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PATRIZIA GABRIELLI: il voto alle donne era un atto dovuto

Simonetta Robiony
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Quelle del Ventesimo Secolo furono guerre totali che capovolsero la società […] con gli uomini al fronte furono le donne a mantenere il paese. Ovunque. A quel punto non si poteva più tenerle fuori dalla politica e dai partiti: dare il voto alle donne era un atto obbligato.

 

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Prof.ssa Patrizia Gabrielli

Non ce lo dimentichiamo, in questa Festa Internazionale della Donna fatta di mimose offerte da uomini più o meno grati e pizze con le amiche auto-offerte da se stesse, che se oggi possiamo essere quello che siamo lo dobbiamo alla conquista del diritto di voto, una battaglia lunghissima cominciata addirittura dopo l’Unità, avanzata più volte come proposta di legge perfino da Mussolini che però, diventato Duce ed eliminati i partiti, cancellò di fatto il voto a tutti gli italiani. Questa vicenda di passi avanti e passi indietro la racconta la storica Patrizia Gabrielli, docente di Storia contemporanea e Storia di genere all’Università di Siena-DSFUCI Arezzo, autrice di “1946: Le Donne, la Repubblica” uscito qualche anno fa da Donzelli e al lavoro oggi su un nuovo libro sull’argomento che sarà edito da Castelvecchi.

 

Quando l’ottengono il diritto al voto le italiane?

Il decreto è del 1 febbraio del 1945 con il governo Bonomi, espressione del CNL (Comitato di Liberazione Nazionale) dove erano presenti tutti i partiti che avevano partecipato alla Resistenza con l’esclusione degli azionisti. Era appena finita la seconda Guerra Mondiale, una guerra totale che aveva coinvolto donne, uomini, vecchi e bambini. Le donne, in quegli anni, avevano assunto responsabilità pubbliche sostituendo gli uomini nelle fabbriche, negli impieghi e soprattutto nelle piccole aziende agricole, centrali per la nostra economia. Per di più, nel periodo che va dal ’43 al ’45, avevano partecipato alla guerra partigiana nutrendo soldati, nascondendo uomini, diventando staffette, e qualcuna perfino impugnando le armi. La storica Anna Bravo ha definito quel comportamento delle donne: “un salvataggio di massa”. Era arrivato il momento di concedere loro il voto.

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Il 2 giugno 1946, ci fu il Referendum tra monarchia e repubblica. Il muro cadde: all’Assemblea costituente furono elette 21 donne su 556 parlamentari.

A differenza delle suffragette inglesi, però, le italiane non scesero in piazza per pretenderlo.

No, ma qualcosa si muoveva anche in Italia. Furono creati i Gruppi per la difesa della donna, promossi dal Partito comunista con lo scopo di sostenere l’emancipazione femminile, più presenti al sud già liberato che al nord dove era in corso una sorta di guerra civile tra fascisti e anti-fascisti. Nasce in quel momento l’UDI (Unione Donne Italiane), una delle più vivaci e longeve associazioni femminili italiane, e parallelamente, poco dopo, le cattoliche creano il CIF (Centro Italiano Femminile) chiedendo un coinvolgimento anche politico. Nei ricostituiti partiti si vede qualche donna attiva e determinata a far sentire la sua voce. Viene creato addirittura un Comitato Pro voto che lancia una petizione. I partiti, soprattutto i grandi partiti di massa, con De Gasperi e Togliatti alla testa, comprendono che se non vogliono farsi scavalcare dal basso devono dare il voto alle donne. Perfino il papa Pio XII, forse per sostenere la presenza cattolica nella vita politica italiana, si mostra favorevole sostenendo che la cosa pubblica deve appartenere anche alle donne.

Immagine da E. Doni-M.Fugenzi, Il secolo delle donne. L’Italia del Novecento al femminile, Laterza, Roma-Bari, 2001.

Immagine da E. Doni-M.Fugenzi, Il secolo delle donne. L’Italia del Novecento al femminile, Laterza 2001.

Fu una scelta strumentale, quindi?

Chissà. Anche. Certo è che di fronte a tanto fermento il governo Bonomi, prima che si arrivasse a manifestazioni di piazza, concede il voto alle donne, tralasciando nel decreto che oltre a votare le donne avrebbero potuto anche essere votate, una dimenticanza volontaria o involontaria corretta subito da un secondo decreto. Passarono entrambi, nonostante la stampa non desse gran risalto all’avvenimento e numerosi fossero quelli che si opponevano con la solita scusa che le donne erano esseri poco razionali, molto emotivi, interessati solo alla famiglia e poco o niente alla politica.

Ma le donne andarono oppure no a quella loro prima votazione?

La partecipazione fu altissima, cancellando con un solo colpo lo spettro dell’astensione. I giornali pubblicarono foto di file lunghissime formate da donne e uomini in attesa di poter votare e compiere in tal modo il loro dovere di cittadini. Le prime elezioni, quasi una prova, furono amministrative. Poi il 2 giugno 1946, ci fu il Referendum tra monarchia e repubblica. Il muro era caduto. All’Assemblea costituente furono elette 21 donne su 556 parlamentari.

Siamo dovuti arrivare al governo Renzi per ottenere un numero pari di ministri e ministre.

Il cammino è stato lunghissimo, anche perché, per molto tempo alle donne nei comizi come nei partiti veniva affidato il compito di parlare solo di sussidi alla famiglia, servizi insufficienti, salari bassi. La politica importante veniva lasciata ai maschi.

È sempre stata una guerra a mettere in moto il provvedimento che concede il diritto al voto alle donne, eppure se ne parla dai tempi della Rivoluzione francese. Le inglesi, che con il movimento delle Suffragette hanno fatto una lotta che è costata arresti, feriti e morti, ce l’hanno nel 1918, alla fine della Grande Guerra, ma non per tutte, e solo nel 1928 possono estenderlo a ogni donna. Gli Stati Uniti nel 1920. La Francia, patria dei diritti dell’uomo, addirittura nel 1945, appena un anno prima di noi. Come mai?

Perché quelle del Ventesimo Secolo furono guerre totali che capovolsero la società. Per vincerle, oltre agli eserciti, occorreva una economia forte e con gli uomini al fronte furono le donne a mantenere il paese. Ovunque. A quel punto non si poteva più tenerle fuori dalla politica e dai partiti: dare il voto alle donne era un atto obbligato.

 

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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