UNIONE EUROPEA

Vogliamo un’Europa che torni a crescere e a far figli

Antonella Crescenzi

 

Ci auguriamo che la Brexit sia l’occasione per ripensare l’Europa, che ci sia uno scatto di orgoglio e consapevolezza tale da renderla più vicina alle persone, un’Europa nuova che partendo dalle proprie radici torni a immaginare il futuro, a crescere e fare figli.

 

Hic sunt leones. Siamo entrati in una terra inesplorata. Se ne è andata, la Gran Bretagna, dopo 43 anni. Il sacrificio di Jo Cox non poteva bastare. L’Europa si è svegliata all’alba del 24 giugno più sola, senza un partner difficile e ritroso ma comunque prezioso per l’impulso liberale e democratico, per il pragmatismo dei modi e della lingua, per il ponte transatlantico da sempre rappresentato, per la fierezza e l’orgoglio della sua storia che una Regina novantenne incarna ancora alla perfezione. Se ne è andata e l’Europa è sotto shock. I mercati stanno reagendo malissimo, come d’altronde ci si poteva aspettare. Le borse di tutto il mondo giù, il petrolio giù, la sterlina giù. Un vero paradiso per gli speculatori! L’incertezza sul futuro dell’Unione e i tempi comunque lunghi necessari a rivedere i Trattati e ricontrattare accordi, regole e clausole tra l’UE e un paese ormai esterno comprometteranno le prospettive di crescita nel medio periodo. Si fanno già i calcoli su quale sarà l’impatto negativo sul Pil, si teme che il baricentro dei traffici commerciali e finanziari si sposti ancora di più verso l’Asia, alcuni paesi vedranno diminuire le proprie esportazioni verso il mercato britannico.

Rischiano maggiormente i paesi più vulnerabili dal punto di vista finanziario e con elevati debiti pubblici (che vedranno aumentare lo spread sui titoli di stato), ma anche quelli più instabili politicamente e con forti movimenti nazionalisti (che soffriranno un pericoloso effetto contagio). Per assurdo, rischia un contagio nazionalista la stessa Gran Bretagna, che a fatica due anni fa aveva trattenuto la Scozia dalla bramata indipendenza proprio in virtù dell’appartenenza britannica all’Unione europea. Ora potrebbe riaprirsi la partita, considerando che gli scozzesi hanno votato massicciamente per il Remain, come d’altronde l’Irlanda del Nord. Potrebbe, anche, prodursi una spaccatura generazionale tra i giovani britannici che in grande maggioranza hanno scelto l’Europa e gli anziani favorevoli al Leave.

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A questo punto la parola passa ai capi di governo e alle istituzioni dell’Unione. Occorre una reazione forte in tempi rapidi, non basta più la straordinaria regia svolta in questi anni da Mario Draghi e neanche la determinazione con cui l’emergenza Brexit sarà affrontata dalla Bce. Non è più un problema di liquidità, di monete e tassi, occorre ridare lustro all’immagine dell’Europa. Occorre ripensarne le basi, affrontando finalmente con piglio sicuro e strategico i grandi mutamenti avvenuti nel corso degli ultimi due decenni e gli effetti negativi che ne sono derivati nel grado di benessere e nel cuore dei popoli, spaventati e spesso male informati: la globalizzazione con l’ingresso della Cina, dell’India e di altri grandi paesi nel commercio mondiale; le guerre e il terrorismo che sospingono milioni di persone verso le nostre terre ritenute pacifiche e accoglienti; l’affievolirsi del ruolo di guida nel percorso delle libertà umane e lo smarrimento rispetto alla propria storia millenaria; l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico che riflettono scoraggiamento e paura del futuro; l’impatto non ancora debellato della crisi scoppiata nel 2008.

Vogliamo forse dimenticare che la Grande Depressione degli anni trenta del secolo scorso aprì le porte a quegli sconvolgimenti economici e sociali che sfociarono nel secondo conflitto mondiale? Certamente, ora la situazione è diversa, e per fortuna, ma la storia insegna sempre qualcosa. La pace è stata ed è il bene più prezioso garantito dall’Unione, l’obiettivo fondamentale dei padri fondatori dell’Europa unita, da conseguire assicurando il benessere e il progresso, la giustizia sociale, la libertà di pensiero, la partecipazione democratica, il rispetto delle differenze e delle culture.

insolvency-593750_1280Ora, che crisi e fenomeni mondiali inarrestabili stanno mettendo a dura prova le antiche sicurezze del welfare, che aumentano le disuguaglianze nella distribuzione del reddito all’interno dei paesi proprio mentre a livello mondiale diminuiscono progressivamente quelle fra paesi ricchi e poveri, ora che la concorrenza non fa più prigionieri spostando le classi medie verso il proletariato, ora che i figli non riescono più a conseguire posizioni sociali migliori di quelle dei propri genitori, ora è necessario fare qualcosa. Il processo d’integrazione europeo è irreversibile, si era sempre affermato. Non è più vero, in questo momento la paura dell’effetto domino mette in discussione verità credute assolute.  Oggi la Gran Bretagna, domani?

Ma il ritorno agli stati nazionali non risolverà i problemi derivanti da fenomeni mondiali irreversibili, anzi accelererà la marginalizzazione dei singoli paesi e dell’intero continente. Ci auguriamo che la Brexit sia l’occasione per ripensare l’Europa, che ci sia uno scatto di orgoglio e consapevolezza tale da renderla più vicina alle persone, un’Europa nuova che partendo dalle proprie radici torni a immaginare il futuro, a crescere e fare figli. Un più elevato coinvolgimento delle donne nell’economia e nella società e un’attenzione maggiore al tema della maternità potranno contribuire a dare all’Europa quel soffio che da troppo tempo ormai manca.

Chi ha scritto questo post

Antonella Crescenzi

Antonella Crescenzi

Economista, sono stata dirigente del Ministero dell'Economia e delle Finanze e della Presidenza del Consiglio dei Ministri; ho curato l'analisi dell'economia italiana, le politiche europee, le tematiche del lavoro e di genere. Ho pubblicato vari scritti su tali aspetti e sulla crisi economica mondiale. Sono sposata da 35 anni e ho un figlio musicista. Vivo a Roma. Non sono mai stata iscritta a partiti, sindacati e associazioni ma ho sempre avuto a cuore la questione femminile. Partecipando a Se non ora quando, prima, e a Libere, dopo, ho creduto di fare la cosa giusta per favorire un cambiamento non più rinviabile della nostra società.

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