RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ

Culle vuote, più soldi. Ma non basta

Ph. Claudio Iannone
Antonella Crescenzi

 

…il nodo centrale da sciogliere per combattere la denatalità è la considerazione sociale della maternità. Considerazione che oggi è davvero minima: licenziamenti, gravidanze scoraggiate, carriere a rischio, servizi carenti penalizzano le donne così tanto che una su quattro, a due anni dalla nascita del figlio, perde il lavoro.

 

L’Italia è ormai diventata uno dei paesi a più bassa natalità del mondo, una tendenza che viene da lontano, che riguarda, seppure con differenti dimensioni, tutta l’Europa, che certamente la crisi economica degli ultimi anni ha contribuito ad acuire e che non accenna ad arrestarsi, tutt’altro! Il 2015 è stato il primo anno in cui il numero dei nati è sceso al di sotto della quota di 500 mila unità. Secondo le previsioni ancora provvisorie dell’Istat si sarebbero registrati infatti 488 mila nati: solo cinque anni prima, nel 2010, i nati furono 651 mila.

Fonte: La Repubblica, 16 maggio 2016 (Clicca per ingrandire)

Fonte: La Repubblica, 16 maggio 2016 (Clicca per ingrandire)

Diminuiscono i bambini, aumentano gli anziani. Con l’invecchiamento della popolazione, si riduce la quota di persone in età da lavoro che contribuiscono alla crescita del Pil e al sostegno del sistema di welfare (pensioni e sanità). Si tratta di un problema grave che getta ombre sul nostro futuro e investe la vita quotidiana delle famiglie, delle coppie e delle donne in particolare. Perché le donne italiane fanno meno figli? Perché rimandano sempre più in avanti il tempo della maternità? La risposta non sembra difficile: carenza di servizi pubblici e asili nido, insufficiente sostegno alla maternità, iniqua distribuzione dei carichi familiari, persistenza di vecchi modelli culturali in vaste aree del Paese. Le politiche a favore della natalità  allargate su un ampio spettro di interventi possono fare molto, lo si è visto in paesi, come ad esempio la Francia, che hanno adottato in passato provvedimenti ad hoc, di tipo strutturale e non legati alle contingenze, e ora ne colgono i frutti con una netta ripresa della natalità.

In Italia, di recente qualcosa è stato fatto, sia con il bonus bebè inaugurato nel 2015, sia con il Jobs Act che estende alle lavoratrici autonome alcuni diritti connessi alla maternità precedentemente riservati solo alle lavoratrici dipendenti. Ma, come ci dicono le statistiche, non è abbastanza per invertire la tendenza alla denatalità. Occorre fare di più e questa convinzione è alla base della proposta della Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, di inserire all’interno della prossima Legge di stabilità una estensione dei benefici relativi al bonus bebè. Oggi e fino al 2017 il bonus è riconosciuto ai nuclei familiari che hanno un Isee inferiore a 25 mila euro all’anno e a quelli che lo hanno inferiore ai 7 mila. I primi ricevono 80 euro al mese (960 all’anno) per ogni figlio, i secondi 160 euro (1.920 all’anno). Al vaglio dei tecnici del ministero ci sarebbero due ipotesi, di cui la più ambiziosa vede il raddoppio del contributo per il primo figlio e un ulteriore aumento dal secondo figlio in poi. I contributi sarebbero prorogati fino al 2020.

La proposta di Lorenzin è da accogliere positivamente sperando che vada a buon fine e che si trovino i finanziamenti necessari. Tuttavia, come già detto, per ottenere risultati soddisfacenti occorre una strategia complessiva e di lungo termine che dia nuovo risalto al valore sociale della maternità.

 

64923_10208665715590879_4485784624968461461_n

 

12744747_959837020776658_8448815541251971819_n

Se non ora quando – Libere a Genova per presentare il progetto “Riprendiamoci la maternità”.

A questo proposito, sono interessanti l’analisi prodotta e la terapia suggerita dal think tank Volta diretto da Giuliano Da Empoli, in un dettagliato studio dal titolo “Generare futuro. Culture e politiche per tornare ad essere un paese vitale”, curato da Alessandro Rosina e Riccarda Zezza. Dove, appunto, il nodo centrale da sciogliere per combattere la denatalità è la considerazione sociale della maternità. Considerazione che oggi è davvero minima: licenziamenti, gravidanze scoraggiate, carriere a rischio, servizi carenti penalizzano le donne così tanto che una su quattro, a due anni dalla nascita del figlio, perde il lavoro. Ecco allora la ricetta proposta: congedi di maternità flessibili, bond per finanziare il welfare, permessi di paternità retribuiti, patti con le aziende affinché alle lavoratrici-madri non vengano affidate mansioni inferiori a quelle precedentemente svolte, corsi di aggiornamento durante la gravidanza. E ancora: misure per favorire l’autonomia dei giovani, investimenti per gli asili nido, e fondi per la conciliazione (o meglio condivisione) tra famiglia e lavoro.

Un pacchetto di misure il cui cuore è l’abbattimento del “muro della maternità”, strumenti per cui la gravidanza non venga considerata un peso insostenibile per le aziende o il preannuncio dell’emarginazione per le donne. Un mondo del lavoro ostile verso la gravidanza, e anche l’impossibilità di poter condividere la nascita di un bebè con i padri, scoraggia infatti le donne a fare i figli.

Screen Shot 2016-05-18 at 00.33.02Con queste idee, Riccarda Zezza ha fondato il programma “Maternity as a master”, un pacchetto di misure (già sperimentate in alcune aziende) volte a cambiare i congedi, sia i cinque mesi obbligatori di maternità, sia i mesi facoltativi, associandole però ad altri interventi paralleli, quali il lancio di titoli che lo Stato si impegnerebbe ad utilizzare in misure di welfare e la paternità retribuita di almeno di due settimane. In sostanza, la maternità viene considerata un periodo “flessibile” in cui le lavoratrici-madri possano restare in contatto con l’azienda e continuare a formarsi, in un’ottica di long life learning anche durante la gravidanza. Un progetto interessante che si richiama alle esperienze del Nord Europa, di cui tenere conto nell’ottica delle politiche ad ampio spettro necessarie a reagire con efficacia all’emergenza demografica.

 

Chi ha scritto questo post

Antonella Crescenzi

Antonella Crescenzi

Economista, sono stata dirigente del Ministero dell'Economia e delle Finanze e della Presidenza del Consiglio dei Ministri; ho curato l'analisi dell'economia italiana, le politiche europee, le tematiche del lavoro e di genere. Ho pubblicato vari scritti su tali aspetti e sulla crisi economica mondiale. Sono sposata da 35 anni e ho un figlio musicista. Vivo a Roma. Non sono mai stata iscritta a partiti, sindacati e associazioni ma ho sempre avuto a cuore la questione femminile. Partecipando a Se non ora quando, prima, e a Libere, dopo, ho creduto di fare la cosa giusta per favorire un cambiamento non più rinviabile della nostra società.

Commenta

Questo Sito utilizza cookies per migliorare la tua esperienza. Proseguendo nella navigazione acconsentirai al loro utilizzo. Scopri di più

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi