RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ

Maternità, una responsabilità non solo delle donne

Roberta Trucco
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Non è meglio ricondurre la maternità a una responsabilità condivisa tra uomini e donne, due pari e diversi, e alla società intera perché  trovi risposte politiche capaci di rendere sostenibile per le giovani donne e i giovani uomini il progetto di un figlio/a? 

 

 

La percentuale  d’infertilità è più o meno la stessa per gli uomini e per le donne, ma se leggessimo solo quello che i giornali pubblicano  sull’argomento non lo sapremmo mai” scrive così Moira Weigel in un articolo pubblicato su l’Internazionale n°1170  dal titolo “La trappola dell’orologio”. Un bell’articolo in cui si argomenta con cura la costruzione, quasi tutta culturale, della trappola, per le donne, dell’orologio biologico. Tutto inizia nel 1978, (si perché anche l’idea dell’orologio biologico è una invenzione piuttosto recente), quando il Washington Post dichiara in prima pagina: “per la donna in carriera le lancette dell’orologio corrono”. Sono gli anni delle conquiste femministe; le donne iniziano a fare meno figli e a farli più tardi (già il 36% delle donne negli Stati Uniti ha il primo figlio dopo i trent’anni). L’informazione di allora  indirizza il pensiero collettivo verso l’idea che l’orologio biologico è la prova del fatto che le donne  non possono allontanarsi troppo dai loro ruoli tradizionali. L’amore libero e il femminismo in fondo non poteva cambiare la loro natura fondamentale: alla fine il “loro corpo avrebbe reclamato  un bambino”.

La Weigel prosegue schizzando l’evoluzione sociale dagli anni ’50 agli anni ’70  e afferma che la storia dell’orologio biologico è una storia di scienza e sessismo. Innanzitutto, il discorso dell’orologio biologico lascia intendere che anche se alcune disuguaglianze tra i sessi stavano scomparendo, quella del dovere pianificare la vita amorosa prima che sia troppo tardi, resta tutta sulle spalle delle donne. Negli anni in cui le donne hanno cominciato a entrare massicciamente nel mondo del lavoro, nessuno ha cambiato le regole per  favorire le donne che desideravano avere anche una famiglia e così su di loro è ricaduta la responsabilità di conciliare carriera e famiglia. “La psicosi dell’orologio biologico, e la sua immagine di una bomba a orologeria piazzate nelle ovaie di tutte le donne, rendeva ognuna di loro personalmente responsabile del superamento di quell’ ‘handicap’.” In molte ci sono cascate: invece di chiedere congedi di maternità più lunghi e assistenza le donne accettano piuttosto l’aiuto della scienza e della tecnica.

La prima bambina in provetta è del 1978, si chiama Luoise Brown. Certo la madre di Luoise non era in grado di concepire a causa dell’ostruzione delle tube di Follappio, ma già negli anni 80 le tecniche  per estrarre più ovuli contemporaneamente, stimolando con ormoni le donne, erano collaudate e ben presto si cominciò a vendere le fecondazione assistita anche alle donne che non avevano alcun problema alle tube. Nell’ ’83 due medici del centro per la prevenzione e il controllo delle malattie annunciano l’inizio di “un’epidemia di infertilità”. A metà degli anni Ottanta negli Stati Uniti aprono cliniche che offrono la fecondazione in vitro e negli anni Novanta nascono le agenzie che offrono  la donazione di ovuli, la maternità surrogata e l’Icsi (l’iniezione introcitoplasmatica di spermatozoi).

Ora vi invito a leggere l’articolo di cui faccio un riassunto che non rende giustizia alla profondità delle argomentazioni, ma mi chiedo: è un caso che la campagna sul Fertility day della ministra Lorenzin, spinta dalla ricerca scientifica e medica, sia incappata nella stessa trappola dell’orologio biologico? La donna con la clessidra, il bene comune racchiuso tutto nei ventri e nelle ovaie delle donne, tutte immagini che tendono a rendere responsabili della riproduzione esclusivamente le donne, elemento che ha fatto scattare l’indignazione di molte e molti. Sottolineare che il peso della riproduzione ricade quasi esclusivamente sulle donne, che sia nella natura delle donne assumersi tutta la responsabilità della procreazione mettendo un peso insopportabile  sulle loro spalle, non è un modo per spingere sul mercato prodotti che hanno  profitti potenziali altissimi?

Sono convinta che le motivazioni della ministra fossero sincere: il tema della denatalità e della infertilità è un tema complesso, con ricadute pesanti sulla spesa per la sanità pubblica ma forse non è meglio ricondurre la maternità a una responsabilità condivisa tra uomini e donne, due pari e diversi, e alla società intera perché  trovi risposte politiche capaci di rendere sostenibile per le giovani donne e i giovani uomini il progetto di un figlio/a? Non è forse meglio, come dice bene la Weigel in chiusura del suo articolo “riconoscere che sia il corpo degli uomini sia quello delle donne invecchiano, e che la maggior parte degli esseri umani desidera affetto intimità e rispetto?” e invitare i giovani a non dimenticare tutto questo?

Chi ha scritto questo post

Roberta Trucco

Roberta Trucco

Classe 1966, genovese doc (nel senso di cittadina innamorata della sua città), felicemente sposata e madre di quattro figli. Laureata in lettere e filosofia. Da sempre ritengo che il lavoro di cura non si limiti all'ambito domestico, ma debba investire il discorso politico sulla città. Per questo sono impegnata in un percorso di ricerca personale e d’impegno civico, in particolare sui contributi delle donne e sui diritti di cittadinanza dei bambini. Amo l'arte, il cinema, il teatro e ogni tipo di lettura. Da alcuni anni dipingo con passione, totalmente autodidatta. Intendo contribuire alla svolta epocale che stiamo vivendo con la mia creatività unita a quelle delle altre straordinarie donne incontrate nella splendida piazza del 13 febbraio 2011 di Se non ora quando. Credente, definita dentro la comunità una simpatica eretica, e convinta "che niente succede per caso."

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