MAI PIÙ COMPLICI

FABRIZIA GIULIANI: un tassello importante contro il femminicidio

Cecilia Sabelli
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Equiparare la responsabilità del coniuge, o convivente, a quella già prevista per i familiari diretti nell’applicazione della pena massima nei casi di omicidio: è la proposta inserita come emendamento a uno dei testi delle norme che il Parlamento intende varare a tutela degli orfani di femminicidio e crimini domestici, in discussione alla Camera il prossimo 27 febbraio. Si cerca in questo modo di porre fine anche sul piano penale a quella compiacenza sostanziale nei confronti di mariti e conviventi che uccidono la propria compagna, retaggio di un passato non troppo lontano, e di una cultura che nel delitto d’onore trovava la sua massima espressione. Ma in che modo questo emendamento è fondamentale e ribalta quel genere di cultura a cui già nel 2012 avevamo detto no con l’appello Mai più complici? Lo abbiamo chiesto direttamente all’autrice dell’appello, la deputata Fabrizia Giuliani, oggi autrice anche dell’emendamento e tra le promotrici di queste norme di iniziativa parlamentare, che prevedono forme di tutela come il patrocinio gratuito, la pensione di reversibilità, il sequestro conservativo dei beni a garanzia del risarcimento dei danni, l’assistenza medica e psicologica e anche un fondo ad hoc per i figli delle vittime di femminicidio.

 

Fabrizia Giuliani, cosa cambia con questo emendamento e a quale necessità si è cercato di rispondere?

Fino ad oggi il reato di omicidio prevedeva tra i requisiti soggettivi, per l’accesso alle aggravanti, le figure degli ascendenti e dei discendenti della vittima, cioè, in linea retta, nonni, genitori e figli etc. Venivano esclusi così il coniuge, il convivente, il partner. Cosa singolare se guardiamo alla cronaca e alla nostra esperienza. I crimini domestici, vedono, purtroppo un copione che si ripete: la morte delle donne per la maggior parte per mano del marito o convivente, o degli ex coniugi/ex partner. Intervenire per sanare questo vulnus ci sembrava dunque doveroso. Cancellare l’esclusione del coniuge dai requisiti soggettivi per l’applicazione dell’aggravante non è un estensione arbitraria ma un’equiparazione, il venir meno di una discriminazione, questa sì arbitraria, negli istituti previsti dal nostro ordinamento.

In che modo questa modifica, come in molti hanno riconosciuto, ribalta la cultura del delitto d’onore?

Il fatto che per il coniuge fosse previsto un diverso trattamento, è conseguenza di un retaggio culturale. Non dimentichiamoci che il nostro paese cancella il delitto d’onore nel 1981, conquista che otteniamo solo dopo quelle sul divorzio e l’aborto. C’è di che pensare. Un paese che ha cancellato così tardivamente quel tipo di norma impiega tempo a cambiare pelle. La nostra società, tutta, fatica a riconoscere la violenza e i crimini quando questi si consumano all’interno delle relazioni familiari e affettive. Fatica a mettere a fuoco la responsabilità.WhatsApp Image 2017-02-03 at 00.21.11

Acquista sempre più rilevanza giuridica non più solo il vincolo consanguineo ma anche quello della relazione…

Il concetto di aggravante nei casi di relazione affettiva nasce con lo stalking nel 2009, viene ripreso nel 2013 con la legge contro la violenza di genere e oggi in questo emendamento: sempre più la giurisprudenza si è mossa nel riconoscimento dell’aggravante verso chi compie un reato quando egli è legato da un vincolo affettivo nei confronti della vittima. Si tratta di un riconoscimento che si è faticato a conquistare ma che ha grande valenza. Il solo che incrocia davvero la realtà. Il diritto prende atto, va a modellarsi sui fenomeni che si presentano dal punto di vista sociale riconoscendo i cambiamenti, a cominciare dalla libertà delle donne.

Diritto e cultura possono dunque influenzarsi reciprocamente?

Il diritto è parte della cultura di un paese. Ogni cultura, nazione, comunità ha scritto le sue norme, la sua tavola delle leggi, esprimendo, nel tempo i principi nei quali si riconosce, il proprio orientamento culturale. Dunque il diritto da una parte è espressione della cultura – un paese che ha il diritto d’onore è un paese che mantiene un certo tipo di orientamento e di visione -, ma dall’altra attraverso le sue azioni sulla cultura. Quindi se noi operiamo una separazione tra diritto e cultura non cogliamo il nesso di fondo.

Alcuni sostengono che l’aspetto della pena sia secondario rispetto a quello della prevenzione, come rispondi?

Noi siamo partiti dalla convenzione di Istanbul, non solo perché ha dato un grande impulso dal punto di vista normativo (ad oggi la convenzione è l’unico strumento normativo giuridicamente vincolante di cui gode l’Europa su questo terreno) o perché avendovi aderito ne seguiamo la linea, ma anche perché ne condividiamo l’approccio secondo cui qualsiasi azione di contrasto alla violenza deve muoversi sinergicamente su tutti i piani: prevenzione, protezione, pena; quindi mettere in opposizione la questione della cultura e dell’educazione con al dimensione della pena, è del tutto controproducente. Cioè, non solo disattende la linea che esprime molto chiaramente la Convenzione, chiedendo a tutti i paesi di essere messi a norma, ma perché tiene insieme questi aspetti. L’art. 45 è molto esplicito: chiede ad ogni paese di adottare misure che garantiscano sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive, che tengano conto della gravità del reato.

A che punto è la nostra legislazione in materia di femminicidio?

Nel corso di questa legislatura abbiamo fatto molto sul terreno del contrasto alla violenza: la ratifica della Convenzione di Istanbul, la legge 119 per la prevenzione, lo stanziamento di diversi fondi, l’introduzione di Codice Rosa, che chiede che tutte le forze dello stato si coordino per tutelare la vittima, insieme ad altre norme e con queste ultime ritenevamo di voler completare un cammino fatto di piccoli tasselli e uno non sta senza l’altro.

Schermata 2017-02-03 alle 18.04.28Questo impegno legislativo raccoglieva inoltre una mobilitazione che aveva preceduto il 2013: Se non ora quando? con l’appello Mai più complici e tanti altri mondi che si erano mossi per portare all’attenzione di tutti il fenomeno della violenza contro le donne e della sottovalutazione che lo Stato sembrava mostrare verso questo tipo di fenomeni.

Sappiamo che molta strada c’è da fare. Siamo perfettamente consapevoli che non è soltanto la leva penale a consentire un cambiamento definitivo ma non possiamo nemmeno prescinderne. È importante che questa legge venga portata a casa prima della fine della legislatura, ecco, questo è ciò che conta.

 

Chi ha scritto questo post

Cecilia Sabelli

Cecilia Sabelli

Nasco a Roma, nello stesso anno in cui un Papa abbraccia il suo attentatore, un militare sovietico evita la guerra nucleare e una nota azienda informatica rilascia la prima versione di Word. Tutte anticipazioni sul mio futuro. Non diventerò Pontefice e non sventerò guerre, ma mi dedicherò all'arte dello scrivere imparando tanto nelle redazioni di Radio Vaticana, e di servizi esteri di agenzie stampa come l'AdnKronos. Giovane e donna, vivo, mi interrogo e scrivo di entrambi le condizioni. Mi sono affidata a Se non ora quando-Libere per trovare risposte: voglio capire come capitalizzare i risultati delle lotte che altre hanno fatto o stanno facendo per la mia libertà. Come reagire a una natura che mi impone dei tempi e a una società che sfrutta la scienza perché io li ignori pur di essere produttiva. Per ricambiare sono diventata autrice e web-editor del sito del gruppo. Finite le domande volerò in Brasile per parlare la lingua in cui ho avuto l’immenso piacere di discutere la mia tesi di laurea.

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