ABORTO STORIE

Abortire a Trapani

Simonetta Robiony
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Sarà un caso o è lo specchio di una condizione femminile tutt’ora arretrata? Meglio pensare che sia solo un caso, un curioso scherzo del destino capitato proprio a questa città…

 

Curioso destino questo della città di Trapani. Da poche settimane è andato in pensione l’unico medico del nosocomio Sant’Abate che, su sei ginecologi presenti, non si era dichiarato obiettore e quindi praticava l’interruzione volontaria di gravidanza. Dopo il suo pensionamento una donna di Trapani decisa ad abortire deve andare all’ospedale di Castel Vetrano dove c’è l’unico ginecologo che lo effettua. Di fronte all’immediata protesta partita da tutte le organizzazioni femminili della Sicilia (una delle regioni in cui è più alto il numero degli obiettori e per questo più meritati sarebbero i rimproveri mossi a maggio all’Italia dal Consiglio d’Europa), il direttore dell’ospedale di Trapani è ricorso a un rimedio. Sarà il ginecologo di Castel Vetrano ad andare e venire dai due paesi per garantire il servizio: un nuovo assunto, spiega, potrebbe subito dichiararsi obiettore. La città starebbe punto e capo. Per fortuna, fa sapere, durante questo periodo nessuna donna di Trapani ha fatto richiesta di abortire.

Curioso destino perché proprio qua, a Trapani, prima che nel maggio del 1978 entrasse in vigore la legge 194 che regola l’interruzione di maternità, si celebrò l’ultimo processo, o uno degli ultimi, a carico di una donna che aveva abortito illegalmente. No, non era una ragazzina sprovveduta e neanche una poco di buono adulta: era una madre di famiglia che aveva già diversi figli e non poteva permettersene un altro: non ce l’avrebbe fatta. La miseria materiale ne avrebbe minato l’equilibrio mentale e lei aveva deciso: abortisco. L’aula era piena di giornalisti perché la nuova legge stava per arrivare, lei era pallida, bruna, smarrita e ancora giovane: non sapeva come spiegarsi. Faceva una gran pena.

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Strada nel centro di Trapani, Sicilia

La città assisteva in una apparente indifferenza. Allora, molti anni fa, alle otto di sera, il centro storico di Trapani fino a quell’ora affollato, si svuotava come per magia perchè tutti si chiudevano nelle case e a passeggiar da soli faceva paura. L’albergo più di lusso aveva una sola lampadina al centro della stanza e nessuna luce sui comodini come se nessun cliente leggesse un po’ prima di addormentarsi. Per cenare, se non si prenotava, occorreva andare in minuscole trattorie sul lungomare popolate da maschi con poche lire in tasca e qualche tunisino emigrato prima della grande, attuale ondata: il cous cous, però, era ottimo. Sono passati quasi quaranta anni, Trapani è stata cambiata, il centro restaurato, i locali sono pieni, ma il rapporto tra Trapani e l’aborto pare essere rimasto difficile. Sarà un caso o è lo specchio di una condizione femminile tutt’ora arretrata? Meglio pensare che sia solo un caso, un curioso scherzo del destino capitato proprio a questa città.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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