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MYRTA MERLINO: le donne sono in missione per il futuro

Simonetta Robiony
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Essere madri giovani è una grande felicità perché i figli sono una gratificazione, ti regalano il lusso di poter dire no a un amore sbagliato senza troppi rimpianti: hai già fatto il pieno di affetto, te lo danno loro e tu lo restituisci. Sei libera.

 

 

3465037-300_COP_0000_MerlinoMADRIesec_Layout - PDF-266x431Myrta Merlino è una giornalista, conduce tutti i giorni al mattino L’aria che tira su La7 dopo aver fatto la gavetta in Rai; ha due figli gemelli diciottenni e una ragazzina più piccola; ha un blog sull’Huffington Post e, dopo aver intervistato madri celebri e madri comuni, da quella di Fabrizio Corona che si batte perché al figlio sia ridotta la pena, a Martina Levato, la ragazza dell’acido, che vorrebbe tenere con sé il bambino appena nato, ha scritto un libro, Madri, edito da Rizzoli. Ha cominciato a riflettere sulla maternità quando ha visto l’immagine di quella donna di colore che, a schiaffi e pugni, ha tirato via da un corteo contro le discriminazioni razziste suo figlio ragazzino per evitare che si lasciasse trascinare in atti violenti o si esponesse a pericoli. “Ne sarei stata capace, io, italiana, benestante, colta, abituata a considerare l’autonomia dei figli un valore?” si è chiesta. E ha iniziato a parlare con altre madri.

 

Cosa c’è che non va, secondo lei, nelle mamme italiane di oggi?

La mamma italiana è sempre stata un archetipo. Da Eduardo che fa dire alla Marturano:”I figli so’ piezz’ ‘e core” al musical americano che si intitola, guarda caso, “Mamma mia!”. Non si può dire che i figli non li abbiamo amati. Ma adesso stiamo esagerando. Sarà stato il dottor Spock, saranno i manuali di psicologia infantile, sarà un consumismo che, crisi o non crisi, è sempre più pervasivo, noi ‘sti figli non li aiutiamo più a crescere: li coccoliamo, li viziamo, li difendiamo perfino dai professori, gli alitiamo addosso come fossero pulcini. E gli offriamo tutto, senza porre mai un limite. A me pare una patologia. A sette, otto anni concediamo ai bambini di comportarsi come adolescenti e, da quel momento, adolescenti li lasciamo fino a quarant’anni, spesso fingendo anche noi, padri e madri, di essere eterni ragazzi per star loro alla pari. Eh no! C’è qualcosa di sbagliato.

 

L’errore quale è?

Facciamo i figli troppo tardi. È una tendenza del mondo occidentale ma noi in Italia siamo la maglia nera: 37 anni sono troppi, sono tanti, per le donne e per gli uomini. Certo, da noi gli aiuti alle madri e ai padri scarseggiano o sono inesistenti, le femmine a scuola vanno meglio dei maschi e vorrebbero lavorare, il precariato produce insicurezza, i viaggi invece sono interessanti, vivere la propria sessualità non è più un problema, occuparsi di se stessi porta via ore e attenzione. Ma il corpo ha i suoi limiti e la fecondità cala paurosamente col tempo. Ecco perché tante coppie oggi ricorrono alle tecniche di procreazione assistita che non sono una garanzia, però, perché riescono una volta su tre. Sono questioni gigantesche, queste, e mi spaventa la leggerezza con cui le affrontiamo. Un’Italia di vecchi significa meno pensioni, meno Pil, meno ricchezza, meno innovazione. E poi, a che serve rimandare? La sicurezza, quella sicurezza che tanto inseguiamo, con i divorzi in crescita, i matrimoni in calo, le famiglie con un solo genitore sempre più diffuse, non ce la darà mai nessuno. È finita, la sicurezza. O probabilmente era falsa e non c’è mai stata.

 

Lei che consigli darebbe alle ragazze italiane?

Abbiamo la contraccezione, una vera conquista. Abbiamo il diritto di interrompere una gravidanza indesiderata, altra conquista. Possiamo aspirare perfino a carriere un tempo interdette a noi. Non aspettiamo troppo il momento di diventare madri. Il corpo ci impone i suoi limiti, ma non c’è libertà senza limiti. Quando a 25 anni ho scoperto che aspettavo due gemelli, lo confesso, ho avuto una gran paura. Ho pensato che sarei dovuta restare a Napoli, che non avrei potuto fare la giornalista a Roma, che il mio destino si era spezzato. È finito tutto, mi sono detta. Mi sbagliavo. I figli mi hanno dato una forza nuova, un’energia sconosciuta, una sensazione di onnipotenza che ignoravo. Senza di loro non avrei fatto i sacrifici cui sono stata costretta, ma certo oggi a quarant’anni passati da un po’, non rimpiango neppure per un attimo la mia scelta. Le donne sono in missione per il futuro: coraggio! Si può fare. Essere madri giovani è una grande felicità perché i figli sono una gratificazione, ti regalano il lusso di poter dire no a un amore sbagliato senza troppi rimpianti: hai già fatto il pieno di affetto, te lo danno loro e tu lo restituisci. Sei libera.

 

Questo lo dice lei che ci è riuscita, ma tante hanno il terrore di essere sconfitte.

Certo, la nostra società propone a noi donne un grande inganno: dovremmo essere sempre belle, magre, giovani, desiderabili, disponibili, e poi ottime padrone di casa, compagne intelligenti, madri da manuale, lavoratrici affidabili. Dobbiamo capire che è un inganno. Ribellarci. Cominciare a voler bene alle nostre imperfezioni. Riderne. E scegliere a cosa rinunciare. La crisi economica di questi ultimi sette, otto anni non ci ha aiutato, vero. Forse va ripensato il modello di sviluppo. Forse in un mondo globalizzato dobbiamo imparare a spartire la ricchezza in maniera più equa. Ed è preoccupante che la classe politica poco o niente ci dica su questo. Ma non posso pensare che la madre del futuro è quella che congela gli ovuli in attesa di tempi migliori.

 

Oppure che sia costretta a ricorrere alla maternità surrogata perché non più fertile…

Per me che ho avuto due gravidanze naturali è difficile pensare alla surrogata, tanto per le coppie etero come per quelle omosessuali. Col bambino che sta nella tua pancia si instaura subito un dialogo affettivo e mentale: è tuo, lo senti tuo. Ma io non potrei mai battermi per vietarla. Vietare non mi appartiene. Il cuore e la testa delle persone non possono essere i miei. È una materia delicatissima. Sospendo ogni giudizio.

 

 

 

 

 

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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