UNIONE EUROPEA

L’Europa e le donne

Ph. Luigi Rosa, EU (Flickr, Creative Commons)
Ph. Luigi Rosa, EU (Flickr, Creative Commons)
Simonetta Robiony
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Su una cosa sono d’accordo con Licia Conte: questa Europa malata nuoce soprattutto a noi, alle donne. Meno Europa, oppure niente Europa ci può solo far male. Nei periodi di crisi, di stasi, di restaurazione o, peggio ancora, di dissoluzione di quelli che sono stati i valori fondanti dell’Occidente, noi, le donne, possiamo solo stare peggio.

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Ogni fondamentalismo, e a maggior ragione quello islamico, non può che riportarci indietro perché è sul controllo delle donne che soprattutto si esercita. A un maschio che ha poco o niente su cui comandare viene consegnata almeno una femmina, moglie, madre, sorella, sulla quale possa imporre la sua volontà: altrimenti di cosa sarebbe padrone? Solo di se stesso? Ma questo non è previsto dai fondamentalismi, contare e dominare solo se stessi. È per questo che noi siamo, e dobbiamo esserlo con maggior forza, contro la folle espansione del califfato islamico, una proposta che ci riporta di mille anni e più dietro nella storia e ci farebbe molto male.

Ma anche la crisi economica in cui ci dibattiamo ormai da sette, otto anni ci danneggia, e ci danneggia pesantemente. Meno lavoro per tutti, e prima di ogni altro, per noi donne che studiamo, ci laureiamo, coltiviamo più speranze e più volontà di affermarci dei maschi, ma di lavoro ne troviamo meno. E servizi sociali più risicati. Asili nido a pubblici con costi in crescita, quando ci sono. Controlli sanitari tagliati, segnati da liste di attesa interminabili, pagati a caro prezzo. Scarsa assistenza domiciliare per i nostri anziani, sempre più numerosi e deboli, che vivono però a lungo, spesso a lunghissimo. E chi paga questi prezzi? Le donne. Noi. Noi che riduciamo di giorno in giorno i nostri spazi di autonomia perché siamo abituate a rispondere in maniera concreta a chi ha bisogno. Noi che siamo accoglienti per la nostra natura materna, infatti, accogliamo. Accogliamo: figli, mariti, padri e madri, zie anziane, nipoti piccoli. E se ci fosse concesso accoglieremmo con la stessa generosità i profughi che scappano dalle guerre, dalla fame, dalle persecuzioni, dalle stragi, dalle malattie, senza far differenze tra loro.

Invece no: si diffonde la paura. Ma la paura del diverso fa solo male. A lui, a noi tutti, ma specialmente a noi donne. La paura comporta limitazioni. Non uscire la sera da sola. Non partire da sola per un viaggio. Non rivolgere la parola a uno sconosciuto. Non mettere un vestito vistoso. Non innamorarti di uno straniero. No. Non fare. Divieti. Proibizioni. Chiusure. La risposta maschile alle migrazioni, lo sappiamo, ci appare disumana e, prima ancora, stupida. È con le migrazioni che siamo nati: fermarle è impossibile. A meno chè non si affermi l’idea di riempire di morti il nostro Mediterraneo trasformandolo in un immenso cimitero.

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Giusta, quindi, l’ipotesi di affidare alle donne la salvezza di questa Europa affaticata, stanca, incapace di pronunciare una parola forte che coinvolga ed emozioni i tanti popoli di cui è formata. Ma come si fa a radunare le donne? Dovremmo essere tante, convinte, appassionate, decise. E invece le donne che hanno tempo e testa per occuparsi dei grandi problemi sono ancora una minoranza: molte sono costrette a ragionare solo sul loro faticoso quotidiano. E poi, come è già stato scritto, per smuovere questa Europa servirebbe “una umanità duale, fatta di differenti ma pari”: gli uomini, invece, dove sono? I nostri uomini dovremmo convincerli a seguirci su questo nuovo modello di convivenza. E se non ci riusciamo con le parole, minacciarli, acchiapparli per i capelli, tirarli dalla nostra parte, obbligarli a diventare maggioranza, maggioranza assoluta in tutta Europa.

L’invocazione a un’altra Europa fatta da un piccolo gruppo di donne e basta appare patetica se non ridicola, un po’ come la mosca che poggiandosi sul muso di un bue gli si rivolge dicendo: “Ariamo!”. È qui il punto che mi distingue da Licia Conte: la sua è una proposta utopica. Vero che le utopie hanno segnato il nostro cammino verso forme di convivenza più accettabili, ma serve tempo, un tempo lunghissimo. E le questioni europee bruciano: vogliono risposte immediate. Sarebbe bellissimo questo movimento femminile di massa che impone la sua visione ai politici e vince. Ma non oggi, non adesso. Non abbiamo gli anni davanti per prepararlo. Finiremmo per apparire come Sergio Endrigo che nei meravigliosi e sognatori anni sessanta cantava: “Se tutte le ragazze e ragazzi del mondo si dessero la mano, allora si farebbe un girotondo intorno al mondo, intorno al mondo”. Noi ci davamo la mano perché quei versi ci smuovevano qualcosa dentro, ma era una canzone. Niente di più.

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Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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