MAI PIÙ COMPLICI

VITTORIA DORETTI: molto è cambiato ma serve aiuto di tutti

Simonetta Robiony
Scritto da

Vittoria Doretti, direttora f.f. per la promozione e l’etica della salute della ASL Toscana sud-est, appena nominata “Donna dell’anno”.

 

Cos’è cambiato in questi anni?

Molte cose. Moltissime. E non solo per il nostro Codice Rosa messo su da noi, per primi, nel 2010-2011, all’ospedale di Grosseto e poi arrivato in tutta la Toscana e in molti altri ospedali italiani per aiutare le donne maltrattate quando arrivano al Pronto Soccorso. Lo spiego raccontando un piccolo episodio. Un paio di anni fa, a un convegno, mentre parlavo del Codice rosa, un importante direttore di un ospedale del nord Italia, mi interruppe dicendomi: “Cos’è sta cosa? Noi siamo un ospedale e ci occupiamo di cose serie”. Gli risposi che non c’era nulla di più serio di un crimine contro l’umanità come è l’atto compiuto dal maschio che usa violenza contro la femmina perché la sente inferiore. Bene. Oggi nessun direttore d’ospedale oserebbe rispondermi con quelle parole. Forse le penserebbe, ma non avrebbe il coraggio di pronunciarle. La società, la legge, i giornali, la tv hanno creato una coscienza collettiva. Il problema c’è. Le donne malmenate ci sono. Quelle uccise anche. Ma ormai è un’emergenza nota. Si può combatterla.

E come?

Lavorando tutti insieme. Codice Rosa è una strada percorribile, ma ce ne sono tante altre e, comunque, anche Codice Rosa va aggiornato di continuo. Con sobrietà e intelligenza dobbiamo unirci tutti, senza rivalità e senza sospetti. I centri di accoglienza, l’educazione nelle scuole, i gruppi specialistici che stanno nascendo nelle forze dell’ordine, i movimenti femministi, quelli che fanno politica nei comuni e quelli che la fanno in parlamento, i giudici e gli avvocati, i medici e gli psicologi: dobbiamo metterci in rete perché abbiamo ancora molto da fare. Il primo passo è che una donna sia capace di denunciare la violenza subita. Ma l’emersione è il primo passo. La casa di accoglienza il secondo. E poi? Quando la donna è diventata consapevole dei suoi diritti e in grado di difendere la sua dignità che cosa le offriamo, noi, per ricostruirsi una vita? Deve trovare un alloggio, deve avere un lavoro, deve mantenere se stessa e i figli, ma come? Spesso queste donne maltrattate non hanno neanche un titolo di studio. Se non uniamo tutte le forze senza dannose e inutili contrapposizioni tra noi, in una azione sinergica che è una alta forma di solidarietà umana, non ne usciamo. Il percorso è lungo. Sarà terminato quando saremo in grado di rendere tutte le donne maltrattate autonome e indipendenti. Sia perché lo stato non avrebbe mai abbastanza soldi per mantenerle a lungo, sia perché sarebbe una nuova umiliazione per loro vivere di un sostegno pubblico.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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