INTERVISTE

CECILIA PECK racconta il padre Gregory, “anche lui contro la violenza di genere”

Ph. Holliwood.com
Ilaria Ravarino
Scritto da

Trent’anni fa è stato presidente in California della prima associazione per la tutela della vittime di stupro […] Lui era Atticus Finch. Se fosse stato un avvocato si sarebbe comportato esattamente come lui. 

12011158_10153040384942124_93164835028894950_nUna leggenda del cinema, un uomo di grande fascino, un padre modello. E un difensore sensibile dei diritti delle donne, tra i primi a mobilitarsi contro la violenza di genere. Così, a 100 anni dalla sua nascita, Cecilia Peck ricorda il padre Gregory, una delle più grandi star del cinema occidentale e Oscar nel 1963 con Il buio oltre la siepeSe non ora quando – Libere ha incontrato Cecilia al Festival del Cinema di Taormina, dove la donna ha presentato la sua prima regia, Brave Miss World, trasmessa da Netflix negli Stati Uniti. Un documentario che racconta la caduta e la faticosa rinascita di Linor Abargil, incoronata Miss Universo nel 1998 un mese dopo essere stata vittima di una terribile violenza a Milano: “Se ho fatto questo film è anche grazie a mio padre – ci ha detto – e a tutto quello che mi ha insegnato”.

Quando è entrata in contatto per la prima volta con Linor?

Nel 2008. Era venuta a Los Angeles per cercare una regista che volesse raccontare la sua storia. Voleva assolutamente essere diretta da una donna. Quando l’ho incontrata, ho realizzato subito che dietro alla sua forte determinazione si nascondeva anche una grande fragilità. La sua vulnerabilità mi ha convinta a entrare nel progetto.

Linor è vittima di violenza. Ma solo alla fine del film sceglie di raccontare quanto brutale sia stato lo stupro. Perché?

Perché il film vuole essere prima di tutto il racconto di come ci si possa risollevare dopo un’esperienza del genere, e di quanto sia importante parlarne. Indipendentemente dalle modalità con cui la violenza è stata perpetrata.

Il film riporta in Italia Linor, per la prima volta dopo il terribile evento.

All’inizio non voleva tornare, ma da quando ha cominciato a occuparsi di altre sopravvissute, raccogliendo le loro storie, ha capito che per essere utile alle altre doveva prima curare se stessa. E così ha deciso di affrontare le sue paure. L’Italia la terrorizzava, il sistema di giustizia italiano l’ha tradita rilasciando il violentatore e solo l’idea di mettere piede a Milano la mandava in agitazione. Alla fine è venuta. E poi è tornata per mostrare il film proprio a Milano. È stato importante, per lei, parlare al pubblico italiano, confrontarsi, sentirsi capita e amata.

Content not available.
Please allow cookies by clicking Accept on the banner

Cosa fa Linor ora?

È diventata avvocato e periodicamente si incontra con le donne vittime di abusi. Le incoraggia a parlare e denunciare. Ha tre figli.

E lei? Cosa le ha lasciato questo film?

Non penso che potrò mai dimenticare quel che ho visto, vissuto e imparato. Questa esperienza sarà sempre parte di me e del mio lavoro. Se combatti per avere una voce, dopo che l’hai ottenuta non devi smettere di parlare. In famiglia non mi sopportano più… la violenza di genere è diventata per me un chiodo fisso.

È stato difficile trovare i finanziamenti?

Molto. Abbiamo cominciato a girare subito, a fine 2008, ma i fondi non erano sufficienti. E così abbiamo aperto un sito internet, cercando il denaro per continuare da amici e investitori. Abbiamo chiuso con successo una campagna di crowdfunding su Indiegogo: la gente ha risposto con una partecipazione che non mi sarei mai aspettata. In tutto abbiamo impiegato cinque anni per finire il documentario. Un periodo lungo, durante il quale Linor stessa è cambiata: a un certo punto ha voluto fermarsi per qualche mese, il processo per lei stava diventando molto doloroso.

Nei credits compare anche Sharon Stone: qual è stato il suo contributo?

Sharon è coproduttrice esecutiva. Ha visto alcune sequenze del girato a casa sua, a Los Angeles, e ha deciso di aiutarci a richiamare l’attenzione della comunità hollywoodiana sul progetto. Ci ha messo il suo nome, la sua faccia, le sue conoscenze. È stata grandiosa.

Ha altri progetti?

Sì ma non li annuncio. A Hollywood, soprattutto se sei donna, devi mettere insieme talmente tanti pezzi per arrivare a fare un film che non sai mai come andrà a finire. Diciamo che ho due progetti in uno stadio iniziale, vediamo quali dei due ce la farà.

Anche la figlia di Gregory Peck fatica a trovare la sua strada come regista?

Certo. Ho avuto molte opportunità di incontrare persone chiave dell’industria, ma allo stesso tempo subisco più di altri la pressione delle aspettative. Se hai un parente famoso non è detto che tu abbia successo. Anzi, probabilmente devi lavorare ancora di più per farti rispettare.

Qual è l’eredità più grande che le ha lasciato suo padre?

Mi preoccupo delle stesse cose. La giustizia sociale. Il rispetto per il lavoro degli altri, la scelta di film che abbiano un contenuto morale profondo. Lui mi influenza moltissimo, ancora oggi. Lo ricordo come un padre fantastico, mai arrabbiato a casa, mai nervoso sul set. Aveva una grazia speciale nel rapportarsi agli altri individui.

Avrebbe potuto raccontargli una vicenda tremenda come quella di Linor?

Certo. Se mi fosse capitato qualcosa di terribile, se fossi stata nei panni di Linor, avrei potuto parlargliene senza timore. La paura di far preoccupare i propri genitori e di essere giudicate è uno dei motivi per cui le vittime, specialmente le più giovani, preferiscono tacere. Eppure, è proprio nel momento in cui verbalizzi la violenza, che cominci a curarti. Certo per mio padre sarebbe stato molto doloroso, lo avrebbe tormentato l’idea di non avermi saputa proteggere.

12WATCHMAN-master315

Gregory Peck nei panni di Atticus Finch in “Il buio oltre la siepe”. Credit Universal Studios

Suo padre si impegnava su questi temi?

Trent’anni fa è stato presidente in California della prima associazione per la tutela della vittime di stupro.

Se dovesse associare suo padre a un personaggio che ha interpretato?

Lui era Atticus Finch. Se fosse stato un avvocato si sarebbe comportato esattamente come lui. Sono cresciuta con un padre meraviglioso. So di essere stata fortunata.

Il suo Oscar lo tiene lei?

Sì, in camera da letto. Sul mobile di mamma.

 

Chi ha scritto questo post

Ilaria Ravarino

Ilaria Ravarino

Sono una giornalista e scrivo dalla Germania di cultura, costume e tecnologia per le testate Gioia, Il Messaggero, Leggo e Otto e 1/2. Con la rubrica "Iogiocodasola", sulle pagine di Rolling Stone, ho raccontato per un paio d'anni il mondo dei videogiochi da una prospettiva femminile: più che divertente, è stata un'esperienza illuminante. Videogiocatrice, femminista, appassionata di letteratura cyberpunk e orgogliosamente nerd, vivo a Berlino da quando è nato mio figlio. Sono tra le fondatrici del movimento Se non ora quando?

Commenta

Questo Sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza. Proseguendo nella navigazione acconsentirai al loro utilizzo. Scopri di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi