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Essere una donna in Calabria

Anna Carabetta
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Come dice Carolina Girasole, in Calabria ci troveremo ancora tra silenzi e diffidenze, ma anche tra nuovi riconoscimenti e solidarietà innocenti.

 

A Melito Porto Salvo, un paese della costa ionica, una bambina di 13 anni si innamora del figlio del boss Iamonte – la cosca di ‘ndrangheta più pericolosa di Melito – e per tre anni viene violentata da lui e da altri otto amici suoi finché trova il coraggio di denunciare.

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Melito di Porto Salvo – Casina Ramirez

Poteva succedere anche a me che sono nata a Locri non lontano da Melito, se i miei genitori non avessero deciso di emigrare al nord quando avevo tre anni. A 13 anni avrei potuto innamorarmi di un ragazzo più grande, figlio di una delle tante famiglie di ‘ndrangheta che governano la Calabria e non solo, mi sarei fatta incantare dai suoi abiti firmati, da una bella moto sulla quale stretta a lui scorrazzare per il lungo mare, ammirata e invidiata da chi immaginava quella mia frequentazione un salto sociale per me che ero di umili origini. Forse anche mia madre avrebbe covato nel cuore quella speranza: vedermi accasata bene, non importa a quale prezzo, e si sarebbe comportata con omertà non mettendomi in guardia dalla luce cattiva nello sguardo del mio presunto fidanzato. Forse anche mio padre avrebbe sperato la stessa cosa. Ed io, innamorata pazza, avrei fatto l’amore con lui, probabilmente per la prima volta, sulla spiaggia, al riparo di una barca rovesciata. Sarebbe stato per me un evento solenne come una cerimonia di nozze e lui mi avrebbe promesso di sposarmi. Rincorrendo il mio sogno, per accontentare il mio presunto fidanzato e provargli il mio amore, avrei accettato, curiosa e inconsapevole, di fare il sesso a tre, poi a quattro, cinque, sei, sette, otto! Incapace di fermarmi in tempo davanti a quella luce cattiva nel suo sguardo che avrei imparato a riconoscere e a odiare, mi sarei lasciata scaraventare in un inferno dove lingue di fuoco mi avrebbero urlato: puttana! te la sei andata a cercare!

Questo ha gridato il paese alla bambina di Melito. Se l’è andata a cercare anche Anna Maria Scarfò nel 1999 a San Martino di Taurianova. Anche lei tredicenne, anche lei stuprata per tre anni di fila da un gruppo di giovani malavitosi vicini alla ‘ndrangheta, anche lei trova il coraggio di denunciare. Quando i suoi aguzzini vengono arrestati il paese si ribella e le donne si scagliano contro la “puttana”. Alla fine del processo Anna Maria ha 21 anni, per sopravvivere deve lasciare San Martino ed entrare in un programma di protezione in una località protetta.

Per la bambina di Melito sul web si è mossa una reazione scomposta. Una valanga di commenti ha offerto la ricetta giusta per porre fine allo strazio: togliere la patria potestà ai genitori incapaci di educare; mandare le forze dell’ordine a presidiare Melito; bruciare il paese.

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Gli stupri di gruppo a danno di minorenni non sono una novità – in Italia, secondo l’Istat, le donne che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni sono 2 milioni 284 mila e di queste quasi 200 mila hanno subito violenze sessuali gravi come lo stupro –  e non sono una novità nemmeno le comunità che si schierano contro le vittime. Nelle vicende di Melito e di Taurianova però c’è qualcosa di più, c’è la ‘ndrangheta che pende come un macigno sulla testa di chi denuncia e di chi prova a sostenere le vittime. Là chi ha organizzato gli stupri di gruppo faceva parte di una cosca, là all’ignoranza e al sessismo si aggiunge la paura: farsi vedere a una manifestazione o pronunciare parole di condanna può voler dire essere minacciati, picchiati, perseguitati insieme ai tuoi figli e un giorno ti ritrovi con il negozio bruciato, la macchina saltata in aria, e pure morto ammazzato. Ecco che chi non è connivente con quel sistema, quel sistema lo subisce chiudendo gli occhi, tappandosi le orecchie e mimetizzandosi nell’omertà. Oppure, ci si ribella e a Melito e in tutta la Calabria ci sono donne coraggiose che lottano contro la violenza, che si impegnano contro la ‘ndrangheta. Alcune le abbiamo conosciute nella stagione vicinissima ma che sembra lontana anni luce delle sindache calabresi: Maria Carmela Lanzetta ex sindaca di Monasterace che era solita dire «molti non l’hanno ancora capito, ma non occuparsi della Calabria vuol dire non occuparsi dell’intera nazione»; Elisabetta Tripodi, ex sindaca di Rosarno; Annamaria Cardamone sindaca di Decollatura; Carolina Girasole ex sindaca di Isola di Capo Rizzuto.

Donne simbolo del riscatto del Sud e soprattutto delle donne meridionali che non si sono spese invano anche se sono state messe a tacere dopo aver subito attentati e intimidazioni, calunnie e voltafaccia, diffamazioni e accuse di collusione con la ‘ndrangheta. Come dice Carolina Girasole, in Calabria ci troveremo ancora tra silenzi e diffidenze, ma anche tra nuovi riconoscimenti e solidarietà innocenti.

Chi ha scritto questo post

Anna Carabetta

Anna Carabetta

Ho lavorato come insegnante, attrice e autrice teatrale. Negli anni settanta ho partecipato al movimento femminista. Insieme a una ventina di amiche ho fondato a Torino “L’Uovo”, un locale aperto a tutti, dove si mangiava, si presentavano libri scritti da donne, si rappresentavano piccoli spettacoli teatrali incentrati sui temi del mondo femminile. Sono tra le fondatrici di Se Non Ora Quando che ho esportato in Calabria, nella Locride, mia terra d’origine. Organizzo tour teatrali con gli spettacoli “Libere” e “L’amavo più della sua vita” scritti da Cristina Comencini per Se Non Ora Quando-Libere. Vivo a Roma, sono sposata e ho un figlio di 25 anni.

facebook.com/anna.carabetta.3
twitter.com/annacarabetta

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