RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ

Libertà è dare pieno riconoscimento alla maternità

Francesca Izzo
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Di seguito il testo dell’intervento di Francesca Izzo a nome di Se non ora quando – Libere nel quadro dell’indagine su “Le donne nello spazio pubblico” discussa oggi a Strasburgo su invito della Commissione Equality and non Discrimination del Consiglio d’Europa.

 

“Le considerazioni che svolgerò sono frutto sì di studi ed elaborazioni personali ma anche dell’esperienza concreta in movimenti ed associazioni di donne che si sono battute e si battono per il pieno riconoscimento della libertà e la dignità dell’essere umano femminile. È mia convinzione che la “rivoluzione più lunga” – e la più riuscita – sia dinanzi, in Europa e nell’intero Occidente dove è nata e ha dato i frutti più ricchi, ad una svolta. L’uguaglianza conquistata sul piano dei diritti dalle donne europee stenta a tradursi in una effettiva parità, in una cittadinanza piena nel lavoro, nella politica e in genere nella vita sociale. Soffitti di cristallo, retribuzioni inferiori, doppio lavoro, violenza e femminicidi disegnano ancora un quadro in cui per le donne la libertà di essere se stesse appare ancora lontana. L’uguaglianza piuttosto che affermarsi come riconoscimento dell’essere pari ma differenti tende a configurarsi come un’irraggiungibile assimilazione al modello maschile da sempre dominante nella sfera pubblica.

È molto significativo, a questo riguardo, il fenomeno del crollo della natalità diffuso in tutti i paesi europei anche quelli che adottano politiche womenfriendly. È così allarmante perché denuncia un disagio profondo delle generazioni più giovani di donne. Perché accade questo, perché le donne, insieme agli uomini, vivono con una forte ambivalenza questo loro potere/potenza? Qual è il posto della natalità, ma io dico della maternità, nel nostro mondo, dal punto di vista culturale, direi simbolico innanzitutto?

Proprio quando – per la prima volta nella storia – le donne, almeno in Occidente, hanno raggiunto piena autonomia e autodeterminazione, libertà di scelta, e la maternità entra nell’ambito della libertà, quando diventa possibile ridefinire cosa si intende per perfezione umana facendovi rientrare finalmente la maternità e di farne riconoscere culturalmente, socialmente, economicamente e politicamente il valore, questa sembra sfumare nello sfondo, sembra perdere senso e consistenza. Sembra piuttosto prevalere l’accettazione subalterna del punto di vista di chi l’ha sempre considerata una corvée, un cordone ombelicale che lega le donne alla natura impedendo loro di essere davvero libere, cioè non determinate da condizionamenti corporei, di essere come gli uomini, di non subire un handicap sul lavoro, nella carriera, ecc.

Nei decenni passati la posta in gioco culturale della battaglia per la libertà di scelta è stata quella di fondare la propria identità di donna, la propria libertà indipendentemente dall’essere madre. Essere libere ha significato in prima battuta dire no alla maternità come destino, come costrizione naturale e obbligo sociale.

In questa nuova fase storica nella quale quella battaglia è stata in linea di principio vinta occorre misurarsi su un idea positiva della libertà che accolga e dia riconoscimento alla maternità, vincendo un atteggiamento subalterno alla cultura e all’organizzazione della vita voluta e fatta dagli uomini. Non è un passaggio semplice perché la grammatica dei diritti che ha segnato finora la via della liberazione delle donne non è adeguata a darne espressione: la maternità, o più comprensivamente la genitorialità non è un diritto, è una facoltà, un potere potenza che esprime il carattere relazionale del nostro essere umano. Il diritto parla la lingua dell’individuo proprietario, la maternità e la genitorialità quella della libertà, della relazione, della responsabilità.

È però un passo indispensabile se si vogliono cambiare assetti sociali, produttivi, relazionali. Ma in questo tempo di transizione il rischio invece è che questo potere/potenza venga risucchiato e “normalizzato” dall’esercizio della libertà come dominio e controllo sul corpo, come capacità di trascendere la sua finitezza carnale e temporale: quella libertà disincarnata che si coniuga esclusivamente con indipendenza, autonomia, affrancamento dai vincoli corporei del soggetto. Appare molto più funzionale agli imperativi dominanti, “ripulire” quanto più possibile la maternità dai condizionamenti corporei, relazionali, temporali che le appartengono per farla aderire all’immagine del soggetto totalmente padrone di sé.

Così, dinanzi al fatto che i condizionamenti culturali, economici, sociali rendono sempre più difficile fare bambini si ricorre alla tecnica con l’intento neppure tanto nascosto di separare “produzione” di esseri umani e maternità. Ecco, mi chiedo vi chiedo ci piace questa immagine del futuro? Eppure, nell’idea ed esperienza della maternità, finalmente libera e non più destino, emergono aspetti come il limite, la responsabilità verso l’altro, la relazione, tutti aspetti di cui le nostre società hanno un urgente bisogno.

Qui si gioca una grande partita per le donne e per gli uomini, del tutto aperta. E vi prego di credere che non si tratta di astruserie filosofiche, di astrattezze, perché se non c’è una profonda convinzione da parte delle donne, di un numero grande di donne , soprattutto delle giovani generazioni, che la maternità non è un peso da cui liberarsi ma una potenza da affermare politicamente e socialmente, nessuna politica davvero innovativa si farà, non si destineranno importanti voci del bilancio statale per armonizzare i tempi, per promuovere la condivisione della cura domestica, per favorire il lavoro delle madri e la vita dei bambini. Ma si investirà su altro, si guarderà ad altro, ad esempio a diffondere le tecniche.

È in corso un grande conflitto generato dalla rivoluzione femminile: l’uscita dalla sfera domestica e la conquista della libertà può preludere ad un grande cambiamento culturale e sociale perché finalmente la differenza interna al genere umano venga espressa, realizzata oppure ad una classica rivoluzione passiva nella quale certo le donne godono di maggiori libertà ma al prezzo di cancellare ogni loro tratto differente, neutralizzarsi, in nome di un uguaglianza che è quella consegnata alla storia del dominio degli uomini. Ed io mi auguro che anche in questa sede si guardi con occhi sempre più consapevoli alle sfide grandi che la libertà delle donne apre dinanzi a noi”.

 

Chi ha scritto questo post

Francesca Izzo

Francesca Izzo

Vivo a Roma ma sono originaria di un piccolo paese del casertano. Sono sposata con un figlio. Ho insegnato fino a qualche anno fa Storia delle dottrine politiche all'università l'Orientale di Napoli. Ho fatto parte dell'associazione di donne DiNuovo, e sono tra le fondatrici del movimento Se non ora quando. Dalla ormai lontana giovinezza partecipo a gruppi, movimenti, coordinamenti di donne e ne scrivo. Penso che la sfida più grande alla cultura e alla politica sia realizzare un mondo a misura delle donne e degli uomini, a misura dei due sessi. Dopo l'intensa esperienza del movimento Se non ora quando? sono persuasa che questo sia il tempo di rendere popolari le idee legate alla libertà femminile e quindi ho deciso con le altre di Libere di dar vita al sito Che Libertà.

1 Comment

  • Condivido tutto il senso e l’attualità della sfida, legata come si sa alle nuove definizioni della nostra cittadinanza. Aggiungo come spunto un inciso di Letizia Gianformaggio, estratto da una sua pubblicazione del ’95, a mio modo di vedere coerente con le conclusioni dell’articolo:

    “l’exclusion des femmes de la politique a été le prix à payer pour le dévouement des hommes à celle-ci, c’est à dire pour l’exclusion des hommes du privé (et de ses soucis). Ce que les femmes ne devraient pas faire – si elles veulent devenir sujets politiques nouveaux, c’est à dire différents, et donc si elles souhaitent conserver et revendiquer leur différence (non plus une différence-exclusion mais bien une différence-specificité) – c’est de chercher à leur tour une nouvelle catégorie d’exclus de la vie politique susceptibles de payer le prix de la présence féminine sur le terrain de la politique et du pouvoir. Ce sont les hommes qui doivent payer le prix de cette évolution, non pas sous la forme d’une exclusion, mais d’une redistribution du temps et des centres d’interets”

    come a dire (almeno nell’uso personalissimo che ne faccio qui e ora), che la neutralizzazione così pericolosa per la nostra differenza, ha anche una conseguenza sociale e politica paradossale, drammatica: far pagare ad altre donne il prezzo della nostra (fraintesa) libertà nel mondo, rompere una solidarietà simbolica importante.

    P.s. da semplice studentessa, mi piacerebbe approfondire la questione della “grammatica dei diritti” come registro dell'”individuo proprietario” e non dei soggetti-che-si-riconoscono; i diritti sono astrazioni, titolarità o meglio schemi di relazione parziali, artificialmente e politicamente bilanciati, il frutto, se vogliamo, dell’equilibrio raggiunto nel discorso politico. In altri termini ancora, parlano già la lingua della responsabilità, responsabilità-in-concreto.

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