BATTAGLIE SGUARDI

Cronaca di una giornata incredibile

Ph. Flickr Creative Commons/Xanic Lopez - Women's March | Chicago | 2017

Riceviamo da un’amica italiana presente a Washington il giorno della Women’s March. Questo testo che documenta dall’interno quella che è stata la manifestazione del 21 gennaio, è davvero prezioso poichè, diversamente da quanto è stata capace la stampa nostrana: restituisce il racconto da vicino dell’atmosfera, gli umori, le parole e le immagini della mobilitazione, aiutandoci ad interpretarle. Buona lettura. 

 

…una di loro ha la testa coperta da un foulard, un’altra un’imponente testa di capelli neri e crespi, sono studentesse di una università del MidWest, sui loro cartelli promettono di presentarsi alle prossime elezioni locali. Ne poggiano uno giallo che dice: SORRY WORLD, WILL FIX  THIS (Mondo Perdonaci, Rimedieremo). Speriamo.

 

Dall’ennesimo treno che passa carico di donne che vanno alla marcia su Washington e sul quale non siamo riuscite a salire è già chiaro che l’affluenza sarà notevole (l’organizzazione della marcia aveva parlato di 200 mila persone mentre la partecipazione sarà di oltre 500 mila). Finalmente raggiungiamo la testa della fila, riusciamo a salire. Alla fermata successiva tutte cerchiamo di far guadagnare dei centimetri di spazio alle nuove arrivate, questo spostamento mi permette di guardarmi intorno, vedo donne di tutte le età ma soprattutto giovani e tanti uomini e ragazzi. 

Molte e molti portano il terribile cappellino che avevo sperato di non vedere: a maglie larghe con le orecchie da gatto ai lati della testa e rosa shocking, come avrebbe definito il colore la stilista Elsa Schiapparelli. Non sono valsi gli appelli lanciati un po’ dappertutto ad evitarli, allusivi come sono alla misogina e volgarissima frase pronunciata dal presidente in carica sulla sua abitudine di palpeggiare la pussy delle donne che incontrava quando girava il suo cafonissimo reality show. A orecchie italiane la parola può suonare anche gradevole perché vuol dire gattina, ma ad orecchie anglofone suona parola estremamente volgare. Riferimenti a tanta volgarità molte avrebbero preferito evitarli, ma c’è chi invece ha colto l’occasione di un rovesciamento e così in giro si vede qualche cartello “Pussy Power”, “Pussy Has Claws (La pussy ha gli artigli)”, ecc.

All’uscita dalla stazione della metro, ancora distante dallo spazio previsto per la manifestazione, scopriamo che le strade sono già tutte traboccanti. La maggior parte non riuscirà ad arrivare mai al palco da dove parlano o cantano, tra le altre, Gloria Steinem, Michael Moore, Cecile Richards (Planned Parenthood), Angela Davis, Ai-jen Poo (National Domestic Workers Alliance) Muriel Bowser (sindaca di Washington DC), Roslyn Brock (NAACP), Bob Alotta (Astraea), Ilyasah Shabbaz, Ashley Judd, Scarlett Johansson, Tamika Mallory, Janet Mock, Sophie Cruz, ecc…

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Non ci sono megaschermi, la manifestazione è spontanea e povera, non è stata promossa da partiti o gruppi organizzati, è nata dall’idea di una donna delle Hawaii all’indomani delle elezioni che hanno sconvolto l’America e poi è stata rilanciata sui social dove ha velocemente raccolto tantissime adesioni. La marcia vuole rappresentare un rifiuto del bigottismo e un invito all’uguaglianza e all’inclusione e vedrà calare su Washington DC donne e uomini da tutti gli Stati d’America.

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(From Vox.com) Jossif Ezekilov holds a sign and stands with friends outside the Newseum. Crowds spilled from the mall into downtown Washington, DC. Naomi Shavin

Per la maggior parte delle persone è evidente che non ha importanza raggiungere il palco, ascolteremo più tardi il vibrante appello di Gloria Steinem, la feroce orazione di Michael Moore e delle altre e, purtroppo, anche la scurrile canzone di Madonna. Importante è essere lì, di aver tutte sentito la necessità di contrastare in prima persona un uomo malato che ha riportato in superficie le tendenze retrograde violente e più negative del paese e una presidenza che minaccia non solo i diritti delle donne ma anche i diritti umani dei quali l’America democratica di Obama va tanto fiera.

Siamo qui per combattere per quello che volete toglierci, non vogliamo tornare indietro e siamo felici di essere cosi tante più del previsto, forse non ci speravamo. Ecco perché tutte sono straordinariamente gentili, nonostante la calca ci si scusa per le inevitabili spinte, ci si sorride, ci si rassicura, addirittura ci si ringrazia, non scusarti anzi grazie per essere qui. La soddisfazione aleggia nell’aria. È come se dopo lo stupore e la sorpresa provocata dalla sconfitta di Hillary Clinton si ritrovassero le forze per combattere una presidenza così evidentemente malata e bugiarda e che ha ampiamente rivelato in campagna elettorale di voler riportare il paese a una chiusura xenofoba, razzista e sessista, cancellando legalità, rispetto e decenza.

La quantità di cartelli è impressionante, mediamente uno ogni due persone. Non potendo far altro, appena si crea un passaggio in cui si può scorrere, ci si sposta per leggerne il più possibile. Sono di tutti i colori, quasi tutti fatti a mano con pennarelli e cartoncini e ritagli, i messaggi spaziano dall’inclusivo WOMEN’S RIGHTS ARE HUMAN RIGHTS, HUMAN RIGHTS ARE WOMEN’S RIGHTS e BLACK LIVES MATTER, allo storico MY BODY MY BUSINESS, al rabbioso I CAN’T BELIEVE I AM STILL HERE TO FIGHT THIS S… (Non posso crederci, sono ancora qui a combattere questa m….), DISSENT IS PATRIOTIC (Il dissenso è patriottico), all’epocale FUTURE IS FEMALE (Il futuro è femmina), RESISTANCE IS FERTILE (La resistenza è fertile), al disperato SO BAD EVEN INTROVERTS ARE HERE  (Va cosi male che anche gli introversi sono qui), al buonista LOVE TRUMPS HATE (L’amore vince l’odio) giocato sul nome del neoeletto e mantra della campagna di Hillary che si ripete all’infinito e LOVE NOT HATE MAKES AMERICA GREAT, al pragmatico PLEASE VOTE AT MIDTERM ELECTION (Per favore votate alle prossime elezioni per il congresso).

 

La maggior parte sono ironici I CAN SEE RUSSIA FROM HERE (Vedo la Russia da qui) parafrasando la celebre disgraziata frase di Sarah Palin alle elezioni del 2008 e poi MERYL FOR PRESIDENT, TWEET WOMEN WITH REESPECT, LEADERS LEAD TWITS TWEET (dove twits sta per sciocchi), SEX OFFENDERS CAN’T LIVE IN GOVERNMENT HOUSES. Si usano persino i versi di una famosa canzone di Carly Simon: YOU ARE SO VAIN YOU PROBABLY THINK THIS MARCH IS ABOUT YOU.

(Ph. Flickr Creative Commons Tom Hilton - Women's March San Francisco, CA)

(Ph. Flickr Creative Commons/Tom Hilton – Women’s March, San Francisco, CA)

La polemica della vigilia sulla bianchezza della manifestazione è superata dalla presenza numerosa di donne e uomini neri. Anche le native americane ci sono, una di loro porta con orgoglio un antico, magnifico Kostoweh, il copricapo indiano di piume d’aquila, e mostra un cartello fantastico: 1492 – 2017  WE ARE STILL ACCEPTING IMMIGRANTS ( 1492- 2017 accettiamo ancora immigrati).

Da una risata, da una condivisione, da una richiesta di scattare una foto nascono conversazioni, scambi di informazioni. Tutte parlano con sconosciute, l’energia si sente nell’aria, si respira la voglia di reagire a questa immane sciagura che si è abbattuta sul paese e che ancora non ci si riesce a spiegare. (A questo proposito le teorie sono moltissime, ma quella preferita dai repubblicani è che le donne non hanno votato in massa per Hillary, quella dei democratici che il partito si è allontanato troppo dai problemi dei lavoratori delle zone deindustrializzate per sposare l’individualismo delle masse urbane).  

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Le comunicazioni via cellulari vanno in tilt e solo più tardi scoprirò che anche nelle altre città l’affluenza è così alta che a Chicago a Los Angeles a Boston non sarà possibile marciare, che anche in città più piccole, Hartford, Savannah, Seneca Falls, l’affluenza è stata stupefacente. In totale circola voce, poi confermata, che ci siano Marce delle Donne in circa 400 città d’America, e tutte con partecipazioni straordinarie, intorno ai tre milioni di persone, ma forse di più.

Le ore passano e alle 14:00 ancora la marcia ufficiale non parte, molti padri intorno all’ora di pranzo hanno riportato i bambini a casa. Noto che non ci sono venditori di cibo o bevande. C’e` chi come me ha gia’ coperto il percorso sul National Mall fino alla Casa Bianca avanti e indietro anche un paio di volte. Intorno alle 15:00 finalmente le organizzatrici decidono nonostante la difficoltà di movimento, visto che la testa del corteo è già praticamente arrivata, di marciare comunque. La marcia parte, chi è già alla Casa Bianca spontaneamente poggia il cartello sulla cancellata e se ne va per fare spazio a chi arriva. Straordinariamente il Park Service che gestisce lo spazio del National Mall ha permesso che si arrivasse così vicino.

Oramai inizia a fare buio, la cancellata è sommersa dai cartelli ma la marcia delle Donne su Washington non finisce. Sembra interminabile. Siamo sfinite ma soddisfatte, l’indomani scopriremo dai media che le partecipanti alle marce sono state ampiamente più numerose dei presenti all’inaugurazione del giorno prima. Oggi abbiamo la certezza di aver fatto storia con un messaggio inequivocabile: la maggioranza del paese non riconosce e non accetta questo presidente e i suoi progetti distruttivi e non si ritira al coperto davanti al pericolo che rappresenta. Non ci può essere acquiescenza verso quest’amministrazione, noi non staremo in silenzio, siamo una legione e qui inizia la resistenza. Per citare Gloria Steinem: 

“Quando eleggiamo un presidente possibile troppo spesso torniamo a casa, questa volta abbiamo eletto un presidente impossibile e non torneremo a casa”!

Vedo tra le ultime un gruppo che non porta il famigerato cappellino, una di loro ha la testa coperta da un foulard, un’altra un’imponente testa di capelli neri e crespi, sono studentesse di una università del MidWest, sui loro cartelli promettono di presentarsi alle prossime elezioni locali. Ne poggiano uno giallo che dice: SORRY WORLD, WILL FIX  THIS (Mondo Perdonaci, Rimedieremo). Speriamo.

Nota: il femminile usato genericamente nel testo comprende anche il maschile.

Chi ha scritto questo post

Francesca Romana Dragone

Francesca Romana Dragone

Attivista femminista di lungo corso, mi sono occupata di salute delle donne, ho partecipato alla trattativa per la fondazione della Casa Internazionale delle Donne a Roma e alle battaglie del movimento dagli anni ‘70 in poi. Sono un’appassionata studiosa di Women’s Studies, scrivo storie e favole, dipingo, mi occupo di fotografia; i miei lavori sono stati pubblicati negli Stati Uniti, dove vivo dal 2001. Torno spesso in Italia, legata come sono da amicizie profonde e da un cordone ombelicale che non intendo tagliare. Ho vissuto con grande gioia la nascita di Se Non Ora Quando?, convinta da sempre che le battaglie delle donne possano inabissarsi e riemergere ma mai scomparire.

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