PARI E DIFFERENTI

La parità in marcia

Dal film "Limbo" di Lucio Pellegrini, con Kasia Smutniak
Cecilia Sabelli
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La strada da fare certo è ancora lunga e alcuni tratti, seppur compiuti, sono ancora da “presidiare”. Nessuno può però più ignorare gli effetti della parità che avanza, o che come in questo caso, è in marcia!

 

“Sii naturale, parlerai con il cuore, parlerai come una comandante donna”. Così Anna Polico, capitano dell’Esercito Italiano, si è fatta coraggio la sua prima volta da comandante davanti a un plotone d’armata che prima di lei non aveva mai dovuto obbedire agli ordini di una donna. “Ero in Iraq per una sostituzione – spiega la soldatessa – c’era un atteggiamento di sfida nei miei confronti dovuto alla necessità di misurarsi”. Perchè qualsiasi comandante deve conquistare la fiducia dei suoi uomini. Come affidargli altrimenti la propria vita nei momenti di pericolo? C’è solo un particolare però che forse Anna non aveva preso in considerazione: “i comandanti uomini partono da zero, le donne cominciano da meno cento, raggiungono lo zero e poi iniziano a progredire, perlomeno all’inizio”.

A distanza di qualche anno, questa scoperta Anna l’ha condivisa con una platea di parlamentari e alti rappresentanti delle Forze armate, chiamata dalla ministra Roberta Pinotti, insieme con altre colleghe, a raccontare la propria esperienza nella Difesa, in occasione della presentazione alla Camera del film “Limbo” di Lucio Pellegrini.

Kasia Smutniak in una scena dal film "Limbo" di Lucio Pellegrini

Kasia Smutniak in una scena dal film “Limbo” di Lucio Pellegrini

Sono donne consapevoli della propria differenza, le militari prescelte dalla ministra, forse ancor più di quelle che appartengono ad altre categorie professionali e a questo tesoro alcune dichiarano di non volervi rinunciare nemmeno nel ruolo tipicamente maschile di militari comandanti.

Ma cosa significa per un militare donna comandare squadre a volte di più di novanta uomini? Per il Tenente di Vascello Claudia De Cesare è un’esperienza vissuta serenamente avendo incontrato sempre nella sua carriera “grande rispetto del grado al di là del genere”. “Comandare significa avere delle responsabilità”, aggiunge il maggiore dei Carabinieri Irene Micelotta. Certamente, grazie a competenza e determinazione, concordano tra loro le militari, questo ruolo può essere svolto con agio, portando a compimento missioni importanti e godendo dell’esperienza umana che nessuna di loro manca di citare e di qualificare come “impareggiabile”.

Non è però l’unica convinzione che mostrano di avere in comune. Si sentono forti nelle parole di ciascuna: una vocazione irresistibile per un mestiere che alcune sognavano da bambine; la solitudine che hanno sentito spesso come uniche donne nei teatri in cui operavano; e la mancanza, almeno agli albori della loro carriera, essendo state le prime, di modelli femminili. Un vuoto che si percepisce molto meno da quando per la prima volta nella storia a capo della Difesa è stata posta una ministra donna.

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Con la ministra, poi, possono condividere anche la lotta contro certi stereotipi, come racconta il capitano Pilota dell’Aeronautica Elena Ceccolini, che mal tollera l’espressione “mammo”: “chiamavano così il mio compagno quando sono partita come ufficiale di collegamento per Al Bateen negli Emirati, lasciandolo con la nostra bimba di tre anni. “Povero papà” dicevano tutti, “povera mamma, lontana dalla sua bimba” rispondevo io! Elena però in quel periodo racconta di essersela cavata bene anche grazie alla seconda casa che ha trovato nella comunità albatina dove lavorava, mentre con il suo compagno sperimentava la condivisione dei ruoli: “nella mentalità comune è ancora la donna che accudisce il bambino, mentre quello che ho notato io è che se si riesce a dare un imprinting, a rendere da subito i ruoli della mamma e del papà intercambiabili, alla fine si riesce a gestire molto bene quella che è la vita anche di due militari come siamo il mio compagno ed io”.

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Le militari Anna Polico, Elena Ceccolini, Claudia De Cesare, Irene Orivella Micelotta.

Sono dunque loro, le nostre militari, le protagoniste di un cambiamento davvero recente se si pensa che l’Italia è stato l’ultimo paese membro della Nato a consentire l’ingresso delle donne nelle Forze armate. Novità che ha come prima cosa permesso nelle spedizioni in paesi di tradizioni, culture e religioni diverse, di relazionarsi anche con la popolazione femminile locale che, come nel caso dell’Afghanistan, spesso rappresenta l’altro 50% delle comunità con cui si entra in contatto.

Esempio concreto quest’ultimo delle nuove possibilità che una società più inclusiva può offrire: una rivoluzione che tocca le relazioni, i ruoli sociali, spinge verso nuovi scenari a due e che solo la libertà femminile poteva mettere in atto. La strada da fare certo è ancora lunga e alcuni tratti, seppur compiuti, sono ancora da “presidiare”. Nessuno può però più ignorare gli effetti della parità che avanza, o che come in questo caso, è in marcia!

 

 

Chi ha scritto questo post

Cecilia Sabelli

Cecilia Sabelli

Nasco a Roma, nello stesso anno in cui un Papa abbraccia il suo attentatore, un militare sovietico evita la guerra nucleare e una nota azienda informatica rilascia la prima versione di Word. Tutte anticipazioni sul mio futuro. Non diventerò Pontefice e non sventerò guerre, ma mi dedicherò all'arte dello scrivere imparando tanto nelle redazioni di Radio Vaticana, e di servizi esteri di agenzie stampa come l'AdnKronos. Giovane e donna, vivo, mi interrogo e scrivo di entrambi le condizioni. Mi sono affidata a Se non ora quando-Libere per trovare risposte: voglio capire come capitalizzare i risultati delle lotte che altre hanno fatto o stanno facendo per la mia libertà. Come reagire a una natura che mi impone dei tempi e a una società che sfrutta la scienza perché io li ignori pur di essere produttiva. Per ricambiare sono diventata autrice e web-editor del sito del gruppo. Finite le domande volerò in Brasile per parlare la lingua in cui ho avuto l’immenso piacere di discutere la mia tesi di laurea.

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