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La Berlinale delle donne

Ilaria Ravarino
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Arabia Saudita, giorni nostri. Questo dialogo fa parte di un film passato alla scorsa Berlinale, Baraka meets Baraka, del regista esordiente Mahmoud Sabbagh: la prima commedia romantica mai prodotta in Arabia Saudita, girata interamente a Riyad e destinata a circolare ovunque tranne che nel paese da cui proviene. Perché in Arabia Saudita esiste un solo cinema aperto al pubblico, e perché la storia che racconta devia pericolosamente dal canone morale promosso dalle istituzioni del paese. Leggero eppure tagliente, satirico quanto basta per impedire al regista di ottenere qualsiasi genere di finanziamento (“Credo di aver chiesto a tutto il mondo arabo: niente”, ha raccontato Sabbagh), a rendere “sgradito” Baraka meets Baraka è soprattutto il personaggio femminile al centro del film. Quello di una donna libera, moderna, star dei social network e infinitamente più “sveglia” e determinata della sua controparte maschile. L’attrice che la interpreta, l’esordiente Fatima AlBanawi, era ospite del festival insieme al resto del cast: attivista per i diritti delle donne, impegnata nei centri antiviolenza del suo paese e laureata in teologia, “ho accettato di girare questo film interpretandolo come un atto politico – ha detto – Voglio dimostrare che esiste uno stile di vita alternativo a quello della tradizione: ognuno ha il diritto di vivere come meglio crede, nel rispetto delle scelte degli altri”.

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Una scena da Baraka meets Baraka

Sarebbe sbagliato considerare l’ultima edizione della Berlinale come un festival esclusivamente al maschile: certamente sono ancora poche le registe a partecipare al concorso e pochissime quelle arrivate sul palco della premiazione finale, dove il bel film di Rosi ha raccolto un meritato e unanime successo. Eppure, mai come quest’anno, le donne sono state presenti in rassegna attraverso personaggi femminili forti e moderni che hanno attraversato molti dei film presentati dentro e fuori il concorso. A partire dalla vincitrice dell’Orso come miglior attrice, la danese Trine Dyrholm, che porta sulle spalle tutto il peso emotivo de La Comune di Thomas Vinterberg con un personaggio, quello della moglie tradita con una donna più giovane, che avrebbe potuto prestare il fianco a consumati cliché. E che attraverso la sua interpretazione diventa invece simbolo di qualcosa di diverso: “Io la vedo come una donna molto forte e determinata, che sbaglia ma che ha il coraggio di tornare in pista, di rimettersi in gioco e inseguire la sua vita”, ha spiegato Dyrholm, “la mia prima preoccupazione è stata quella di non farne una vittima”.

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Una scena da Chi-raq di Spike Lee

Ed è ancora il ritratto di una donna, filosofa parigina che rifiorisce dopo la fine della relazione con il marito, al centro di L’Avenir di Mia Hansen- Løve, premiata per la regia a Berlino, con una splendida Isabelle Huppert come protagonista. E se Spike Lee ha sorpreso la Berlinale schierando un cast a maggioranza femminile per Chi-raq (libero adattamento dalla Lisistrata di Aristofane), è stato ancora un uomo, Terence Davies, a raccontare con grande sensibilità in A Quiet Passion la grande poetessa Emily Dickinson.

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Cynthia Nixon nei panni di Emily Dickinson

A incarnarla, in una performance che non è passata inosservata, Cynthia Nixon: era l’avvocatessa Miranda nella serie tv Sex and the city, oggi è un’affermata attrice teatrale, impegnata nella lotta per i diritti delle coppie omosessuali.

Si mormora che la Berlinale – che quest’anno ha schierato una giuria internazionale a maggioranza femminile, presieduta da Meryl Streep – sarà in futuro il primo festival ad applicare le quote per la selezione dei registi in concorso. È un’ipotesi che il direttore Dieter Kosslick non scarta e di cui si è discusso in due sedi distinte: nel panel Where are the Women Directors in European Film, organizzato dall’EWA Network, e nella pink bubble allestita in stile guerrilla a pochi passi dal festival dal gruppo Pro Quote Regie. Qualcosa sta cambiando, qualcosa si sta muovendo. La Berlinale ha offerto quest’anno un panorama davvero aperto sul meglio della cinematografia mondiale, provando concretamente ad abbattere barriere di genere, di provenienza, di cultura e religione. E pazienza se le registe, digiune d’oro dal 2009, non ce l’hanno fatta nemmeno stavolta. Il concorso l’ha vinto Fuocoammare di Gianfranco Rosi. E il gender gap non c’entra: era davvero il migliore.

 

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Chi ha scritto questo post

Ilaria Ravarino

Ilaria Ravarino

Sono una giornalista e scrivo dalla Germania di cultura, costume e tecnologia per le testate Gioia, Il Messaggero, Leggo e Otto e 1/2. Con la rubrica "Iogiocodasola", sulle pagine di Rolling Stone, ho raccontato per un paio d'anni il mondo dei videogiochi da una prospettiva femminile: più che divertente, è stata un'esperienza illuminante. Videogiocatrice, femminista, appassionata di letteratura cyberpunk e orgogliosamente nerd, vivo a Berlino da quando è nato mio figlio. Sono tra le fondatrici del movimento Se non ora quando?

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