ABORTO PARLIAMONE

Da obiezione di coscienza pericolo nuova clandestinità

Simonetta Robiony
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Fu giusto, quarant’anni fa, prevedere che i medici potessero dichiarasi contrari all’aborto: la legge non c’era quando avevano abbracciato la loro professione, imporgli di agire contro la loro coscienza sarebbe stato sbagliato. Ma oggi che senso ha?

 

A quasi quarant’anni dall’approvazione della legge 194 che regolamenta in Italia l’interruzione di gravidanza, ancora si attende che la sua piena attuazione diventi effettiva. Scarseggiano i consultori, i tempi d’attesa sono lunghi ma, soprattutto, scandalosamente alto è il numero di medici che si dichiarano obiettori di coscienza e che, quindi, non sono tenuti a praticare l’aborto. La media italiana dei ginecologi obiettori è del 70% ma in alcune regioni si arriva al 90 % costringendo le donne a migrazioni faticose e umilianti. I dati ufficiali in realtà farebbero ben sperare. Nel 2013 c’è stato un calo delle interruzioni di gravidanza del 4,2% rispetto all’anno precedente e la maggior parte delle donne che vi hanno fatto ricorso sono state donne di origine straniera. Si è diffusa l’abitudine di ricorrere a metodi contraccettivi per evitare gravidanze indesiderate? Nonostante manchi nella scuola ogni tentativo di educazione sessuale, i ragazzi di oggi stanno imparando a praticare un sesso sicuro? Potrebbe essere. Ma potrebbe anche essere che, come in passato, scoraggiate dallo scarso appoggio fornito dagli ospedali, l’aborto stia scivolando in silenzio in quella clandestinità degli interventi privati e costosi da cui fu tratto con una lunga battaglia e con un referendum vinto nel 1978.

aborto aborti - 13 settembre 2013

Se così fosse sarebbe davvero un passo indietro. La 194 è, infatti, una buona legge. Una legge che lascia alla donna la decisione ultima riconoscendone l’autodeterminazione. Ammette l’aborto solo entro i primi tre mesi di gravidanza, salvo casi speciali, e lo fa unicamente per la tutelare la salute fisica e psichica della donna. Soprattutto, però, è una buona legge perché prevede per la donna un percorso all’interno di strutture pubbliche capaci di fornire accudimento e assistenza, offre colloqui nei consultori con specialisti e tempo di riflessione per una decisione ponderata. Attraverso la sanità pubblica lo Stato, insomma, si fa carico del problema, così come fa, o dovrebbe farlo, per ogni cittadino bisognoso di assistenza medica.

Senza titolo-1-Recuperato444Il ricorso tanto massiccio all’obiezione di coscienza da parte dei medici potrebbe rendere vana, snaturandola, questa buona legge. Già oggi crea problemi di isolamento a quei pochi medici ospedalieri che, contro la maggioranza dei loro colleghi, continuano a praticare gli aborti, ma in futuro quanti riusciranno a resistere alle pressioni dell’ambiente che li circonda? Fu giusto, quarant’anni fa, prevedere che i medici potessero dichiarasi contrari all’aborto: la legge non c’era quando avevano abbracciato la loro professione, imporgli di agire contro la loro coscienza sarebbe stato sbagliato. Ma oggi che senso ha? È come se un giudice per questioni di coscienza si rifiutasse di sottoporre a processo un ladruncolo da quattro soldi perché gli fa pena. Come se un poliziotto della stradale non volesse elevare una multa per un modesto eccesso di velocità perché tanto lo fanno tutti.

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Un medico che accetta adesso di diventare medico presso un ospedale dovrebbe sapere che deve rispettare la legge italiana, qualunque legge, anche quella sull’interruzione volontaria di gravidanza che esiste e viene applicata da lungo tempo. Nel caso la sua coscienza glielo impedisse dovrebbe, invece, rinunciare a lavorare nella sanità pubblica ripiegando su una attività privata. All’estero accade. Da noi no. Possibile che soltanto in Italia un numero tanto elevato di medici sia così sensibile alle questioni di bioetica? Oppure sono altre le ragioni per cui si rifiutano di praticare l’aborto, intervento professionalmente poco gratificante e in fondo inutile per la loro carriera?

 

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

1 Comment

  • Non penso : se e’ una prestazione urgente c è l obbligo di fissare la data entro 72 ore.Le clandestine (pochissime vedo sbarchi di solo afroislamici maschioni tutti ben nutriti), non possono restare nel ns Paese: vanno ri!mandate.Le pochissime, (mai viste x vero,) siriane ,irakene eritree, sono informatissi!e sui contraccettivi e sulle pillole abortive.In caso proprio di aborto, ,(ma che rifugio è dove ti chiedono di abortire?), poniamo che il bimbo sia frutto di violenza c’è quindi incompatibilita’ secondo la libertà della donna : sicuramente avrà ogni assistenza.Le Italiane, invece, facciano il favore di usare i contraccettivi più sicuri senza se e senza ma !

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