DONNE&GOVERNO INTERVISTE

PAOLO MIELI: tenete duro e portate avanti le vostre battaglie

Simonetta Robiony
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Se la riforma della Costituzione promossa dalla Boschi non vi piace, contestatela sul punto, non su come si veste o sul perché occupa quel ruolo.

 

La scorsa tornata delle amministrative in varie città ha segnato l’affermazione di alcune donne, non solo a Roma con Virginia Raggi e a Torino con Chiara Appendino, entrambe Cinque Stelle e quindi percepite come nuove e fonti di speranza, ma anche a Napoli con Mara Carfagna capolista di Forza Italia e ancora di più a Milano con Maria Stella Gelmini, anche lei Forza Italia, che hanno ottenuto moltissimi voti personali, nonostante siano state ministre di governi berlusconiani. Non risulta che nelle coalizioni di centro-sinistra e segnatamente nel Pd sia accaduto qualcosa di simile, come se a sinistra le donne, che pure costituiscono la metà del governo Renzi, finissero per avere una minore capacità di suscitare consenso e quindi portare voti. Come mai? Lo abbiamo chiesto a Paolo Mieli, giornalista, storico, scrittore, firma illustre del Corriere della Sera, collaboratore abituale di Raistoria e ancora molto di più.

 

Perché apparentemente a sinistra le donne contano meno che a destra?

Mah. La sinistra per la sua storia dovrebbe essere il terreno delle libertà individuali e collettive. Purtroppo proprio a sinistra si avvertono con più evidenza sentimenti e pregiudizi nei confronti delle donne. Lo avevamo visto all’epoca dei governi berlusconiani dove molte delle ministre e delle parlamentari volute da Berlusconi erano fatte oggetto di scherno e allusioni sessiste, non solo da parte degli uomini ma anche delle donne. Ma c’era Berlusconi e si capiva che la sinistra contestasse ogni sua decisione. Tanto la Carfagna a Napoli come la Gelmini a Milano, due candidate che hanno portato molti consensi al loro schieramento, furono attaccate pesantemente all’epoca come fossero state delle “olgettine”. Non a caso il loro successo ottenuto adesso alle amministrative per molti è stato una sorpresa. Perfino la Boldrini, eletta presiedente della Camera dei deputati per il lavoro svolto con gli emigranti, s’è lamentata pubblicamente dei molteplici attacchi sessisti ricevuti, a dimostrazione che in Italia il pregiudizio sulle donne è ancora presente.

Cos’è? Nei partiti di sinistra le donne non riescono a emergere autonomamente?

È dura per loro imporsi. Finiscono per appiattirsi sulle posizioni ufficiali per non correre rischi. Io stesso ho visto le aggressioni sessiste subite dalla Boschi e dalla Madia solo perché giovani e graziose e, quindi, sospettate di aver elargito favori sessuali a questo e a quello. Il problema è che le donne di sinistra, invece di far blocco in loro difesa, spesso finiscono per accodarsi ai maschi rendendo la situazione di queste ragazze che hanno scelto di fare politica molto difficile. Sarebbe giusto l’inverso. Proprio le donne dovrebbero ribellarsi di fronte a questi attacchi non accettando neanche un aggettivo, una definizione che sminuisca l’autorevolezza di queste parlamentari che rappresentano, con il loro esserci, anche l’avanzata del mondo femminile. Purtroppo restano spesso in silenzio, tanto i movimenti femminili come pure le singole donne che nel nostro paese hanno un peso.

È un segno di arretratezza, di divisione, di invidia, o di cosa altro?

Lo avete sperimentato voi stesse quando da sinistra avete assunto una posizione contraria alla maternità surrogata. Alcune critiche partite proprio dal mondo delle donne contro di voi sono state feroci. La soluzione è una sola: tener duro e portare avanti la propria battaglia. Se la riforma della Costituzione promossa dalla Boschi non vi piace, contestatela sul punto, non su come si veste o sul perché occupa quel ruolo. Le donne a sinistra devono imparare ad essere forti, a difendere il loro diritto ad avere un pensiero autonomo, ad esprimersi in piena libertà. E l’elettorato, quello maschile per primo ma pure quello femminile, deve apprendere a eliminare dal profondo di se stesso, quell’elemento sessista che tuttora permane, a volte addirittura inconsciamente.

 

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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