DONNE SUL GRANDE E PICCOLO SCHERMO

Tutte le donne della Festa del Cinema

Simonetta Robiony
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Donne ce ne stanno, e pure tante, nei film presentati in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma, ormai sparsa per la città in sale e salette, anche se la testa e il tappeto rosso restano all’Auditorium di Renzo Piano. Peccato siano per lo più donne in crisi, donne disperate, donne sole, donne affaticate, donne vendicative, donne abusate, donne inquiete, donne infelici.

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Vero che essere donna non è semplice, ma questa folla di donne dolenti forse non aiuta. Una sola, tra le tante viste al cinema, è veramente felice: Meryl Streep nel ruolo dell’ereditiera Florence Foster Jenkins nella commedia omonima firmata da quel magnifico regista che è Stephen Frears. Intanto è felice il suo personaggio, la vera Florence, sia perché durante l’ultima guerra proteggeva a New York con soldi e passione ogni genere di artista, sia perché riteneva di saper cantare e, pur avendo una orribile voce, tutti per compiacerla glielo facevano credere.

Poi è felice Meryl Streep, unica attrice nell’universo hollywoodiano ad aver avuto al suo fianco, nel ruolo di un autentico marito, non di un toy-boy o di un amante occasionale, addirittura Hugh Grant, attore di molti anni più giovane di lei che, però, tra trucco, luci e bravura regge alla grande il confronto. Una vera rivoluzione. Fino ad oggi era sempre accaduto il contrario.

 

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Le altre donne, chi per una ragione, chi per un’altra, soffrono. È perseguitata dalla sfortuna la protagonista di “Irreprochable” del francese Sebastien Marnier, tanto che alla fine giura vendetta nei confronti dell’amica più giovane che le ha soffiato il modestissimo posto di lavoro. È affannata e confusa nel film di Karen Di Porto “Maria per Roma”, una Maria che sogna di recitare e intanto fa la guida turistica: corre e s’affanna in una Roma trafficata e confusa, dove arrivare ad ogni appuntamento è un incubo e i minuti scorrono inesorabili.

È sottoposta a violenze di ogni genere “La mujer del Animal” del colombiano Victor Gavira che con questa vicenda, ci sconsiglia vivamente di sposare un suo connazionale. Costretta dal suo rapitore detto l’Animale, un nome che è un programma, a un matrimonio che non vuole, viene segregata in casa, riempita di botte, lasciata senza soldi, tradita, offesa, umiliata, torturata col consenso di tutto il paese che vede e tace: la nascita di una figlia, però, la spingerà finalmente alla fuga. È stanchissima la sempre brava Isabella Ragonese in “Sole, cuore, amore” di Vicari: marito disoccupato, quattro figli, ore e ore nell’autobus per arrivare a Roma dove lavora dal paese in cui abita, e poi casa, cucina, i confronti con l’amica che fa la ballerina, una eterna gioia di vivere dentro che le impedisce perfino di piangere: finirà col non farcela.

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È disturbatissima, e come potrebbe non esserlo?, l’attrice Rooney Mara nel film “Una” di Benedict Andrews: a tredici anni, appena tredici anni!, ha vissuto una lunga storia d’amore e di sesso con un uomo amico di suo padre scomparso dalla sua esistenza dopo aver subito un processo e una condanna: la giovane donna, però, non si dà pace, lo scova, l’interroga, lo tormenta fino a ricostruire esattamente quello che c’era stato tra loro. È lacerata tra il rispetto per i costumi islamici della sua famiglia pakistana e i comportamenti liberi appresi in Belgio dove vive Zahira, nel film “Noces” di Stephan Streker, un personaggio il suo ispirato al “caso di Saida” di cui tanto i giornali si occuparono nel 2007: dovrebbe sposare un pakistano scelto da suo padre oppure dovrebbe troncare ogni rapporto con i suoi familiari che pure, a modo loro, la amano tanto.

È desolantemente sola Natalia Almada in “Todo lo demàs” di Adriana Barraza, il film più triste del festival, non a caso girato in Messico, il paese che ha inventato la parola femminicidio, perchè sono migliaia le donne uccise e scomparse là. Natalia, signora di mezza età, ha una vita senza vita, un lavoro monotono al comune di Città del Messico, nessun affetto se non un gatto che muore, e quel perbenismo piccolo borghese che la obbliga al decoro: pettinarsi, vestirsi, mettersi più volte al giorno un filo di rossetto per credere di essere ancora una donna. Aiuto!

Todo lo demás Doña Flor (Adriana Barraza)

Todo lo demás
Doña Flor (Adriana Barraza)

Per fortuna c’è la rabbia prepotente e ribelle di “7 minuti” di Michele Placido, il film tratto dal testo teatrale omonimo del bravissimo Stefano Massini e ispirato a una vicenda autentica figlia della globalizzazione. Un’industria tessile italiana a mano d’opera femminile viene ceduta a una multinazionale che per mantenere intatta l’occupazione chiede di rinunciare a sette dei quindici minuti del loro intervallo. A decidere se sì o se no saranno undici operaie estratte a sorte. Tra loro Ambra Angiolini, la Capotondi, la Mannoia, Violante Placido, Ottavia Piccolo, tutte straordinarie. Lavoro contro dignità, un dramma difficile da risolvere.

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E poi ci sono due eroine, perché sì, anche alla Festa del Cinema, ogni tanto, qualche donna vince, sia pure dopo una lunga e defatigante battaglia. La prima è Rachel Weisz,in “Denial” di Mick Jackson, ricostruzione perfetta del processo che l‘inglese David Irving, un divulgatore di storia vicino a Hitler e negazionista dell’olocausto ebraico, intentò contro una docente universitaria americana, Debora Lipstadt, colpevole di aver smontato in un suo documentatissimo volume le false teorie di Irving. Una battaglia giuridica magnifica per quel che rappresenta e per come è rappresentata. La seconda è Sisde Babett Kndsen che in “La fille de Brest” della regista Emmanuelle Bercot ripercorre la pazzesca vicenda di Irène Franchon, una pneumologa di un ospedale di Brest che, rinunciando a occuparsi della carriera, dei quattro figli e dei suoi guadagni , riuscì a far condannare la casa farmaceutica dell’industriale Servier amico del presidente Sarkozy. La fabbrica produceva il Mediator, un farmaco da trenta anni presente sul mercato, usato per perder peso da tre milioni di francesi ma colpevole di molti danni collaterali e un milione e trecentomila inutili morti.

Donne così e così, né vittime né eroine, donne come sono le donne di tutti i giorni, alla Festa non ce ne sono o sono pochissime e laterali, perché comunque il cinema è cinema e, perfino nella sezione Alice, quella dedicata ai ragazzini, come sempre la più affollata anche perché legata alle scuole, un film deve fare raccontare, o almeno far sognare, cose fuori dall’ordinario, cose che colpiscano la fantasia, divertano, vadano giù nella testa o nel cuore, meglio ancora se in entrambi. I maschi intorno ai quali sono costruiti i racconti, qua sono la maggioranza, ma, di tanto in tanto, si affaccia pure qualche storia tutta al femminile.

alice-nella-citta-logoLa bambina di “Little wing” deve comportarsi da adulta per accudire una madre che vuol restare piccola, senza prendersi alcuna responsabilità. “LaylaM.”, la marocchina dell’omonimo pellicola, pur essendo nata e cresciuta ad Amsterdam, si mette il velo in testa, entra in contatto con estremisti musulmani e scappa in Medio Oriente a combattere. L’adolescente attrice Elle Fanning che vive con la mamma Naomi Watts e la nonna Susan Sarandon, in “Tre generazioni”, riesce a far scoppiare la pace in famiglia solo quando comunica il suo desiderio di essere un ragazzo e di voler cambiare sesso, un evento che, nonostante le unioni civili. in una famiglia italiana creerebbe tuttora contrasti e perplessità.

Caratteristica più bella di questa Festa del Cinema? Ascoltare ogni mattina alle 9 le voci dei ragazzini che, aspettando l’apertura delle sale dell’Auditorium, chiacchierano tra loro: sono voci acute e stridenti come la musica contemporanea. Sembra di stare nella grande uccelliera dello zoo con tutti gli uccelli che si mettono insieme a cantare un inno alla gioia.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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