Se non ora quando? - LA STORIA

4° Puntata: quel patto di trasversalità infranto

 

…dal 13 febbraio non si torna indietro: non vogliamo tornare indietro […] dobbiamo, però, preservare e sviluppare l’autonomia, la trasversalità e la nostra dimensione inter-generazionale.

 

[Prosegue dalla 3° Puntata: Siena, cominciano i guai]: Dopo Natale un ennesimo femminicidio ci colpisce particolarmente: in Sicilia viene uccisa dal fidanzato la studentessa Stefania Noce, militante di Se non ora quando?. Su pressione del comitato Se Non Ora Quando? di Roma facciamo una manifestazione il 26 gennaio 2012, a piazza Santi Apostoli: una veglia funebre con le candele in mano. Appare, però, un atto di debolezza e non di forza, come noi vorremmo fosse sempre quella espressa dalle donne. Siamo poche, siamo abbattute e capiamo che questa non è la strada giusta.

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Formiamo alcuni gruppi di lavoro: uno sull’occupazione, un altro sulla violenza contro le donne, un terzo sulla rappresentanza, un quarto su libri da far leggere a bambine e ragazze. Da quest’ultimo venne fuori una cartolina rosa intitolata “Piccole donne leggono” distribuita nelle librerie romane con un lungo elenco di libri adatti a lettrici dai sei ai quattordici anni. Intanto il gruppo che studiava la violenza contro le donne comincia a riflettere sul femminicidio in Italia e nel mondo. Nascerà da qui l’appello “Mai più complici” scritto da Fabrizia Giuliani e firmato da moltissimi fra intellettuali, scrittori, imprenditori, cantanti, attrici a attori e, sorprendentemente, l’Associazione Italiana Calciatori.

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Dall’appello nasce una campagna che ben presto si estende a tutto il Paese: si attivano a Torino Laura Onofri, a Bolzano Nadia Mazzardis Lucich, Lorella Zanardo, autrice di un documentario intitolato “Il corpo delle donne”, e Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice. Cominciamo con una petizione, scritta da Fabrizia Giuliani, che diventerà pubblica il 27 aprile 2012. Il numero delle donne italiane morte per mano di un uomo è altissimo. Queste violenze sono crimini che vogliamo vengano catalogate sotto la voce femminicidio. Il femminicidio è un reato specifico: si verifica quando una donna viene uccisa da un uomo che ha, o ha avuto con lei, una relazione affettiva: un marito, un fidanzato, un fratello, un compagno, uomini che, per ragioni antiche e sbagliate, si sentono proprietari della vita di una donna. Con il sostegno di Gi.U.li.A, rete di giornaliste che si definiscono libere e autonome, riusciamo così a ottenere che il termine “femminicidio” diventi di uso corrente, nella convinzione che il solo nominare le cose sia già una scelta politica. All’appello aderiscono migliaia di uomini e donne: ci sono artisti, intellettuali, politici e gente comune.

Cinquanta. L’Italia rincorre primati: sono cinquanta, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle. Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. È ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi femminicidi. È tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace accettare la loro libertà. E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di aprire gli occhi, di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà. Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla.

Intanto abbiamo da Eve Ensler l’autorizzazione a rappresentare il suo testo Monologhi della vagina tenendo per noi il ricavato dello spettacolo. Viene messo in scena al teatro Quirino, il 14 maggio 2012, con la partecipazione di attrici e non, tutte notissime. Il teatro è molto affollato ma l’affitto del Quirino assorbe buona parte dell’incasso: questa volta il successo di pubblico è assicurato, quello economico no.

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Cristina Comencini, facendo proprie le nostre discussioni su questo argomento, scrive il testo teatrale L’amavo più dalla sua vita che sarà rappresentato a Torino grazie a Laura Onofri, il 13 ottobre 2012, alle Officine Grandi Riparazioni. Il testo si ispira all’uccisione di Stefania Noce ed è un dialogo tra un ragazzo e una ragazza, il miglior amico di lui e la migliore amica di lei, che si chiedono perché sia successa questa tragedia. Questo spettacolo, nelle forme più varie (teatro, DVD, dibattiti, riscritture) sarà alla base della campagna educativa che tutt’ora continua condotta da noi nelle scuole, grazie all’appoggio del MIUR.

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Cristina Comencini in un ritratto del fotografo Fabio Lovino apparso sul magazine THEITFACTOR

La portano avanti Donatina Persichetti, Anna Carabetta, Rita Cavallari. Il 22 aprile 2013, al teatro Italia di Roma, va in scena L’amavo più della sua vita per la regia di Roberto Di Maio con gli attori del centro sperimentale Valentina Di Sarno e Lorenzo Richelmy, che pochi mesi dopo sarà Marco Polo in una serie americana di Netflix. Ad assistere allo spettacolo viene anche il sottosegretario alla Pubblica Istruzione Marco Rossi Doria: lo promuovono, oltre al MIUR, anche gli studenti del liceo classico Tacito.

La versione teatrale di L’amavo più della sua vita diretta da Paola Rota e interpretata da Irene Petris ed Edoardo Natoli:

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Uno dei momenti di massima visibilità fu ottenere che la squadra degli azzurri, e tutto il calcio italiano, giocassero una partita contro gli abusi sessuali. “La violenza sulle donne è problema degli uomini compare sullo striscione che accompagna i calciatori in campo. L’organizzazione di questa partita è di Luisa Rizzitelli che ha molti contatti col mondo dello sport. All’iniziativa hanno aderito il Ministero del lavoro e Telefono Rosa. Prima del fischio Lunetta Savino legge un messaggio, scritto da Fabrizia Giuliani: è il momento di vincere la partita più importante, quella contro la violenza sulle donne. È il 14 novembre 2012. La partita, che si svolge sul campo della stadio Tardini di Parma, viene trasmessa in diretta dalla RAI, il massimo che potevamo attenderci. Comunque già in precedenza il 2 giugno 2012, ad Ostia, le calciatrici della lega nazionale dilettanti allenate da Antonio Cabrini erano scese in campo contro il femminicidio.

 

 

Per seguire gli obiettivi che ci eravamo date prima della due giorni di Siena stringiamo ulteriormente rapporti con i vari comitati sparsi per l’Italia, soprattutto con i più attivi: Torino, Bolzano, Udine, Genova, Verona, Bologna, Modena, Firenze, Siena, Ancona, Napoli, la Locride, Sassari, Siracusa, la Puglia con Barletta, Pulsano e Cerignola. Il nostro gruppo partecipa, con uno o più componenti, alle più importanti iniziative locali. Periodicamente vengono convocati i comitati a Roma, anche perché la capitale è facilmente raggiungibile da tutti. In quei mesi Anna Carabetta stava organizzando un incontro nazionale in Calabria, per essere più precisi nella difficile Locride, a Gerace, per parlare di legalità. In questa terra, dove l’omertà è di casa, c’erano state le prime collaboratrici di giustizia: Lea Garofalo e Simona Napoli. Per di più, in quei mesi, erano state elette alcune sindache, come Maria Carmela Lanzetta. La situazione della Calabria per le donne è, infatti, paradossale: una su quattro lavora, le laureate sono il doppio dei laureati, le imprese femminili sono il 26% mentre al nord sono il 21%, ma solo il 5% dei bambini può andare all’asilo nido. Combattere la criminalità significa garantirne lo sviluppo economico. Anche per questo la manifestazione, tenuta il 23 giugno 2012 a Gerace, aveva ottenuto il sostegno di Fabrizio Barca, ministro della Coesione territoriale. Per Il Comitato Promotore intervennero Cristina Comencini, Anna Carabetta, Francesca Izzo Valeria Fedeli, Cecilia D’Elia. Da Se Non Ora Quando Torino venne Elena Rosa che aveva fatto un video sulla rappresentanza.

 

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Nell’aprile 2012, alla Casa delle Donne di Roma, in una delle periodiche riunioni in cui, con i Comitati Territoriali, si faceva il punto sulla nostra situazione, viene presentato un documento in cui si ribadisce che Se Non Ora Quando? è “un soggetto politico nuovo, aperto a tutte le donne, specialmente a quelle non organizzate e agli uomini che sono loro amici”. Si rivolge tanto alle adulte che hanno conosciuto l’esperienza del primo femminismo, quanto alle più giovani che sono cresciute nell’onda individualistica, senza regole, degli ultimi 20 anni e che, in nome della libertà e dell’autonomia femminile, “hanno fatto del corpo una proprietà, della sessualità uno strumento, della corsa a perseguire il desiderio dell’altro una negazione di sé, una parodia”. Se Non Ora Quando? è, dunque, un soggetto politico diverso dalla somma dei suoi componenti: “non è il contenitore di negoziazioni tra donne e gruppi di donne di diverso orientamento partitico, culturale, religioso, ma il luogo in cui si manifesta una visione autonoma di genere”.

Il pluralismo per Se Non Ora Quando? è una predisposizione, un processo di ricerca e di ascolto, una tensione costante che non può mai esser data per scontata. Gli obiettivi sono quelli già espressi a Piazza del Popolo: il lavoro, la maternità negata, il rispetto della legalità, la violenza contro le donne, la presenza paritaria nei luoghi decisionali, l’immagine femminile veicolata dai media, il divario Nord Sud, una maggiore coesione sociale e territoriale tanto in Italia come in Europa. Viene presentata la Nuova Carta d’Identità e il consenso è unanime perché “dal 13 febbraio non si torna indietro: non vogliamo tornare indietro”. La felicità, la forza, la speranza, scrive Francesca Izzo nell’introduzione a questa nuova carta, non vanno disperse: dobbiamo, però, preservare e sviluppare l’autonomia, la trasversalità e la nostra dimensione inter-generazionale. In questa occasione il Comitato Promotore Nazionale chiede anche di creare un Coordinamento nazionale formato dalle delegate dei Comitati Territoriali  per portare avanti un’azione comune.

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Annamaria Tarantola, presidente Rai

Ai primi di giugno 2012 il segretario del PD Pierluigi Bersani domanda a quattro associazioni, che negli anni del berlusconismo si sono battute per la libertà di informazione, di indicare i nomi dei nuovi consiglieri della RAI per evitare di applicare la legge Gasparri: Libertà e Giustizia di Zagrebelsky, Libera di don Ciotti, Comitato per la Libertà del sindacato giornalisti di Roberto Natale, noi di Se Non Ora Quando?. Lorella Zanardo, proprio perché autrice del documentario sull’uso del corpo delle donne nei mass media, si aspetta il nostro sostegno, ma noi non vogliamo fare nomi perché preferiamo non entrare nel meccanismo della lottizzazione. La richiesta di Bersani è motivo di forte discordia al nostro interno: il concetto di trasversalità fa fatica ad affermarsi, alcune vorrebbero che fossimo vicine solo ai partiti di sinistra. Teniamo una riunione con le altre tre associazioni senza raggiungere alcun accordo. Finiamo per fare una rosa di sei nomi: Maraini, Tobagi, Cristillin, Nardelli, Saraceno e la stessa Zanardo, e li inviamo non al segretario dei DS Pierluigi Bersani ma al presidente della Commissione Parlamentare di vigilanza Sergio Zavoli. Questo perché fosse chiaro che noi parlavamo con le istituzioni e non con i partiti. Alla fine vengono nominati la giornalista Benedetta Tobagi e il magistrato Gherardo Colombo. Alla presidenza della RAI arriva una donna: Anna Maria Tarantola, illustre nome della Banca d’Italia.

Cerchiamo, intanto, di trovare un tema da portare avanti tra quelli che abbiamo individuato: lavoro, servizi, rappresentanza, rappresentazione, maternità. La gravissima crisi finanziaria ha imposto tagli severi che fanno crescere la disoccupazione e non permettono investimenti nei servizi necessari soprattutto alle donne. L’Italia è affaticata, amareggiata, impoverita. Si susseguono le manifestazioni di protesta. Una parte di noi riteneva di dover andare con un elenco di proposte precise dalle parlamentari di tutto l’arco costituzionale chiedendo di sottoscriverle. Un’altra parte riteneva che dovessimo rivolgerci direttamente al mondo delle donne perché quel parlamento che ci imponeva tagli tanto duri non poteva diventare il nostro interlocutore privilegiato. Altre, infine, pensavano che sarebbe stato opportuno confrontarsi con le sole parlamentari della sinistra.

Cristina Comencini lancia l’idea del “treno”. Un treno avrebbe dovuto percorrere l’Italia da Nord a Sud fermandosi nelle città più importanti dove avremmo potuto incontrare gente comune e presentare l’agenda con le nostre richieste. Non più una manifestazione di piazza ma un discorso diffuso e capillare per alcune giornate. Purtroppo non se ne fece niente. Le Ferrovie dello Stato ci avevano garantito il loro appoggio a condizione che si desse voce alle donne di tutto lo schieramento politico e l’evento fosse caratterizzato da una totale trasversalità. Su questo non riuscimmo a metterci d’accordo e ci perdemmo in incomprensioni, distinguo, vedute diverse. [Continua…]

 

Chi ha scritto questo post

Rita Cavallari e Simonetta Robiony

Rita Cavallari e Simonetta Robiony

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