro dei centri contro la violenza spesso eccellenti. Non basta, però, le donne continuano a essere ammazzate dai loro “cosiddetti” compagni o ex. È un’ondata apparentemente inarrestabile. Di fronte a tutto questo mi chiedo se le donne a vario titolo impegnate, l’insieme di coloro che si battono contro la violenza, la cultura del nostro Paese, i media, tutti noi ci siamo resi conto che si apre una questione che va molto oltre il pur giusto rinnovamento delle leggi e adeguamento del Welfare e della sensibilità del personale addetto all’accoglienza delle donne maltrattate.

Tutto questo apre una questione maschile della stessa forza ed equivalenza di quella che fu chiamata la questione femminile. Abbiamo per questa elaborato culture e politiche, analisi sociologiche e storiche e soprattutto un vasto movimento di lotta. Ora è possibile che gli uomini, i maschi, non alcuni ma in massa non sentano il bisogno di interrogarsi almeno quanto lo abbiamo fatto noi? È stato detto, negli uomini violenti scatta l’antichissimo bisogno di riappropriarsi in ogni modo di quello di cui la storia millenaria dell’umanità aveva sancito che gli appartenesse, la “loro” donna. Privati di questo possesso originario si sentono completamente svuotati, la violenza è una presa di possesso non tanto sulla vittima ma su se stessi.

Il problema che cerco di porre, insomma, non è però una ricetta approssimata di psicologia per non professionisti, ma la necessità che il dibattito sul femminicidio esca dal recinto degli addetti ai lavori e dall’emergenza e diventi una questione politica di rilievo e di analisi della condizione maschile in questo inizio di nuovo millennio. Non ci sono scorciatoie.

Chi ha scritto questo post

Annamaria Riviello

Annamaria Riviello

Nata nel Sud d’Italia, in Basilicata da cui sono partita per poi sempre tornare, ho avuto modo di vedere e partecipare nella mia ormai lunga vita alle tante conquiste delle donne. Ho insegnato, fatto politica e mi sono anche cimentata nella ricerca e nella scrittura. Ho avuto quattro figli. Sono convinta che una società che sappia accettare la libertà femminile sia una società migliore ma che tocca ancora alle donne far valere la differenza non più separate dagli uomini e dalla società, ma in costante, autorevole e possibile dialogo.

4 Comments

  • gli uomini che uccidono le donne che dicevano di amare in realtà non sanno amare, non le hanno mai amate nonostante quel che dicevano, chi ama soffre se viene lasciato/a, se viene tradito/a come è normale che sia può avere anche orrendi pensieri ma sa gestire questa legittima sofferenza senza uccidere. E la gelosia non centra

  • Salve dottoressa Riviello, sono Giacinto Spigarelli, autore attento a tutte le questioni che concernono la violenza verso la persona. Prima di ciò sono un osservatore impegnato, un ascoltatore che, mediante chat e forum, a volte il telefono, presto attenzione ad offrire ascolto, calore, vicinanza e consigli a persone vittime di violenza. I miei interlocutori sono ragazze, donne e adolescenti. Parlano della loro vita, si confidano, hanno un incontenibile bisogno di esplodere, rientrare in certe stanze, rivisitare certi momenti ed urlare, urlare questa volta per sentirsi protette ed abbracciate da qualcuno. Non sono pronte a denunciare, non sono pronte a superare quella questione culturale entro cui, loro stesse, sono cresciute e, per questo, si colpevolizzano, si vergognano pensandosi, inconsciamente, non vittime, ma causa delle fobie dei loro mostri. Sono isolate perche, specie se del sud, hanno cognizione di contesti in cui, se denunciassero sarebbero ” infami”, verrebbero etichettate da vittime a ” pazze” , bugiarde o, a volte, ” poco di buono” perché pregna è la cultura che ” i panni si lavano in casa” e che ” se un uomo ti violenta si vede che, o te lo merita vi” oppure “che sei tu che lo hai provocato con la tua condotta”. Quel che è peggio, in tutto ciò, è che tali concetti soni diffusi tra le stesse donne, quelle che ” non è accaduto a me e mai mi accadrà “, quelle obbedienti, quelle che ” nella questione maschile ” vivono pensando che basti per salvarsi da un mostro.
    Ho scritto 6 libri sulla questione, pubblicati due, ma le posso garantire che in nessuno mi permetterei di reclamare la questione maschile… Non esiste una questione maschile, se non nel senso che lei stessa ha accennato: l’ idea del possesso dell” io altrui “. Per fortuna questa questioni appartiene ad una minoranza, è diffusa, a macchia di leopardo, più in certe regioni che in altre.
    E la questione femminile? Li la questione è il diritto all’ esistenza, che non significa respirare,mangiare, dormire, ma significa essere. Diritto di pensare, diritto di decidere, diritto di avere una opinione, diritto di avere il proprio corpo e vestirlo a proprio gusto, diritto alla propria sessualita a pari merito dei maschi ( altra questione culturale… La donna non ha diritto ), diritto di amare, diritto di essere ascoltate… Lontana è, per le donne l’ esigenza di possedere.
    La violenza sulle donne è una questione antropologica, non una questione maschile. Ha a che fare con la sub cultura che si tramanda dalla peggiore tradizione maschilista, patriarcale del passato, ma anche, ha che fare con una violenza diffusa del ” tutti contro tutti” che ha a che fare, a sua volta, con il nuovo narcisismo basato sul nefasto ritorno del ” super uomo”. Ha a che fare con la schizofrenia patologica che il border line controllata in pubblico e sempre meno nella vita di coppia…. In tutto ciò, c’ è molta questione maschile, glie lo assicuro e, laddove anche donne condividono ( ci sono) lo stesso modus vivendi, tali donne vivono nella questione maschile condividendola tanto da non esser più donne ed accusando le vittime di violenza di esser causa della violenza subita.

  • Certamente le donne, come lei afferma, dott.Spigarelli sono spesso complici di una cultura “maschilista” , si pensi a quante volte le madri hanno insegnato alle figlie femmine che bisogna adeguarsi , ma ora le donne stanno tumultuosamente cambiando , si sono interrogate, hanno cercato di costruirsi un’identità autonoma non quella pensata dagli uomini per loro. Sono questi che di fronte ad una sia pur ristretta minoranza di violenti non si chiedono mai se la cosa riguardi in qualche modo anche loro,La donna come trofeo del vincitore fa parte della cultura comune è di questo che dobbiamo discutere insieme uomini e donne di buona volontà

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