Se non ora quando? - LA STORIA

5° Puntata. Da uno due: Libere e Factory

Ph. Daria Dibitonto

 

Il gruppo che sarebbe divenuto Se non ora quando – Libere ritenne che sarebbe stato inappropriato allargare in questo modo il campo di azione perdendo la ragione stessa del nostro esistere.

 

[Prosegue dalla 4° Puntata: quel patto di trasversalità infranto] Il 10 e 11 novembre 2012 ci ritroviamo in un convento sull’Aventino a Roma, abituato ad ospitare congressi: sarà la prima volta in cui il nostro gruppo, il Comitato Promotore Nazionale, si presenta con due documenti da sottoporre in seguito al voto dei comitati territoriali. Il documento intitolato Il patto è letto da Francesca Izzo: partendo dalla nostra carta d’identità chiede di lavorare “per fare dell’Italia una nazione più civile, più coesa, più forte, più autorevole in Europa e nel mondo”. Quello letto da Lunetta Savino, intitolato Ci hanno rubato la felicità, ha toni antagonisti nei confronti di chiunque gestisca il potere, tanto è vero che è scandito da una serie di “Noi accusiamo” che si concludono con “noi accusiamo quelli che hanno trasformato il paese in una giungla dove vivere è difficile e dove vince il più crudele”.

La richiesta dell’effettiva parità tra uomini e donne è comune in entrambi i documenti, come quella di ottenere una rappresentazione rispettosa e reale delle donne nei media e la valutazione dell’impatto di genere in tutti i provvedimenti legislativi. Ma, mentre nel primo si chiedono solo misure per favorire la vita delle donne italiane quali gli investimenti in servizi sociali, l’indennità di maternità a carico del fisco, il contrasto alla violenza e una migliore applicazione della legge sull’interruzione di gravidanza, nel secondo si guarda all’intera società chiedendo anche il riconoscimento delle coppie di fatto, la riforma della scuola, la lotta al precariato, il pagamento dell’IMU per le proprietà della chiesa, la riduzione dello stipendio dei politici e delle spese elettorali, il tetto di due mandati per gli eletti a cariche pubbliche, la collocazione della cultura e dell’ambiente al centro dell’azione governativa e il diritto a rifiutare l’accanimento terapeutico.

Il gruppo che sarebbe divenuto Se non ora quando – Libere ritenne che sarebbe stato inappropriato allargare in questo modo il campo di azione perdendo la ragione stessa del nostro esistere. Non trovammo una mediazione. Una settimana dopo, il 17 novembre, nella sala riunioni dell’Hotel Piram, nei pressi della stazione Termini, viene esplicitata l’esistenza di due posizioni all’interno del Comitato Promotore Nazionale. Si vengono accumulando i segni di un dissidio che porterà alla divisione.

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L’8 dicembre 2012 cade il governo Monti e le nuove elezioni politiche vengono fissate per il 24 e 25 febbraio 2013. Che fare? Ci chiediamo che posizione assumere. Il clima è teso, non siamo unite. Ci accorgiamo che a dividerci è il tema della trasversalità. È vero che la sinistra sembra essere più vicina alle nostre richieste, ma una parte di noi non crede sia giusto schierarsi a suo favore per non perdere quell’autonomia e quel consenso ottenuto il 13 febbraio, anche da donne e uomini che di sinistra non sono. Dopo giorni e giorni di discussioni scegliamo di incontrare sul palco del Piccolo Eliseo candidate e candidati alle elezioni politiche per impegnarli maggiormente sui nostri temi, a partire dalla democrazia paritaria. Conseguimmo una vittoria: fu deciso che il video di Cristina Comencini per la due giorni di Siena del luglio 2012 sarebbe stato trasmesso dalla Rai come “pubblicità progresso”. Lo slogan era “Facciamo dell’Italia un paese moderno, un paese per donne”.

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Fu scelta la data dell’11 febbraio per l’incontro pubblico programmato. Ma quel giorno, papa Ratzinger annunciò le sue dimissioni, le prime di un papa dopo Celestino V. Il teatro era stracolmo, posti in piedi, ma telefonini e messaggi erano impegnati su un’unica domanda: che sta succedendo in Vaticano? Nonostante l’enorme lavoro fatto, quindi, i giornali parlarono solo delle dimissioni del papa. Era ovvio che accadesse, ma per noi fu una delusione.

Avevamo preparato uno studio affidato ad Antonella Crescenzi, esperta di economia. Era stata immaginata una griglia costituita da undici punti da sovrapporre ai programmi dei partiti per capire quali e quanti dei nostri obiettivi ogni singolo partito si impegnava ad affrontare. Volevamo vedere quanti nomi femminili sarebbero stati messi in lista; come sarebbe stata promossa la nostra partecipazione all’Europa; come si intendevano ridurre i costi della politica; cosa si intendeva fare per combattere il femminicidio; in che modo si sarebbe potuto incrementare il lavoro femminile cominciando ad eliminare la vergognosa pratica delle dimissioni in bianco; quanto si intendeva investire nei servizi a sostegno di madri e bambini; se sarebbe stato chiesto alla Rai di tornare a svolgere un autentico ruolo di servizio pubblico; come promuovere una cultura di genere; se si poteva applicare su tutto il territorio nazionale la legge sull’interruzione di gravidanza, ampiamente disattesa a causa dell’obiezione di coscienza del personale sanitario. Infine volevamo vedere quali partiti erano pronti a riconoscere il diritto di cittadinanza ai figli di stranieri nati sul “nostro suolo”.

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Sul palco vennero proiettati i dati statistici commentati da disegni realizzati da Eva Macali. Il programma era diviso in due parti. Nella prima, oltre a questa analisi, facevamo scorrere le immagini di un documentario sul lavoro: facce di donne giovani e vecchie, ricche e povere, italiane per nascita o per scelta. Era un quadro omogeneo, giornate che cominciano presto e finiscono tardi, tanta stanchezza. Qualche ragazza dice: fortuna che non ho figli. È una frase che colpisce: prima essere madri era un obbligo, ora è diventato un privilegio. Cosa è cambiato? La seconda parte era dedicata ai politici: l’invito era stato rivolto ai segretari dei partiti ma venne solo Nichi Vendola, gli altri mandano un loro rappresentante. L’unico a mancare fu il PDL.

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Che cosa siete disposti a fare perché l’Italia diventi un paese per donne, viene chiesto a tutti. Le candidate sono molte, non siamo ancora al 50/50 ma non si parla più di quote rosa. Finirà che le donne elette saranno il 31% dei parlamentari e tutte molto più giovani: erano l’11% nel 2001 e il 20% nel 2008. Un passo avanti. Nel governo Letta, in carica dal 28 aprile 2013, ci saranno, infatti, sette ministre e quindici ministri: per il momento è un record. Ma con l’arrivo di Renzi, segretario dei DS che sostituisce all’improvviso Letta, le ministre saranno addirittura pari ai ministri. Le elezioni hanno portato dei mutamenti anche nel nostro gruppo: la sindacalista Valeria Fedeli diventa vice presidente del Senato, l’altra sindacalista Titti Di Salvo torna in Parlamento, la docente Fabrizia Giuliani, come Pia Locatelli è eletta alla camera. Luisa Rizzitelli diventa portavoce della neo ministra Josepha Idem, costretta però, poco dopo, a dimettersi per “futili motivi”.

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Intanto, le differenze tra noi diventavano più evidenti. Nell’aprile del 2013, una parte del Comitato Promotore Nazionale, Lunetta Savino, Alessandra Bocchetti, Luisa Rizzitelli, quelle che nel convento all’Aventino avevano letto il documento “Ci hanno rubato la felicità”, si recarono ad Ancona per incontrare alcuni comitati locali che contestavano la direzione del Comitato Promotore. Fu la prova che i due gruppi si muovevano ormai autonomamente: tenerli uniti sarebbe stato arduo.

La Casa Internazionale delle donne di Roma

Infatti, l’1 e 2 giugno 2013, alla Casa delle donne di Roma, dove erano stati invitati tutti, si consumò la rottura. Alcuni comitati, sfiancati da questi dissidi, avevano deciso di non partecipare affatto. Altri erano arrivati con l’intento di contestare la direzione del Comitato Promotore: lo accusavano di essersi arrogato il diritto di dirigere l’intero movimento senza aver ricevuto uno specifico mandato, dimenticando che quello era il gruppo che aveva fondato Se non ora quando?. La tensione era molto alta.

Il documento Un movimento che bruci è firmato da Elisabetta Addis, Cristina Biasini, Alessandra Bocchetti, Francesca Caferri, Carlotta Cerquetti, Francesca Comencini, Nicoletta Dentico, Titti di Salvo, Valeria Fedeli, Mariella Gramaglia, Eva Macali, Fabiana Pampanini, Marinella Perroni, Lidia Ravera, Ilaria Ravarino, Sofia Sabatino, Lunetta Savino, Giorgia Serughetti, Viviana Simonelli, Loredana Taddei, alcune delle quali daranno poi vita a SNOQ Factory. Nel documento, pur ribadendo che Se Non Ora Quando? doveva rimanere movimento e non lobby e che la trasversalità faceva parte della comune identità, ci si proponeva una maggiore attenzione al disagio sociale, alla crisi del lavoro, alle nuove povertà, aprendo a critiche a tutto tondo agli esponenti dei partiti al governo, senza paura di poter essere scambiate per un movimento antagonista. La paura era che il silenzio di Se Non Ora Quando? su molte questioni sociali potesse essere scambiato per volontà di non disturbare i partiti al governo, e questa prudenza non andava bene alle firmatarie.

emotionheaderL’altro documento Le nostre parole  è firmato da Antonella Anselmo, Anna Carabetta, Rita Cavallari, Cristina Comencini, Licia Conte, Antonella Crescenzi, Ilenia De Bernardis, Fabrizia Giuliani, Francesca Izzo, Donatina Persichetti, Fabiana Pierbattista, Anna Maria Riviello, Serena Sapegno e Sara Ventroni, che daranno vita a Se non ora quando – Libere. In questo secondo documento si parte ricordando di aver rimesso in circolazione parole come dignità, rispetto, amicizia, parole che agendo come lievito nella società hanno portato alla conquista di alcuni obiettivi: la cancellazione dei licenziamenti in bianco, la firma della convenzione di Istambul, la legge sulla doppia preferenza di genere, la par condicio nelle campagne elettorali, i primi tagli ai costi della politica.

Viene ricostruito il fallimento della proposta di un patto tra Se Non Ora Quando? e le future candidate di ogni schieramento alle elezioni politiche, un patto sul quale, per mesi, un gruppo aveva lavorato, senza, però, arrivare a una conclusione comune. L’avvento della libertà femminile, conclude questo secondo documento, ha aperto una questione di carattere antropologico che investe la natura della libertà di uomini e donne: il radicalismo dei diritti non da risposte sufficienti. E fa il caso della genitorialità che contrappone i diritti del nascituro a quelli di padre e madre. Occorre rivedere questo individualismo senza confini. [Continua…]

 

 

 

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Rita Cavallari e Simonetta Robiony

Rita Cavallari e Simonetta Robiony

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