NO ALL'UTERO IN AFFITTO

La maternità surrogata nel mondo

Silvia Pizzoli
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Certo il futuro che ci attende ci spaventerà meno se alla base del nostro pensiero e delle nostre azioni sapremo riservare all’essere umano e alle sue più profonde e intime relazioni (che lo determinano) la centralità che meritano.

 

Che si tratti di maternità surrogata tradizionale (pratica che non richiede necessariamente un intervento medico) o di maternità surrogata gestazionale (laddove è invece previsto un intervento medico), molti sono i paesi nel mondo in cui non vige un divieto generalizzato di tali pratiche. Senza titolo-3 (1)A voler riportare la situazione europea, da alcuni dati del Parlamento (resi pubblici a maggio 2013) rileviamo che in quasi più della metà degli stati membri dell’Unione non vi è un espresso divieto (è il caso del Belgio, della Danimarca, della Grecia, del Regno Unito, dei Paesi Bassi, solo per citarne alcuni), così come in quasi nessuno degli stati esiste una legge specifica che disciplini il fenomeno.

Il recente lavoro avviato dalle istituzioni europee sulla questione ha portato nel dicembre 2015 al NO alla gestazione surrogata espresso chiaramente nel “Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo e la politica dell’Ue”.

Se la situazione europea ancora oggi presenta numerose disomogeneità, altrettanto variegata e complessa sembra essere la situazione nel resto del mondo, dove la surrogata è ammessa e praticata in paesi estremamente diversi per cultura e ricchezza – si pensi per es. alla Thailandia, il Messico, l’India, il Nepal rispetto agli USA e al Canada – e dove altrettanto diversi sono gli orientamenti giuridici e le leggi in materia:

in Canada e negli Stati Uniti, per esempio, la materia è regolamentata in modo dettagliato, affrontando la questione soprattutto da un punto di vista commerciale e creando dei distinguo tra “gestazione altruistica” e “gestazione lucrativa”; così, se nel caso canadese è permesso solo il primo tipo, in alcuni degli otto stati degli Usa in cui tale pratica è ammessa, si può ricorrere ad entrambe le formule (es. California e Florida).

Una regolamentazione così dettagliata ha permesso lo sviluppo di un fiorente “mercato della riproduzione” che vanta un fatturato annuo di svariati miliardi di dollari.

A MUMBAI GHETTO, MUMBAI, INDIA - 2012/11/07: A clinic in Mumbai called "Surrogacy India"  have rented a room in a ghetto for three surrogate mothers to carry the embryos for the clinic's clients; the three mothers don't recieve much help from the clinic and rely mostly on each other.  Eggs from Europeans, semen from wealthy Westerners and embryos planted in desperate women's bodies. The Indian baby factories have become a growing multi-billion dollar industry.. (Photo by Jonas Gratzer/LightRocket via Getty Images)

A MUMBAI GHETTO, MUMBAI, INDIA – 2012/11/07 (Photo by Jonas Gratzer/LightRocket via Getty Images)

L’aspetto commerciale, del resto, non manca nemmeno nei paesi poveri dove, però, gli orientamenti giuridici stanno prendendo altre direzioni, introducendo sempre maggiori limitazioni al ricorso di tale pratica. È questo il caso del governo indiano che dal luglio 2013 ha proibito la surrogata ai single e alle coppie omosessuali e che qualche mese fa ha annunciato che proporrà una legge per vietare il ricorso a tale pratica anche alle coppie straniere.

Le conseguenze sociali, economiche e giuridiche (si veda il commercio, lo sfruttamento, la genitorialità legale, etc.) che derivano dal ricorso di sempre più coppie alla surrogata sono molteplici e di difficile gestione. Non è facile, infatti, orientarsi tra gli scenari aperti da questa nuova realtà. Certo il futuro che ci attende, e che sempre più ci obbligherà a confrontarci con la nostra idea di libertà e i valori della nostra civiltà, ci spaventerà meno se alla base del nostro pensiero e delle nostre azioni sapremo riservare all’essere umano e alle sue più profonde e intime relazioni (che lo determinano) la centralità che meritano.

Chi ha scritto questo post

Silvia Pizzoli

Silvia Pizzoli

Nata a Roma. Studentessa, commessa, receptionist e oggi segretaria. Il 13 febbraio 2011, a pochi giorni dalla laurea, ero in Piazza del Popolo a manifestare per il rispetto della dignità delle donne. Alla soglia dei trent’anni le domande che da qualche anno ormai mi ronzavano nella testa hanno cominciato a farsi sentire di più. È passato un po’ e ancora non ho trovato tutte le risposte che cercavo, così ho deciso di ripartire da un aspetto determinante e imprescindibile: il mio essere donna nella relazione con l’altro e la società. Di qui l'incontro con Libere; è venuto il momento di impegnarmi perché mi sono convinta che la società civile non possa più restare silenziosa di fronte ai cambiamenti che la investono.

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