FECONDAZIONE

Scienziati&business al posto di Dio?

Olivia Guaraldo
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Può suonare qualunquista, ma viene il sospetto che se, come dice Veronesi, a commento dell’esperimento di “partenogenesi” di Bath, le tecniche di fecondazione in vitro hanno svelato, che “non c’è Dio al comando, ma gli scienziati”, questi stessi scienziati siano animati, più che da un disinteressato amore e coraggio per il sapere, da un interessato approccio economico alla cosa.

 

Zeus e Meti, racconta il mito greco, avevano concepito una figlia. Quando Meti fu sul punto di partorire, Zeus, su consiglio malevolo di Urano e Gaia, ingoiò Meti. Poco tempo dopo, Zeus avvertì forti dolori alla testa, chiamò Efesto e gli ingiunse di colpirlo con l’ascia sul cranio. Ne uscì fuori una giovane donna, vestita di tutto punto, scudo ed elmo compresi: la dea Atena. Si è soliti definire questa nascita di Atena dalla testa di Zeus, forse impropriamente, partenogenesi, che letteralmente significa nascita (genesis) vergine (partenos), nascita senza fecondazione. Il termine, usato da poco più di un secolo e mezzo in biologia, si riferisce più che altro allo sviluppo di organismi da cellule-uovo che non hanno subito fecondazione.

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Fontana di Pallade Atena, Vienna

Come riporta l’articolo uscito ieri sul Corriere della Sera, alcuni scienziati dell’Università di Bath sarebbero invece riusciti a creare organismi dall’unione di spermatozoi e semplici cellule della pelle. La ‘fecondazione’ non sarebbe, insomma, necessaria al concepimento della vita. L’esperimento, continua l’articolo, è stato finora realizzato, su dei topi, con cellule chiamate “partenogenoti.” Così riporta fedelmente – e ingenuamente – la giornalista, che forse non sa né di Meti né di Atena. Si limita a segnalare che finalmente, se queste tecnologie si specializzeranno, sarà possibile avere “bambini senza mamma.” Proprio come Atena, la cui madre, poverina, finì in bocca all’avido e sospettoso Zeus.

Avidità e sospetto caratterizzano, infatti, il modo in cui la nostra cultura, sin dalle sue origini greco-antiche, si rapporta alla capacità femminile di generare: da una parte c’è l’insofferenza nei confronti del fatto che si nasce e si muore, e dunque un atavico sospetto nei confronti del corpo femminile che genera ed è espressione di finitezza, vulnerabilità, mortalità. Dall’altra, però, accanto al sospetto e all’insofferenza, c’è la volontà di appropriarsi di questa capacità generativa: Zeus inghiotte Meti per evitare che lei partorisca un figlio che potrebbe rivaleggiare con lui, ma alla fine lo stesso Zeus è in grado di sostituirsi alla madre e partorire Atena, non a caso venuta al mondo già bell’e fatta, senza bisogno di nutrimento o di cure.

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Dove va la ricerca scientifica oggi? Scavalca le barriere imposte dalla religione, dalla morale, dalla superstizione, dagli usi e dai costumi per librarsi nei cieli liberi e inesplorati del sogno illuminista del ‘sapere aude’, come vorrebbe il Professor Umberto Veronesi? Oppure insegue sogni antichissimi – Zeus che ingoia Meti – ma non dimentica la prosaica variabile commerciale che fa del progresso nelle tecnologie riproduttive un business globale e milionario? Può suonare qualunquista, ma viene il sospetto che se, come dice Veronesi, a commento dell’esperimento di “partenogenesi” di Bath, le tecniche di fecondazione in vitro hanno svelato, che “non c’è Dio al comando, ma gli scienziati”, questi stessi scienziati siano animati, più che da un disinteressato amore e coraggio per il sapere, da un interessato approccio economico alla cosa. Perché si sa che il business delle tecniche di riproduzione assistita, è cospicuo, così come lo sono i finanziamenti alle ricerche ad esse correlate, così carenti in altri ambiti.

Oppure, anche gli scienziati, come racconta il mito – e come racconta il Simposio platonico, per il quale esistono due tipi di generazione: quella intellettuale, superiore e immortale, che spetta ai soli uomini, e quella carnale, inferiore e mortale, che riguarda uomini e donne – sono così insofferenti nei confronti della finitezza umana, della mortalità, che sperano di dimenticarla, di cancellarla, mettendosi al posto di Dio, o di Zeus.

Chi ha scritto questo post

Olivia Guaraldo

Olivia Guaraldo

Olivia Guaraldo è nata a Caprino veronese (VR) l’11 settembre 1970. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca in Political Science all’Università di Jyväskylä, in Finlandia, è ora ricercatrice in Filosofia Politica presso l’Università di Verona, dove, tra le varie attività è parte del centro di ricerca Politesse – Politica e teoria della sessualità – e collabora con il Master di Filosofia della Trasformazione. Studiosa del pensiero arendtiano e del femminismo contemporaneo, in particolare delle questioni legate alla teoria del genere e alla differenza sessuale, attualmente si sta interrogando sul pensiero della pace, collabora con varie riviste specializzate italiane e straniere, per le quali ha scritto saggi e articoli.

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