INTERVISTE

Paola Columba racconta il suo “Femminismo!”

Simonetta Robiony
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Possibile mai che una parola come femminismo, in libera circolazione ormai da quasi cinquant’anni, possa essere considerata una brutta parola, una parola che indica prevaricazione, esclusione, perfino violenza? È quanto si è chiesta Paola Columba, autrice e regista, sentendo alcune ragazze prendere le distanze con fastidio dal femminismo e dal movimento internazionale delle donne che lo hanno animato, le nonne più che le madri delle giovani di oggi, ventenni, poco più o poco meno, che con quella parola non vogliono avere niente a chè fare. Da questa constatazione che l’ha lasciata perplessa ma anche incuriosita è nato il suo documentario “Femminismo!”, con tanto di punto esclamativo, un percorso veloce che va dalle storiche battaglie degli anni Settanta alla generazione di YouTube, fatto attraverso interviste alle vecchie signore che in Italia il femminismo lo hanno ideato e praticato fino alle Femen che scoprono il seno per protesta o alle studentesse che aspirano solo a un posto in tv. Paola Columba, autrice di teatro e cinema, regista di un piccolo film, “Legami di sangue”, lodato e premiato in molti festival, insegnante al Tecnico superiore “Roberto Rossellini”, ci ha messo nove mesi a realizzarlo: “Il tempo di un bambino”, dice, “perché i miei lavori hanno sostituito i figli che non ho avuto: non a caso la casa di produzione, che ho con Fabio Segatori, si chiama “Baby film”, un nome che è una dichiarazione di intenti”. Come molti documentari di oggi che sono una via di mezzo tra un pamphlet e un film il suo segue una tesi precisa: le ragazze che pure godono di libertà conquistate dalle generazioni precedenti, ritengono che il cammino sia concluso, le vittorie ottenute e che oggi si possano godere in santa pace i privilegi di ogni tipo di individualismo. “Femminismo!”, presentato a Roma in anteprima alla Casa del Cinema, il 24 gennaio scorso, in un incontro guidato da Laura Delli Colli, nonostante sia costruito attraverso tante interviste, ha il merito di usare anche linguaggi come l’animazione, la pubblicità, le immagini di archivio, riuscendo a non annoiare il pubblico pur parlando della condizione femminile, una tematica talmente complessa e sfaccettata che si preferisce non affrontare perché cambierebbe il mondo.

 

Come le è venuto in mente questo lavoro?

Per caso. Parlavo con alcune ragazze, figlie di amici ma anche studentesse del “Rossellini”. Ho chiesto a qualcuna cosa ne pensassero del femminismo. Sapevano poco o niente. Una mi ha detto che per lei era come il maschilismo, la voglia delle donne di comandare gli uomini. Un’altra, che era un movimento di donne che non badavano al loro corpo, non si truccavano, non si vestivano alla moda, rifiutavano la loro femminilità, spesso molto brutte. Io sono cresciuta sentendomi una donna libera di pensare, volere, progettare la mia vita, ma consapevole che questa libertà mi arrivava dalle battaglie fatte dalle nostre madri e dalle nostre nonne. Non avrei mai pensato che potessero perdersi quei valori e che addirittura si potesse tornare indietro. Le nuove generazioni, invece, sembrano non esserne consapevoli. Maschi e femmine. Il documentario l’ho fatto per loro.

E adesso, dopo Roma, questo documentario dove va?

Per ora ce lo hanno chiesto una decina di città: aspettiamo le altre. Poi vorrei fosse fatto vedere nelle scuole e nelle università: mi piacerebbe spingesse a una presa di coscienza generale.

Ha intervistato prima le giovani donne che non sanno del femminismo o prima le anziane che lo hanno fatto?

Non mi sono fatta una scaletta: ho cominciato con qualche ragazza dell’università e con qualche mia studentessa ma intanto sentivo la Muraro e la Melandri, donne che ci hanno riflettuto da anni e lo fanno tuttora , ma anche Dacia Maraini e Piera Degli Esposti con cui ho lavorato a teatro. Poi sono andata avanti con tante altre donne. Ho sessanta ore di registrazione che forse affido all’Archivio del movimento operaio e democratico per ringraziarlo della sua collaborazione. C’è anche una sequenza della manifestazione di “Se non ora quando” del 13 febbraio, a piazza del Popolo, a Roma.

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Come mai, pur mostrando le immagini di quella piazza del Popolo a Roma, per una manifestazione che fece scendere in strada un milione di persone in nome della dignità femminile, non ha ritenuto di intervistare quelle che l’avevano pensata e che ne erano il volto come Cristina Comencini e Francesca Izzo?

Volevo facce giovani. Ho cercato appositamente alcune ragazze che vi avevano partecipato. Cinzia Guido che mi è stata indicata come quella che aveva tenuto i contatti via internet con i vari gruppi e gruppetti di donne sparsi in mezza Italia, e Giorgia Serughetti che aveva poi scelto un suo percorso professionale autonomo abbandonando quel movimento che non le corrispondeva più. Ho fatto una scelta funzionale al mio discorso. La Bocchetti l’ho voluta perché è una femminista storica. In fondo per la stessa ragione per cui è stata chiamata da Se non ora quando? a parlare dal palco.

E i vari contributi di animazione dove li ha presi?

Sono lavori che altre hanno realizzato per le loro ricerche. Qualcuna mi ha dato un nome, poi un altro e un altro ancora: non c’è oggi in Italia un movimento unico delle donne, ma molti gruppi autonomi.

Che panorama ha visto?

C’è di tutto, anche gruppi assai attivi. Ma il modello vincente credo sia quello venuto fuori negli anni Ottanta e diventato dominante con la globalizzazione, il mercato, il ritorno agli stereotipi sessuali. La violenza con cui alcuni maschi giovani reagiscono all’abbandono subito da parte della giovane compagna è un grave segno di malessere. Come gli eccessi della chirurgia plastica cui alcune si sottopongono ignorando il dolore e la sofferenza di questi interventi, in una sorta di folle masochismo. Oppure l’esaltazione della femminilità precoce, ma in alcuni casi anche della mascolinità, cui vengono sottoposte le bambine alle quali vengono regalati abitini ammiccanti, scatole per il trucco, servizi per farsi i capelli, gioiellini in pura plastica.

Cosa manca a questa nostra società per arrivare a una parità nella differenza praticata e non predicata?

Una coscienza della collettività: soli non si fa niente, l’individualismo sfrenato porta a una lotta con scarsi risultati. La consapevolezza che ogni conquista va difesa se non la si vuol perdere. La fiducia nella democrazia che, invece, si sta smarrendo insieme al senso civico che ne costituisce la base.

Non le pare che sia stata costruita una società di eterni adolescenti: bambini spinti a essere adulti prima del tempo e adulti che inseguono una eterna giovinezza?

Sì, a volte lo penso anche io. Allarme. Allarme. Allarme.

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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