NO ALL'UTERO IN AFFITTO

Perchè l’autodeterminazione non c’entra

Francesca Izzo
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Se si accetta come nella maternità surrogata, anche quella solidaristica, di spezzare l’unitarietà del processo, di segmentarlo in ovociti, gravidanza e neonato […] si incrinano le basi stesse dell’autodeterminazione.

 

Nel dibattito in corso, alcune donne ricorrono al concetto di autodeterminazione per sostenere la liceità della maternità surrogata. Sostengono che va riconosciuta la libertà e autonomia delle donne che decidono di “donare” il proprio utero per consentire a terzi di avere un bambino così come fu riconosciuta l’autodeterminazione delle donne nel caso dell’aborto con la legge 194. Il parallelo, però, non tiene, anzi è completamente sbagliato per due motivi.

Il primo riguarda l’origine del concetto e il percorso compiuto per arrivarci. Se si fosse definita la scelta dell’aborto un diritto soggettivo si sarebbe inevitabilmente arrivati a far configgere questo diritto con quello di altri soggetti quali il padre del nascituro e il nascituro stesso. Per evitare tutto ciò si fece, dunque ricorso al concetto di autodeterminazione che riconosceva alle donne, in ultima istanza, la responsabilità di decidere se accogliere o non accogliere una nuova vita. Infatti è la donna che deve mettere in gioco tutta se stessa nella gravidanza, nel parto, nell’accoglienza del neonato. Solo attribuendo dignità esistenziale all’intero processo procreativo e alle donne la titolarità soggettiva di esso, si è affermata l’autodeterminazione che comporta la libertà di essere o non essere madri.

Se si accetta però come nella maternità surrogata, anche quella solidaristica, di spezzare l’unitarietà del processo, di segmentarlo in ovociti, gravidanza e neonato, di togliere alla gravidanza ogni “pregnanza” fisica, emotiva, relazionale e simbolica e di separare la personalità della donna dal processo procreativo, si incrinano le basi stesse dell’autodeterminazione.

IMG_4318Il secondo motivo è che l’autodeterminazione, assolutamente valida per l’interruzione di gravidanza, non è adeguata nel caso della maternità surrogata perché non tiene conto di quello che è il processo della maternità. La donna che decide di essere madre, infatti, vede la sua libertà intrinsecamente connessa alla responsabilità nei confronti del bambino: la sua è una libertà che trova il confine nell’altro. È una libertà, questa della donna che sta per diventare madre, che ha il suo limite nella libertà del bambino che non può e non deve perderla. Nella maternità surrogata, invece, sia che il bambino diventi oggetto di dono sia che diventi oggetto mercantile, questa libertà andrebbe perduta.

AZlTvTKN*Leggi il testo integrale dell’articolo di Francesca Izzo pubblicato su l’Unità lo scorso 3 maggio 2016 dal titolo Che fine ha fatto l’autodeterminazione?.

 

Chi ha scritto questo post

Francesca Izzo

Francesca Izzo

Vivo a Roma ma sono originaria di un piccolo paese del casertano. Sono sposata con un figlio. Ho insegnato fino a qualche anno fa Storia delle dottrine politiche all'università l'Orientale di Napoli. Ho fatto parte dell'associazione di donne DiNuovo, e sono tra le fondatrici del movimento Se non ora quando. Dalla ormai lontana giovinezza partecipo a gruppi, movimenti, coordinamenti di donne e ne scrivo. Penso che la sfida più grande alla cultura e alla politica sia realizzare un mondo a misura delle donne e degli uomini, a misura dei due sessi. Dopo l'intensa esperienza del movimento Se non ora quando? sono persuasa che questo sia il tempo di rendere popolari le idee legate alla libertà femminile e quindi ho deciso con le altre di Libere di dar vita al sito Che Libertà.

2 Comments

  • Insomma, in sintesi, da “l’utero è mio e me lo gestisco io” si è arrivati alla pretesa di gestire anche l’utero altrui… Al di là delle battute, trovo che le Sue argomentazioni non siano per niente convincenti.
    Ora, uno può, del tutto legittimamente, ritenere che la gestazione per altri non sia cosa bella o buona, o decorosa, o elegante, o solidale, o dignitosa. Ma non è questo il punto che, in ordine alla RILEVANZA PUBBLICA della faccenda, siamo chiamati ad affrontare. All’interrogativo se si tratti di cosa bella o buona, o decorosa, o elegante, o solidale, o dignitosa, ognuno dà, se ritiene di avere le idee chiare al riguardo, la propria risposta sul piano individuale e si regola di conseguenza. La domanda cui siamo chiamati a rispondere – in quanto la gestazione per altri (maternità surrogata è una locuzione inesatta sotto il profilo concettuale e quindi fuorviante) in una società liberale si configura come pratica che vede il concorso di adulti capaci di decidere in autonomia, consenzienti, consapevoli e informati, che danno prova di essere persone all’altezza di tale situazione comunque molto particolare e delicata (un po’ come coloro che chiedono di adottare un bambino: non a tutti viene concesso) e che agiscono in un quadro dettagliato e chiaro di regole legali e contrattuali a tutela di tutte le parti in causa (nascituro compreso, ovviamente) nonché in una condizione di massima assistenza sanitaria, e dal momento quindi che tale pratica non riguarda nessun altro se non i diretti interessati e che non lede in alcun modo la sfera di terzi – è se ci sia un motivo, razionalmente argomentato, per cui essa debba essere vietata dalla legge, la quale, diversamente dalla censura morale, dal precetto religioso, o dalla regola estetica e di buon gusto, dall’etichetta, è coercitiva e vincolante per tutti. Io inclino a pensare che una ragione vera, un motivo cioè che non sia di carattere squisitamente morale, o che non risponda a una visione religiosa, non ci sia, perché, in definitiva, il divieto andrebbe a ledere l’autonomia dell’individuo, che vien così messo in una condizione di minorità decisionale con piglio paternalistico e autoritario, nel senso che con riferimento alla gestante, qualcuno decide al posto di lei che lei è una sfruttata e che quindi il meglio per lei è di astenersi dal diventare una gestante per altri, qualunque cosa lei voglia o pensi al riguardo. Non nego certo che in determinate situazioni e contesti possa sussistere un profilo di sfruttamento. Ma laddove il problema è lo sfruttamento, è contro lo sfruttamento che si deve combattere, non contro la gestazione per altri, cui lo sfruttamento non è connaturato. Né trovo convincenti le ipotesi, del tutto aleatorie e congetturali, sul trauma che il neonato subirebbe in seguito all’allontanamento da colei che lo ha partorito e che, è bene ribadirlo, non è la madre. Non le trovo convincenti perché non suffragate da riscontri oggettivi, perché le indagine condotte sui nati da gestazione per altri non sembrano indicare criticità specifiche, e perché la tutela che si pretenderebbe di esercitare a loro benefico avrebbe come esito l’impossibilità che nascano, che costituisce una forma di tutela per lo meno un po’ singolare.

    • sugli “adulti capaci di decidere in autonomia, consenzienti, consapevoli e informati, che danno prova di essere persone all’altezza di tale situazione …”. A me questo quadro sembra del tutto utopico: un grado così alto di autonomia, consenso, soprattutto consapevolezza e informazione, tutti contemporaneamente presenti nella donna che dovesse decidere di prestare il proprio utero, lo vedo pochissimo realistico e possibile.
      A proposito di “condizione di massima assistenza sanitaria”: ok, ma ricordo, banalmente, che anche da noi, sia pure in rari casi e anche in strutture di eccellenza, di parto e di gravidanza si continua a morire; solo l’anno scorso, mi par di ricordare che, per infausta casualità, almeno 4 o 5 donne siano morte, da nord a sud, per gravidanza/parto, nel giro di pochi giorni.
      Sulla lesione della sfera di terzi: io qualche dubbio ce l’avrei anche qua: se prendiamo a modello le leggi di altri paesi dove la surrogacy è normata e dove viene richiesto alla donna donatrice di essere già madre di figli propri, mi chiedo ad esempio cosa possa chiedere e pensare un bambino che vede la propria madre col pancione, e magari è grandicello e sa come va a finire, e poi non vede fratelli o sorelle, e non sono così sicura della tranquillità di questo bambino nemmeno di fronte alle migliori spiegazioni della madre, dei genitori ….
      Ma ancora una volta, così come capita con il tema della prostituzione libera e autodeterminata, mi pare che la “nobilitazione” di questo fenomeno sia un po’ troppo facile, tanto poi, anche qua, mica devono farlo le nostre figlie o le nostre sorelle!

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