IL NOSTRO 8 MARZO INTERVISTE

MARISA RODANO: la battaglia più dura, quella per il lavoro

Simonetta Robiony
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Abbiamo moltissime donne parlamentari, donne a capo di aziende, scienziate, magistrate, alte dirigenti, ma siamo ancora molto indietro nell’occupazione femminile in generale.

 

Più che una donna Marisa Cinciari Rodano è un simbolo: il simbolo femminile della nostra repubblica. Moglie di Franco Rodano, catto-comunista iscritta al PCI, madre di cinque figli, la Rodano è sempre stata presente nella nostra vita pubblica: la lotta al fascismo, il carcere, la fondazione dell’UDI (Unione donne italiane), la campagna per il voto al Referendum. Poi gli incarichi ufficiali: consigliere comunale a Roma, deputata dal 1948 al ’68, senatrice, parlamentare europea, tra le rappresentanti della Comunità europea alla Conferenza mondiale delle donne a Nairobi, a Pechino, a New York. A lei, prima vicepresidente femminile alla Camera dei deputati nel ’63, tuttora attivissima e lucida osservatrice della condizione femminile, abbiamo chiesto un pensiero su vittorie e sconfitte ottenute o subite dalle italiane, dalla nascita della repubblica ad oggi.

 

Che ricordo ha della giornata in cui votò per il Referendum tra monarchia e repubblica?

Marisa Rodano-politica femminile

Marisa Rodano (Ph. politica al femminile)

Il mio seggio era in una scuola dell’Esquilino, a Roma. Ci sono andata con mio marito. Mi ricordo una fila lunghissima e tante donne in attesa di poter votare. Non era una sorpresa per me. Con l’UDI, che era stata fondata nel 1944, avevamo fatto una gran campagna per il voto spiegando alle donne quanto fosse importante la loro partecipazione. E il risultato di questa campagna fu confortante.

L’estensione del voto alle donne è stata una battaglia lunghissima: cosa ne sapeva lei?

Poco o niente prima della lotta al fascismo e del mio avvicinamento al partito comunista. A scuola certo non ci veniva insegnato alcunché e a casa non se ne parlava, anche perché mio padre era fascista. Sono cresciuta in un clima che non favoriva quella che poi è stata la mia scelta politica. Ho scoperto tutto dopo.

Le donne italiane hanno ottenuto molto in questi settant’anni, ma c’è ancora da fare. Cosa dovremmo chiedere?

Abbiamo moltissime donne parlamentari, donne a capo di aziende, scienziate, magistrate, alte dirigenti, ma siamo ancora molto indietro nell’occupazione femminile in generale. Malgrado tutto le retribuzioni femminili non sono alla pari con quelle maschili. E manca quello che dovrebbe sostenere le donne nell’essere cittadine, madri, lavoratrici. Mi colpisce che ancora oggi è alto il numero delle italiane che lasciano il lavoro dopo la nascita del primo figlio o che sono licenziate grazie alla pratica vietata delle dimissioni in bianco. In Europa siamo in fondo alla classifica insieme a Malta.

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Fabiola Gianotti, fisica italiana, attuale direttrice generale del CERN

Quale è l’ostacolo maggiore che impedisce alle italiane di entrare e restare nel mondo del lavoro?

Certamente i servizi insufficienti o addirittura assenti. Servizi per la cura dei bambini, l’assistenza degli anziani, il sostegno alle famiglie. Ma molto dipende anche dalla resistenza degli uomini. Gli uomini italiani fanno fatica ad accettare che le donne godano dei loro stessi diritti. Il femminicidio e le violenze contro di loro ne sono la prova.

La grave crisi economica mondiale, in Italia più avvertita che altrove, ha rallentato il processo delle donne verso la parità?

Le statistiche dicono di no. Certo, però, non l’ha incoraggiato. Anche se le ragazze oggi studiano più dei ragazzi e hanno voti più alti alla laurea trovano lavoro con più difficoltà perché da noi continuano a contare le spintarelle, le raccomandazioni, le conoscenze invece del merito. Un peccato.

Ha visto differenze nella sua famiglia tra nipoti maschi e nipoti femmine?

Ho nipoti e pronipoti ma nella mia famiglia non si sono fatte differenze tra maschi e femmine: lavorano tutti e tutti hanno cercato il lavoro con ostinazione.

Ph. Alessandro Valli

Ph. Alessandro Valli (Flickr)

Delle molte battaglie per i diritti delle donne cui lei ha partecipato quale è stata la più dura?

Quella per il diritto all’interruzione di gravidanza: c’erano i radicali che volevano l’aborto senza alcun limite e quelli del Movimento per la vita che non lo volevano affatto. Ci fu bisogno di un referendum per confermare la nostra legge. Ma la battaglia in assoluto più difficile che resta tuttora da fare: è il lavoro. Dare alle donne un lavoro dignitoso, stabile, retribuito equamente. Da noi c’è ancora troppo lavoro nascosto che sfrutta soprattutto le donne. Va combattuto, ma sarà un lungo combattimento.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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