CARE LIBERE

Donne di ogni fede insieme contro tutti gli stereotipi

 

 

Care Libere e care lettrici di CheLiberta.it,

questo articolo nasce dalla constatazione della crisi verticale che quotidianamente si profila davanti ai nostri occhi non solo delle ideologie di un tempo, ma anche e soprattutto della spinta trasformatrice delle idee di progresso di cui in passato tutti ci siamo in qualche modo ammantati. Il vecchio mondo si trasforma di fronte alla spinta dissolutrice della globalizzazione neoliberista, senza che una reale alternativa possa in qualche modo metterla in crisi. Questa globalizzazione ha prodotto finora grandi cambiamenti nell’economia, nella politica e nella vita quotidiana, un po’ dappertutto e ha lasciato in qualche modo orfano chi ha creduto nell’irresistibilità del progresso economico e soprattutto umano, producendo enormi cambiamenti climatici, migrazioni di massa e guerre delle quali non si vede la fine. Il crollo delle ideologie ha fatto riemergere in Europa sciovinismo, populismo e nazionalismo, chiusure e persino razzismo. Un Paese come la Francia sembra in preda a un’ideologia neocoloniale, al punto da considerare come estranea una parte della sua stessa popolazione.

Di fronte a questa situazione le donne europee si sono trovate di fonte a vecchi e nuovi problemi. Stiamo assistendo ad una gigantesca crisi di civiltà, non solo di quella occidentale ma delle civiltà tout court. L’emergere della più sfrenata distruttività e violenza da parte di eserciti regolari o irregolari, con bande armate che insanguinano decine di paesi; l’enorme traffico di droga, armi ed esseri umani; il moltiplicarsi delle vecchie e nuove schiavitù: esigono una risposta in primo luogo dalle donne. Esigenza primaria, quella della pace, per la cui affermazione si battono le donne di tutte le fedi e di nessuna fede ed esigenza basilare dell’essere umano.

L'aeroporto di Bruxelles dopo l'attentato dello scorso 22 marzo [John Thys AFP Getty Images]

L’aeroporto di Bruxelles dopo l’attentato dello scorso 22 marzo [John Thys AFP Getty Images]

Noi, come donne musulmane, ci troviamo di fronte da una parte alla reazione populista della destra, dall’altra all’islamofobia in salsa progressista neocoloniale per cui chi non rientra nel target stabilito da chi ha il potere non è un cittadino. La lista degli esclusi è lunga e gli effetti deleteri: li stiamo vivendo in questi giorni in Francia e in Belgio con la crescente estraniazione di tipo anarcoide o addirittura jihadista di molti giovani dei ghetti nelle periferie di quei paesi. Si tratta di un fenomeno che prima era arginato dalla presenza di un tessuto sociale in quei quartieri, mentre adesso la marginalizzazione sociale non trova ostacoli e chi non può o non vuole assimilarsi rimane definitivamente ai margini  del sistema.

In Italia la situazione é diversa a fronte di un minore radicamento della comunità islamica, presente da pochi decenni nel panorama italiano. Abbiamo invece meno problemi relativi a quella che con una brutta parola si chiama integrazione. Abbiamo tra l’altro centinaia, forse migliaia, di giovani donne laureate a pieni voti, alcune delle quali hanno fatto enormi sacrifici insieme alle loro famiglie per ottenere la sospirata laurea e che oggi meriterebbero un impiego qualificato. La politica sembra assente ed assorbita da altro oppure impegnata a montare furibonde campagne xenofobe.

Le moschee, criminalizzate per anni dai media, possono essere invece terreno di formazione della cittadinanza attiva di una società realmente multiculturale e multireligiosa. Purtroppo, abbiamo visto in questi anni anche in Italia, il tentativo di marginalizzarle e di criminalizzarle. Si è utilizzata l’ignoranza in materia, mescolando tradizione e religione politica e religione con l’attacco a determinati aspetti dell’Islam come l’uso del velo e il rafforzamento degli stereotipi della donna musulmana sottomessa al maschio padrone, violento e oppressore. Questo proprio mentre noi, come si è visto recentemente a Milano, col progetto antiviolenza Aicha, cercavamo di decostruire gli stereotipi e di lavorare direttamente sul vissuto delle donne portando delle istanze di reale progresso e cambiando la vita di molte di loro soprattutto immigrate. Le cercavamo una ad una e andavamo a parlarci rischiando anche di subire le chiacchiere di chi ottusamente ci accusava di distruggere le famiglie. Casomai le abbiamo costruite le famiglie.

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In questo lavoro quotidiano le donne possono farcela. Le donne in quanto datrici di vita non solo perchè affrontano gravidanze e parti, ma perchè nutrono e proteggono ogni giorno in guerra e in pace bambini e anziani, oggi come quattromila anni fa. Le donne perchè sono le prime vittime di dittature, eccidi, stermini per fame e povertà. Le donne che nel Sud del Mondo arrivano anche a vendere se stesse per sfamare i figli che muoiono di fame, che sacrificano la loro vita lavorando nelle case per dodici ore al giorno o nelle fabbriche per sfamare e mantenere i figli agli studi. Quelle che, anche godendo di una situazione economica favorevole, comunque si sobbarcano il triplo lavoro per quarant’anni della loro vita per arrivare a fine mese con la famiglia a cui non manchi nulla.

La lettera alle donne islamiche di Cristina Comencini apparsa su Cheliberta.it lo scorso 23 aprile:

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Sempre le donne. Quelle che si guardano dentro per capire che al di là delle diversità di nazionalità, di credo, di opinione o altro, esse possono farcela insieme. La difesa della vita, una difesa intelligente della vita,  significa difendere i diritti sociali per evitare che la donna, oltre ad essere oppressa da uomini maschilisti e prepotenti, divenga anche una merce. Di corpi in vendita ne è pieno il mondo, vorrebbero farci credere che per fare carriera dobbiamo sottostare ai loro ricatti. Che dobbiamo firmare lettere di dimissioni in bianco. Che dobbiamo essere belle e magre per obbligo se no niente lavoro. Che dobbiamo andare minigonnate e disponibili, oppure che dobbiamo rinunciare al velo e alla preghiera nelle ore stabilite. Discriminazioni odiose che costellano la vita di tante donne di ogni età, fede e nazionalità.

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Manifestazione Se non ora quando? (11 dicembre 2011)

E invece no. Non solo credo che le donne possano e debbano farsi valere per la loro intelligenza, per le loro effettive capacità e competenze e non per la loro bellezza. Credo, anche e soprattutto, che dobbiamo batterci per una società inclusiva, dove lavorano belli e brutti, abili e non, bianchi e neri, musulmani e non musulmani, tutti con la medesima dignità. E dove una donna possa scegliere di stare a casa e partorire anche sei figli senza essere messa in croce, purchè lo scelga lei, perchè partorire non è una brutta malattia, ma è anche costruire il futuro di un Paese. Anche per questo, sono solidale con l’impegno di Se non ora quando – Libere, e affinché si eviti una legge mostruosa come quella che permetterebbe la compravendita o la cessione di un neonato da parte di una madre surrogata, vero contenitore umano. Legge che lederebbe in primis il diritto del nascituro ad avere una madre e a non essere una merce acquistata a caro prezzo. Perchè scusate allora la persona diventa “cosa”. E se ha un senso oggi dirsi musulmani, o dirsi di sinistra, è proprio la vita umana, minacciata dalle belve dell’Is ma anche da chi provoca migliaia di suicidi e aborti per povertà, che noi dobbiamo difendere. È dalla vita, secondo la concezione islamica creata da Allah per amore, e di cui ognuno è custode che si riparte…

 

Chi ha scritto questo post

Donatella Amina Salina

Donatella Amina Salina

Nata a Roma il 30 gennaio del 1961, laureata in Sociologia, funzionario ministeriale. Collaboro con la rivista www.ildialogo.org e mi interesso oltre che di Islam e di femminismo, anche di questioni geopolitiche. Sono sposata, ho tre figli studenti con la passione delle lingue e vivo a Roma, nel quartiere Don Bosco con la famiglia e tre amatissimi gatti. Musulmana dal1993, cofondatrice dell'Associazione che gestisce la moschea AlHuda, ho tenuto delle conferenze e sono intervenuta più volte anche in televisione come musulmana italiana.

2 Comments

  • Mi spiace di far parte, evidentemente, del populismo, nonostante la mia laurea e 30 anni d insegnamento. Ho avuto esperienze dirette con islamici invasori, le donne sono sottomesse ignoranti, infantili, spesso picchiate, (arriva subito il capo zona mussulmano ,se sono in condominio, a metter ordine).Non è accettabile un intervento sul corpo (l’obbligo di velo).L integrazione è un concetto europeo, cristiano, loro la rifiutano, non intendono integrarsi, non hanno dubbi sulla superiorità dell islam.Noi stupidamente ci adattiamo a tutto, accettiamo che UE studenti islamici rifiutino di dare la mano alla docente ,con gli altri, xche’ donna e impura.Riteniamo che sia secondario.Non è secondario.È complementare con gli attacchi armati, le stragi, ormai a scadenza bimensile.È un’ invasione , una conquista, anzi una riconquista,xche’ già possedettero l Europa e la loro totale disfatta e cacciata, li annichilì e umiliò x secoli, fino ad oggi.Mi spiace di aver ascoltato poco la grande Oriana Fallaci,aveva visto giusto.Saluti.

  • E meno male che sei di sinistra.O no????,Si perche ormai tra destra neocoloniale e sinistra ancora più neocoloniale siamo messi bene.Se ho scritto subquesto blog ovviamente è segno che una serie di valori comuni tra me e loro esiste.Lei invece mi sembra una leghista o peggio.Io sono italiana non mi devo ne mi voglio integrare al monoteismo del mercato e alle false liberta che non sono altro che colonialismo mascherato fondamentalismo laico o cristiano non importa l altra faccia
    dell oppressione..Ci permetta di liberare senza paternalismo esterni quelle persone che eventualmente fossero vittima del patriarcato e del maschilismo all interno della nostra comunità.Ci sono psicoghe sociologhe antropologhe medici e mediatrici culturali ne bianche ne cristiane ne occidentali ma femministe in grado di farlo.Digiti jihad gender su Google e se ne renderà conto da sola.Cordiali saluti

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