IL POSTO DI SARA MAI PIÙ COMPLICI

Guardo e non passo

Ph. Tay Calenda
Sara Ventroni
Scritto da

 

Oggi tra le donne la rabbia vince il pianto. Oggi il silenzio strozza in gola le parole. Oggi abbiamo capito che tutto quello che c’era da dire lo abbiamo detto. E siamo stanche.
Oggi noi donne siamo Sara, una giovane donna arsa viva. 
Sì, come una strega.
L’atroce sofferenza ci smuove corde primordiali. Una immagine millenaria che affonda nella notte della coscienza.
Sara forse urla, ma nessuno la sente. Sara chiede aiuto, ma nessuno si ferma. Ignavi.

Quelli che per Dante non meritano nemmeno l’inferno, ma il suo vestibolo. Dannati senza posa, perseguitati da insetti che rovinano la loro faccia, e il sangue, misto alle lacrime, è un pasto, ai loro piedi, per altri vermi.
Dante è turbato da quello che vede. È disgustato.
Per questo mette in bocca al suo maestro il contrappasso più grave: “non ragionam di lor, ma guarda e passa”. 
La punizione più dura per gli indifferenti: l’indifferenza.

Ma io no. Io non sono teologa. Io non sono Dante.
E chiedo a quegli automobilisti che non si sono fermati alle urla di una ragazza, chiedo a tutti gli uomini che pensano che la cosa non li riguarda. Io ragiono di loro. Guardo e non passo.
Io chiedo loro di prendere parte. E parola. Di fermarsi.
Anche se ormai è troppo tardi, per Sara.

 

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Chi ha scritto questo post

Sara Ventroni

Sara Ventroni

Sono nata a Roma nel 1974. Attualmente collaboro con l'Archivio storico delle donne "Camilla Ravera" e con la Fondazione Istituto Gramsci. Ho pubblicato l’opera teatrale Salomè (No Reply, 2005); Nel Gasometro (Le Lettere 2006) e racconti sparsi (Sono come tu mi vuoi, Laterza, 2009; A occhi aperti, Mondadori, 2008; Scrittori in curva, Marotta&Cafiero 2009). Ho collaborato con Rai Radio 3 e sono stata editorialista dell’Unità. Anni fa, con il gruppo Di Nuovo abbiamo trovato la forza e le parole per riannodare, il 13 febbraio 2011, la relazione tra le donne e il paese. Ci siamo chieste, insieme agli uomini: Se non ora, quando? Oggi siamo ancora qui a domandarci – generazione senza figli e senza lavoro: che libertà?

2 Comments

  • Sara che dire è struggente quello che scrivi ,ma davvero qualcuno ha visto e non si è fermato davvero la paura e’ più forte di ogni pietà ? Che ne è stato di questa umanità sconfitta e spaurita , dove sono i colpevoli? Dolore condivio il nostro, le tue parole sono le mie

  • Ciao Sara, ma guarda se ti devo scovare in rete… nemmeno la tua mail ho più. Ma non è per nostalgia che commento qui sotto. No, qui ti scrivo un commento attinente. Io non lo so se mi sarei fermato. Chiamare la polizia di certo, fermarmi non lo so. Perché l’ho fatto, in passato, e più di una volta. Fino a una sera di due anni fa. Erano più o meno le sette, d’inverno, il lungotevere trafficatissimo, Ponte Vittorio illuminato dai lampioni. Lo stavo attraversando a piedi, quando ho visto due ragazzi (avranno avuto trent’anni) spingere due passeggini con due bambini biondi e bellissimi a bordo. E lui era letteralmente fuori di testa, agitatissimo, la insultava pesantemente, la minacciava. Lei era del tutto remissiva, quasi non parlava. Li ho seguiti per un po’ e quando ho visto che stava per aggredirla mi sono messo in mezzo. Solo parlando, non l’ho toccato. Purtroppo lui ha toccato me. Una serie di spintoni, insulti pesanti e nient’altro per fortuna, ma me la sono vista davvero brutta: era grosso e, penso, strafatto. Nessuna possibilità di difesa fisica contro un energumeno del genere, non avrei potuto farcela. A un certo punto mi sono accorto che poteva essere armato, dal modo in cui portava ogni tanto la mano a un rigonfiamento sulla tasca, come se fosse tentato di estrarre qualcosa. La moglie ci guardava e basta, sembrava quasi che stesse facendo il tifo per lui. Passavano uomini grossi il doppio di me che si sono letteralmente buttati in mezzo alla strada per passare dall’altra parte con il semaforo rosso, a rischio di essere travolti, pur di non essere coinvolti. Io cercavo di prendere tempo parlando per districarmi da quell’impiccio e guardavo disperato le due pattuglie di vigili (alcune erano donne) che stazionavano ai due estremi del ponte, come tutte le sere, e che non potevano non avere sentito: niente, non è venuto alcun soccorso nemmeno da quella parte. Non so come, sono riuscito ad allontanarmi e ad andarmene. Avvilito e pure umiliato, oltre che spaventato. Mettendomi in mezzo io mi aspettavo non tanto di far ragionare lui, che era chiaramente oltre le colonne d’Ercole del lume della ragione, ma di mettere in moto la solidarietà della comunità: se si fossero fermate altre due, tre, cinque persone, che avrebbe potuto fare? Avrebbe toccato con mano la solidità di una comunità coesa, non avrebbe avuto modo di minacciare nessuno, avrebbe dovuto smetterla. Invece ho rischiato io, da solo, senza che mi aiutassero neppure i vigili (né le vigilesse). Per questo spero che non mi capiti mai più, perché davvero non so se lo rifarei. Non lo so perché se non posso contare su una comunità intorno a me so di espormi a un rischio troppo grande per le mie sole forze; perché la mia incolumità è importante quanto quella di qualsiasi altra persona, compresa quella moglie che in qualche modo era complice del marito violento e che non ha fatto nulla per impedirgli di aggredirmi, anche se io mi ero messo in mezzo per difendere lei e i suoi bambini; poteva andare lei dai vigili, costringerli a intervenire, e non l’ha fatto; e perché, purtroppo, alla luce di una cultura sicuramente sbagliata ma di cui sono comunque imbevuto come tutti gli uomini della mia generazione, dovermi “arrendere” per vera e propria paura fisica mi ha fatto male in quanto uomo. Mi viene in mente la canzone di De Gregori: “se fossi stato un po’ più giovane…”. Sì, probabilmente lo avrei affrontato. Ma non me la sono sentita, e questo mi ha messo di fronte alla mia debolezza e al tempo che passa. E mi ha fatto molto, ma molto male. Ci ho pensato per mesi, a volte ci penso ancora. Ecco, questa è la mia esperienza. Non è una spiegazione e non vuole essere una giustificazione per nessuno. E’ solo per spiegarti perché, da quella sera, io non sono più tanto sicuro che non sarei stato tra quelli che non si sono fermati.
    Un abbraccio, amica cara.

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