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STEFANO BALASSONE: serve una rivoluzione culturale

Simonetta Robiony
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Si conclude con l’intervista al produttore, autore e studioso Stefano Balassone il dibattito intorno alla campagna CambieRai: #missione donna inaugurato da Licia Conte e Alessandra Mancuso, per una RAI finalmente “strumento di promozione di una nuova cultura orientata a fare dell’Italia un paese di donne e uomini con pieni diritti di cittadinanza per entrambi i sessi”. Sono intervenuti, intervistati dalla nostra Simonetta RobionyMaria Pia Ammirati, direttrice delle Teche della Rai e Beppe Giulietti, presidente della FNSI, giornalista, già capo del sindacato UsIgrai.

 

Ormai, allo stato attuale, c’è una diffusa consapevolezza della centralità dell’approccio femminile al mondo, dell’utilità di tenere insieme lo sguardo maschile e quello femminile.

 

Stefano Balassone, produttore e autore televisivo, studioso dei mass media, ex consigliere d’amministrazione della Rai, è docente di economia dei media all’università SOB di Napoli e alla LUISS di Roma, ma la sua fama è legata agli anni in cui, con il direttore Angelo Guglielmi, ha fatto di Raitre la rete più innovativa, interessante e curiosa del sistema televisivo italiano. A lui abbiamo chiesto di dirci la sua opinione sul polverone alzato dalle nuove nomine Rai e sulla ventilata riforma della Rai, tenendo presente l’ottica con cui l’abbiamo prospettata noi di Se non ora quando – Libere.

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La Rai è da tempo sotto tiro: hanno creato scandalo gli stipendi di alcuni dirigenti ma soprattutto è stato considerato inopportuno fare prima le nomine e poi, in futuro, presentare il piano editoriale: lei che ne pensa?

Rispondo con un paragone da casalinga: il dolce va assaggiato quando esce dal forno. Sinceramente non so se fosse più giusto cominciare dal piano editoriale e proseguire poi con le nuove nomine. Se devi cambiare in profondità la missione della Rai, hai bisogno di agenti del cambiamento e non di agenti che fino ad oggi si siano limitati ad amministrare ciò che c’era. Non conosco i nuovi direttori di testata, né so quello che gli è stato detto di fare: vedremo a settembre cosa ci diranno i direttori del tg 2 e tg3, ma mi pare che le critiche che hanno colpito la attuale dirigenza siano soprattutto politicistiche, intendo dire di attacco al governo e a Renzi. Io sono un osservatore tecnico e tutto ciò non mi interessa.

Lei è contrario a un canale tematico che si occupi solo della questione femminile come è contrario a commissioni di parità e quant’altro: che dovrebbe fare allora la Rai per promuovere una effettiva parità tra uomini e donne?

La questione della rappresentanza è stata risolta con una ondata di nomine femminili ai vertici, ma quella è una cosa facile. La creazione di aree protette oppure di commissioni ad hoc mi appare inadeguata. Ormai, allo stato attuale, c’è una diffusa consapevolezza della centralità dell’approccio femminile al mondo, dell’utilità di tenere insieme lo sguardo maschile e quello femminile. Dirò di più, mi pare che si stia imponendo il modo femminile di guardare ai problemi. L’intera programmazione Rai dovrebbe accompagnare questa declinazione culturale già appoggiata dal senso comune prevalente nel paese. La Rai non deve limitarsi a garantire il rispetto della parità. Troppo semplice: basta contare chi sono i nominati e che risultati portano facendo della parità una questione quantitativa, di numeri. Serve una rivoluzione culturale. Un tempo si sarebbe detto che occorre interpretare il nuovo che avanza. E per carità basta riserve indiane!

Parliamo di reti tematiche: che ne farebbe di quelle targate Rai?

Le chiuderei tutte per non disperdere le risorse economiche in mille rivoli inutili. 

I canali tematici resterebbero solo in mano ai privati, però.

A mio parere è tempo di occuparsi solo della televisione pubblica lasciando ai privati il mondo del business. Non ha più senso immaginare il duopolio Rai-Mediset come è stato in passato. I legislatori hanno nuovi terreni su cui intervenire, primo fra tutti il diritto d’autore che va regolamentato nuovamente. Alcuni pensano anche a leggi anti-trust per mettere un tetto alla pubblicità, ma io non sono d’accordo perché i soldi degli investimenti pubblicitari vanno dove vogliono, comunque.

Come dovrebbe essere la Rai secondo la sua riforma?

Abbiamo una televisione in Italia che era concepita come un giardino chiuso. Il mondo è cambiato. La riforma del 1975 si poneva come obiettivo il pluralismo, quindi era lo specchio del parlamento con partiti e partitini a comandare. Nel tempo, però, è diventata un’ancella della tv privata che poi è stato ed è tuttora il gruppo Mediaset di Berlusconi. È il momento che torni libera dai troppi condizionamenti partitici perché così come è, con risorse mezzo pubbliche e mezzo private, la Rai è un morto che cammina.

Quindi?

Quindi io vorrei che la Rai prendesse come modello la BBC, la migliore tv pubblica europea con consiglieri di nomina governativa e non parlamentare, scelti individualmente tra nomi di prestigio. Le basterebbero due canali: uno che potrebbe nascere dalla fusione tra Raiuno e Raitre, senza pubblicità, e un altro, dipendente da una nuova società, con spot e programmi suoi come è in Gran Bretagna Channel 4. Mediaset a quel punto avrebbe come concorrenti Sky, Google, La 7 o qualsiasi cosa verrà, mentre la Rai potrebbe concentrarsi su altri obiettivi.

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Public consultation into the future of the @BBC, led by @BBCTrust.

E quali sarebbero?

Il primo è rimettersi a produrre e smettere di comprare. Non possiamo continuare a fare una fiction che sui mercati internazionali non vuole nessuno pur avendo in Italia talenti e capitali per concorrere con gli altri paesi. Se facciamo “Gomorra”, che è costata quattro volte una fiction media, poi la vendiamo in mezzo mondo e coi proventi rilanciamo l’occupazione e aumentiamo i ricavi.

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Non sarà che, come “La Piovra” trent’anni fa, vendiamo la nostra fiction solo se parliamo di mafia, camorra e n’drangheta?

Può darsi, ma Hollywood non ha campato per anni vendendo i western e il loro mito del west?.

E il secondo obiettivo quale è?

Non c’è un ordine di importanza tra i due obiettivi. Comunque l’altro, quello che toccherebbe alla prima rete, è quello editoriale: puntare sull’identità del nostro paese, non solo riscoprendone le radici ma prospettandone gli sviluppi futuri. Se la Rai riuscirà a compiere questi passi sarà salva e avrà un senso conservare una tv pubblica.    

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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