INTERVISTE

EDOARDO ALBINATI: l’autonomia femminile può mettere paura ai maschi

Simonetta Robiony
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Un numero, per fortuna, decrescente di uomini si sente ancora padrone della donna che ha al fianco, ma altri, pur deprecando ad alta voce questi crimini, in fondo a loro stessi se ne sentono come risarciti.

 

 

generaimg-1Nel suo ultimo libro, “La scuola cattolica”, 1300 pagine edite da Rizzoli, Edoardo Albinati, tra i molti temi esaminati, affronta quello della formazione del maschio, a metà degli anni settanta, nel borghesissimo quartiere Trieste di Roma, all’interno dell’istituto dei Padri Maristi San Leone Magno, allora scuola per soli alunni maschi. Al centro del racconto il delitto del Circeo, dove tre ragazzi di buona famiglia, compagni di scuola dell’autore, nel 1975, pochi mesi prima della morte di Pasolini, in una villa del Circeo sequestrano, violentano e torturano due ragazze della periferia, uccidendone una e segnando l’altra per sempre. Il caso suscitò orrore e sbalordimento, oltre a molte analisi sociologiche, fatte da esperti e giornalisti, sul rapporto tra i maschi ricchi e le femmine povere, in chiave pseudo marxista, come si usava in quegli anni.

Albinati, però, ha deciso di lavorare per nove anni e con cura da entomologo su quel periodo e non quando avvenne il delitto, ma solo quando uno dei tre assassini, Angelo Izzo, ormai in regime di semi-libertà, uccise nuovamente due donne, una madre e una figlia. È allora che gli è parso necessario andare alle radici della violenza maschile e cominciare a studiarla.

Che idea si è fatto?

Mi è parso di capire che il quartiere Trieste, a metà degli anni Settanta, potesse diventare il simbolo dell’Italia, paese di frontiera dove si sono scontrate due faglie temporali: da un lato i movimenti radicali portatori di valori che rompevano con il passato, dall’altro la resistenza dei valori borghesi che si sentivano assediati da ogni contestazione. Gli anni Settanta sono ricordati come “Anni di piombo”. È riduttivo. Furono anche “Anni d’ oro” per la vivacità e la ricchezza di ogni sperimentazione: nell’arte, nel cinema, nel costume. Nel quartiere Trieste, come nel resto d’Italia, queste due morali dovevano convivere: spesso ci riuscirono, a volte, invece, arrivarono allo scontro armato oppure alla violenza gratuita. Qua fu ucciso il giudice Occorsio, qua morì il poliziotto Serpico, qua c’era la sede del MSI di Caradonna e dei suoi picchiatori.

albinatiLei, però, parla soprattutto della formazione giovanile di studenti di una scuola privata cattolica.

Sì. Questo era il San Leone Magno. Ma più che la impronta religiosa, le preghiere, gli ammonimenti, a mio avviso è stato nocivo per noi crescere in una scuola solo maschile, per l’eccesso di cameratismo che si sviluppava tra noi, ma soprattutto per la distanza con cui guardavamo le ragazze e sognavamo il sesso. Il movimento di liberazione della donna cominciava ad affermarsi mentre noi, studenti maschi senza compagne con cui confrontarci, finivamo per immaginare le donne come creature idealizzate oppure come esseri da distruggere, un dualismo fuori dalla realtà.

 

Perché?

Perché il modello maschile tradizionale era ormai in crisi: l’uomo giusto, forte, paziente, impermeabile a ogni emozione, era messo in discussione, anche se continuava ad esercitare un fascino su di noi. C’era lo spirito di gruppo, a scuola, ma c’era anche la competizione tra compagni, c’era il bisogno di tenerezza e l’esibizione della forza, non potevamo esprimere la nostra sensibilità perché saremmo stati accusati di essere femminucce. Eppure, i maschi di allora erano fragilissimi. Dirò di più. Il modello virile è sempre stata una costruzione fittizia destinata al fallimento, ma in quel periodo, quaranta anni fa, cominciavano a proporsi anche altri modelli di mascolinità e questo aumentò il livello di frustrazione di alcuni ragazzi che svilupparono una sessualità contorta, infelice, sbagliata, nascosta dietro le buone maniere. La mia idea è che il delitto del Circeo sia figlio di questo clima. Sia stata una folle rappresaglia contro l’altro, il diverso. Un diverso che per quel tipo di maschio era la femmina. Le ragazze per strada esibivano minigonne cortissime o pantaloni molto larghi: noi conoscevamo solo le gonne al ginocchio delle nostre madri e le gonne delle tonache dei nostri preti. E l’unica immagine femminile sotto cui passavamo ogni giorno era quella della Madonna.

Dopo il delitto del Circeo cambiò il clima del quartiere?

Divenne peggiore. Si aveva paura. Il terrorismo era esploso. Tutti sapevano che potevano uccidere o essere uccisi. Era all’ordine del giorno.

 

Oggi che, perfino il San Leone Magno è diventato una scuola aperta alle ragazze, i bambini e le bambine crescono insieme dall’asilo-nido fino all’università e i modelli sessuali si sono moltiplicati, va meglio?

Vero. Tutte le strutture esclusivamente maschili in questi ultimi anni sono state cancellate con l’unica eccezione di quella sacerdotale, ma, nonostante ciò, mi sono convinto che l’adolescenza, il momento in cui si deve costruire il proprio sé, resti sempre un periodo assai duro: si fa fatica, infatti, a scegliere le regole con cui stare al mondo. Adesso che i ragazzi sembrano non spartire niente con noi adulti, che non fuggono più da famiglie oppressive né da ordini perentori, mi pare che la ricerca della propria identità si effettui come un puzzle: un pezzo lo prendo qua e uno là. Ma il controllo sociale dei ragazzi sui loro coetanei, attraverso l’uso dei telefonini, delle mail, delle foto, dei social e di quant’altro, è diventato vischioso e opprimente. Maldicenze e pettegolezzi si sprecano in una forma che pare esser diventata una ossessione. A volte assumono addirittura la forma di una vera persecuzione. No, non direi che gli adolescenti di oggi stiano meglio di noi.

Come mai, in una società tanto cambiata, ancora è altissimo il numero delle donne uccise dagli uomini che dicono di amarle?

Per spiegare questo fenomeno è stato creato il concetto di “dividendo patriarcale”. Un numero, per fortuna, decrescente di uomini si sente ancora padrone della donna che ha al fianco, ma altri , pur deprecando ad alta voce questi crimini, in fondo a loro stessi se ne sentono come risarciti: non uccidono né malmenano le loro compagne ma, quasi senza rendersene conto, sono grati a chi lo fa. L’autonomia femminile può mettere paura ai maschi che possono sentirsi inutili di fronte alla forza crescente delle donne. Sarà per questo, forse, che, tra quelli che hanno letto il mio libro, le giovani, non i maschi, sono le più interessate. Mi scrivono di essersi identificate nei ragazzi protagonisti, di aver capito cose, di esser contente perché io le abbia scritte. È un fenomeno curioso che mi ha sorpreso.    

 

*A proposito di alcuni argomenti trattati con lo scrittore Edoardo Albinati potrebbe interessarti anche l’articolo di Cristina Comencini uscito su Repubblica lo scorso 3 maggio.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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