PARLIAMONE

Solidarietà e urbanistica

Simonetta Robiony
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Il dizionario dei sinonimi sostiene che la parola solidarietà può essere sostituita da amicizia, aiuto, unione, assistenza, accordo, complicità, intesa. Ma solidarietà è di più e di meno, non a caso viene dal latino “sodale” che vuol dire compagno, che non è il compagno di giochi ma uno con cui si condivide lo stesso destino. Ne ha parlato in tv con Corrado Augias l’ex monsignor Vincenzo Paglia ormai arcivescovo, fondatore con altri della Comunità di Sant’Egidio, da poco più di un mese presidente della pontificia Accademia per la vita, nonché capo dell’Istituto pontificio per la famiglia che ha da poco scritto un libro intitolato “Sorella morte”. E non ne ha parlato soltanto per sostenere come cattolico che una legge sull’eutanasia non è né appropriata né risolutiva anche nei casi di malati terminali, ma per ricordare che la solidarietà verso gli ultimi, i sofferenti, gli sbandati, gli affaticati, coloro che vengono, come ha detto, “considerati scarti” deve essere praticata in vita, dai viventi e per i viventi:

Occorre tenersi per mano per combattere la cultura dell’io assoluto, quella di colui che si sente sciolto da ogni legame guardando solo se stesso. (Vincenzo Paglia)

Discorso da cristiano ma anche discorso perfettamente laico. L’uomo è un animale sociale: senza relazioni profonde è solo, soffre e la solitudine è una malattia che fa stare molto male.

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Sì, ma quale solidarietà è possibile oggi? Un tempo, neanche troppo lontano, la maggioranza della popolazione viveva in paesi, contrade, perfino in casette strette intorno a una pieve di montagna, oggi nel mondo crescono le megalopoli, con periferie immense e degradate a far da muro intorno a centri storici, più o meno antichi, diventati regno della finanza, del commercio e di pochissimi miliardari, e, in quanto tali, centri storici inutilmente penetrabili per la gente comune. Serve una altra urbanistica per non lasciare la solidarietà in mano alle associazioni di volontariato e basta. Servono piazze, bar, ristorantini, bancarelle, alberi, discoteche, cinema, teatri, panchine, luoghi dove si possa conoscere il vicino, scambiare due chiacchiere, farsi dei favori. Per gli anziani che, tagliati fuori dal mondo del lavoro, restano da soli in questi palazzoni di sconosciuti, ma anche per le donne che hanno bisogno, come accadeva fino ad ieri, di condividere con altri il peso dei figli. Le strade sono diventate pericolose: troppe auto e troppo veloci.

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In La nuvola di smog il grigiore di una metropoli tritatutto, dove l’uomo si perde in una nuvola di inquinamento.

I cortili, quando esistono, sono pieni di bidoni per la spazzatura che si vorrebbe differenziata. Gli appartamenti sono minuscoli e affogati, spesso danno un senso di claustrofobia. Anziani, donne e bambini soffrono chiusi in queste gabbie. Servirebbe una nuova urbanistica e gli urbanisti lo sanno meglio di chiunque altro. Ma in Italia gli urbanisti contano poco perché si impongono i palazzinari che badano ai guadagni e non alla qualità della vita. Il brutto allora si aggiunge al brutto all’infinito.

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Certo non possono trasformarsi in un’autentica amicizia le ore notturne passate a chattare sui social raccontandosi come si vorrebbe essere e non si è. E i centri commerciali, immensi templi innalzati al consumo, non possono essere il solo luogo di aggregazione di queste periferie. Come lo conosci il vicino mentre guardi una vetrina o mangi un gelato? Cosa può dire una giovane madre, per cominciare un discorso che potrebbe trasformarsi in un’amicizia, a una altra giovane madre concentrata sulla spesa in un supermercato? Roma, la città più affollata di Italia, ha diviso il comune in tante zone con i loro rispettivi uffici di competenza: si chiamavano circoscrizioni, ne ha ingentilito il nome cambiandolo in municipi. Ma la sostanza resta: sono il dominio della burocrazia.

Se, se, se. Se ci fossero ancora i vecchi quartieri, e qualcuno ce n’è, forse si potrebbe tornare a parlare di solidarietà, una pratica di cui si ha bisogno più di prima perché le distanze nelle megalopoli sono enormi e i parenti, a cominciare dai nonni, stanno sparsi un po’ qua e un po’ là; perché non tutti gli italiani vivono dove sono nati e la abitudine al trasferimento per lavoro ormai prevede perfino l’estero; perché le giornate corrono e il tempo stringe e ogni spostamento diventa proibitivo; perché la fatica condivisa è meno fatica e il telelavoro, tuttora una invenzione futuribile, peggiora e non migliora le nostre giornate. Soprattutto per le donne. Le prime, se non le sole, a offrire sempre e comunque aiuto ai più deboli: i bambini, gli anziani, i malati.

È un peso troppo grande per le loro spalle, anche perché è un peso che si deve sopportare da sole, che non prevede né grazie né prego, che si avverte come un dovere ingiusto cui si finisce spesso per ribellarsi. E la ribellione, a volte, sfocia in inutili separazioni dal compagno, che rendono le donne ancora più disperate. Con la crisi economica che affligge ormai tutto l’occidente i servizi tendono a diminuire oppure a costare più cari. Un quartiere progettato secondo criteri un po’ più umani non dovrebbe, invece, essere un lusso proibito e potrebbe favorire l’aiuto reciproco, migliorando le loro giornate. La solidarietà ha bisogno anche dell’urbanistica. Se non si riesce neppure a incrociare uno sguardo in ascensore col vicino di casa, come si fa a ripristinare questa solidarietà?  Si delegano cure e affetti a ospedali e doposcuola, quando ci sono. Purtroppo non è uguale.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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