NO ALL'UTERO IN AFFITTO

PIPPO BAUDO: è giusto che l’Onu condanni

Di Andrea Pellegrini - Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50817982
Di Andrea Pellegrini - Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=50817982
Simonetta Robiony
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La donna mi guardava con indifferenza. Avevo l’impressione che non volesse neanche sentirle le mie domande. Mi rispose: “Non mi riguarda quello che succederà al bambino. Per me è un lavoro. Mi danno dei soldi e io li prendo. Fu una risposta che mi impressionò.

 

Pippo Baudo racconta che ha cominciato a riflettere sulla così detta maternità surrogata da una trentina d’anni e da allora è rimasto convinto che sia una pratica che andrebbe abolita.

Come è successo?

Conducevo “Domenica in” e avevo avuto notizia di una coppia italiana che aveva fatto ricorso a una maternità surrogata per avere un figlio: la moglie era sterile quindi il marito aveva dato il suo sperma per fecondare l’ovulo di una altra donna. La donna che si era prestata a portare avanti per nove mesi questa gravidanza era una inglese. Riuscii a farla invitare a “Domenica in” e le feci alcune domande. Lei sta crescendo dentro di sé un figlio che non sarà suo: come si sente? Perché ha accettato di sottoporsi a un trattamento così innaturale per una donna? Cosa pensa che proverà al momento di vedersi portar via il bambino che ha tenuto dentro di sé? La donna mi guardava con indifferenza. Sembrava chiusa nel suo convincimento. Avevo l’impressione che non volesse neanche sentirle le mie domande. Mi rispose: “Non mi riguarda quello che succederà al bambino. Per me è un lavoro. Mi danno dei soldi e io li prendo. Fu una risposta che mi impressionò. Questa mancanza di umanità mi ha lasciato senza parole. Ho cominciato a pensarci e sono arrivato alla conclusione che l’utero in affitto è una ulteriore forma di mercificazione della donna, è una offesa alla sua dignità, è un modo di utilizzarla come fosse un oggetto. È giusto che l’Onu condanni per questo che sono contrario.

Alcuni dicono che può essere un atto di suprema generosità fatto da una donna nei confronti di una coppia che non può avere figli.

Quasi tutte le donne che accettano di sottoporsi a una maternità surrogata lo fanno per bisogno economico. Quelle che non chiedono niente in cambio sono rarissime. Purtroppo la povertà, la miseria, il degrado sono condizioni assai diffuse che non sarà certo facile risolvere. Anzi. Il divario tra un numero assai ristretto di ricchi e uno assai largo di poveri sta crescendo. Questo, però, non ci autorizza a dimenticarci che lo sfruttamento dell’essere umano da parte di altri esseri umani sia un atto eticamente inaccettabile. È giusto che l’Onu condanni giusto, quindi, che le Nazioni Unite lo condannino, anche se non potranno eliminarlo.

Trenta anni fa si cominciava solo a parlare di maternità surrogata, oggi esistono agenzie, cliniche e avvocati specializzati, nonché cataloghi, prezzi e regole diversificati perché la pratica si è diffusa in gran parte del mondo.

Allora ricordo che la mia intervista fece uno scalpore enorme. Fui attaccato dall’Avvenire, il quotidiano della CEI, come se, solo parlandone, avessi approvato questa pratica. La Chiesa cattolica di allora non è questa di Papa Bergoglio che tanto sta facendo per modificarla e aprirla alla gente comune. Affrontare un problema per quella Chiesa era comunque dargli notorietà, portarlo alla luce, farlo esistere: alle parole quella Chiesa preferiva il silenzio.

Che risposta offrirebbe a chi vuole un figlio e non può averlo?

L’adozione. L’adozione è un atto di nobiltà d’animo e apertura mentale. Occorre diffonderla, l’adozione. Anche di bambini che non hanno la pelle del nostro colore perché in questa nostra società multiculturale si sentiranno sempre più a loro agio e saranno sempre meno stranieri.

 

Chi ha scritto questo post

Simonetta Robiony

Simonetta Robiony

Faccio la giornalista da quando avevo vent’anni. Ho iniziato a fare giornalini scolastici a tredici. A ventitré ero alla Rizzoli, nella redazione di Annabella, il femminile più aperto all'epoca sulla questione delle donne. Con lo scandalo della p2 e Angelo Rizzoli in galera, sono passata a La Stampa. Quando ho cominciato a lavorare, ho scoperto che le donne erano il 10% della categoria e pochissime potevano arrivare ai vertici, quindi mi sono interessata alla questione femminile. Non ho più smesso, anche se ormai è passato diverso tempo. Uno dei miei valori è la tenacia: ho da oltre 40 anni lo stesso marito, per lunghissimo tempo fuori Roma a far carriera, con cui non condivido quasi niente se non l'affetto, il rispetto per le reciproche diversità e due figli ultraquarantenni, assai cambiati nel tempo.

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