Utero in affitto

Testo Raccomandazione Onu

Sylviane Agacinski, femminista filosofa del collettivo CoRp_Ph. Alessio Vaccaro
Sylviane Agacinski, femminista filosofa del collettivo CoRp_Ph. Alessio Vaccaro
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Di seguito il testo firmato da personalità politiche di diversi schieramenti, femministe, rappresentanti di diversi movimenti e associazioni, costituzionalisti, medici e donne, tante donne ma anche uomini, in occasione dell’incontro internazionale “Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale, dello scorso 23 marzo, alla Sala Regina della Camera dei deputati, per richiedere presso le Nazioni Unite il bando universale della pratica della maternità surrogata. Segue la versione francese. 

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Richiesta di Raccomandazione CEDAW contro la maternità surrogata
Firmatari della richiesta: Beatrice Lorenzin, Anna Finocchiaro, Laurence Dumont, Fabrizia Giuliani, Emilio Arisi, Sylviane Agacinski (CoRP), Silvia Niccolai, Fabio Castriota, Daniela Danna, Susanna Tamaro, Stephanie Thögersen, Sheela Saravanan, Pilar Aguilar Carrasco, Ana-Lu Deram, Brigitte Le Gouis, Michèle Sirois, Lilian Halls-French, Laure Caille, Maria Rosa Biggi, Livia Turco, Crisitina Gramolini, Maria Grazia Colombo, Monica Ricci Sargentini, Clara Jourdan, Irene Corradine, Paulette Janoux-Bouffard, Ana-Lu Deram, Marie Jauffret, Jennifer Lahl, Silvia Costa, Mara Carfagna, Eleonora Cimbro, Milena Santerini, Elena Centemero, Maria Edera Spadoni, Marina Terragni, Rosalia Alocco, Maria Medici, Nicoletta Tiliacos, Marie Cervetti, Marisa Patulli Trythall, Michèle Dayras, Maudy Piot, Rita Cavallari, Annalisa Ciatti, Francesca Izzo, Francesca Marinaro, Licia Conte, Antonella, Roberta Trucco, Cristina Comencini, Crescenzi, Donatina Persichetti, Silvia Pizzoli, Annamaria Riviello, Simonetta Robiony, Cecilia Sabelli, Serena Sapegno e Sara Ventroni, Daniela Pino, Grazia Labate, Marina Pompei, Rosa Dolce, Maria Teresa Scursatone, Manuela Tofanicchio, Letizia Ravoni, Giuseppe Vacca, Maria Giuseppina Faruffini, Paola Tonna, Giuseppe Beato, Cristina Guarnieri, Federica Borrelli, Maria Angela Giorgi Cittadini, Najada Kamba, Eljor Kerciku, Angela Alesbello, Raffaella Santi Casali, Paola Procaccini, Matilde D’Ascanio, etc.

 

Noi firmatari chiediamo alle istanze delle Nazioni Unite preposte al rispetto delle Convenzioni sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione delle donne (CEDAW), sui diritti umani e sui diritti dei bambini, di aprire una procedura volta a raccomandare il divieto della pratica della maternità surrogata in quanto incompatibile con il rispetto dei diritti umani e della dignità delle donne.

In effetti, la Convenzione CEDAW nel suo preambolo accorda un’attenzione particolare all’eliminazione di tutte le barriere economiche, politiche, soprattutto sociali e culturali che impediscono l’uguaglianza tra donne e uomini e riconosce il valore fondamentale dell’uguaglianza tra gli uomini e le donne che appare dunque superiore anche all’autodeterminazione delle differenti culture e al principio del relativismo culturale. Particolarmente cruciale risulta il riferimento alla protezione fisica e psicologica delle donne, in quanto universalmente riconosciuta nella Carta Internazionale dei Diritti dell’Uomo. La Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo ha, in effetti, considerato il principio della difesa della dignità umana un obiettivo primario da perseguire nel quadro della sovranità statale, ma anche nello spazio delle relazioni internazionali, escludendo così la legittimità di ogni pratica di scambio, commerciale o altruista, con oggetto l’essere umano.

La maternità surrogata consiste appunto nella specifica appropriazione delle capacità riproduttive delle donne e, a tale riguardo, è importante prendere atto della realtà di una differenza biologica tra le donne e gli uomini. La maternità surrogata porta ad esercitare un controllo estremamente severo su tutti gli aspetti della loro vita durante la gravidanza e a mettere in pericolo la loro salute fisica e psichica al solo scopo di soddisfare il desiderio di terzi.

A questo riguardo non bisogna lasciarsi ingannare dalla retorica sulla libertà individuale e sul “meraviglioso dono della vita”. La surrogata porta ad una effettiva cosificazione della madre e del bambino dato che crea consapevolmente una situazione di rinuncia e di abbandono. Il desiderio di essere padre o madre non può essere elevato a diritto individuale del committente di disporre del corpo di una donna ed appropriarsi in tal modo della vita di un bambino.

1. La surrogata limita una delle possibilità più rilevanti nate dall’inedito processo storico aperto dalle battaglie delle donne per il pieno godimento della libertà. Qual è, in effetti, una prima, percepibile novità prodotta dall’accesso “collettivo” delle donne alla libera espressione, materiale e culturale, di sé? Che l’intera esistenza umana può innalzarsi alla dimensione della libertà. Non solo quindi la creazione politica o la creazione intellettuale, non solo la creazione manuale o quella spirituale, ma anche la creazione-cura del corpo può finalmente uscire dal cono d’ombra della necessità naturale ed accedere alla libertà. Diventa cioè possibile ridefinire cosa si intende per pienezza umana facendovi rientrare finalmente la maternità. La maternità diviene una scelta legata allo sviluppo dell’intera personalità.

Con la legittimazione della surrogata viene, invece, cancellata proprio questa possibilità: nell’apparente esaltazione del desiderio di generazione la maternità -che è un complesso unitario di desiderio, pensieri ed emozioni insieme a processi chimico-biologici che coinvolgono la donna e il nascituro – viene, invece, scomposta in tanti pezzi distinti uno dall’altro, come se si trattasse di una cosa. La maternità da atto eminentemente umano, espressione altissima della dignità umana femminile, decade a procedimento meccanico, le cui componenti scisse diventano merci da mettere sul mercato.

2. Il termine “gestante per altri” è volutamente riduttivo poiché lascia intendere che la gravidanza possa essere ridotta al funzionamento dell’utero come contenitore per soddisfare il desiderio di altre persone. Lasciando da parte il fatto che la madre “portatrice” mette a disposizione di altri non solo il suo utero ma tutto il suo corpo e la sua psiche per “fabbricare un bambino” destinato ad essere dato via al momento della nascita, vi è qui una contraddizione evidente tra lo sviluppo della ricerca medica che parla dei legami e degli scambi sia biologici che affettivi tra la madre e il feto e l’utilizzazione di una tecnica che li nega. Per legittimare la surrogata si sostiene che questi legami sono insignificanti e possono essere cancellati senza danno per la donna e il bambino. La surrogata mette in pericolo la salute fisica e psichica della donna, visto che nella gravidanza e nel parto possono verificarsi complicazioni con possibili menomazioni o decessi.

3. La pratica della maternità surrogata (detta eufemisticamente “gestazione per altri” o GPA) si risolve in numerosi obblighi e costrizioni che costituiscono autentici attentati alla vita privata e alla autodeterminazione della donna: il suo corpo e la sua salute sono messi a disposizione dei committenti e delle agenzie specializzate. In molti casi la madre “gestante per altri” non viene neppure consultata su decisioni che toccano la sua salute. Nei casi in cui queste decisioni restano formalmente in capo a lei, ne perde di fatto il controllo per le conseguenze economiche previste dal contratto se agisce in contrasto con l’interesse dei committenti. Si è così arrivati a situazioni umanamente drammatiche e giuridicamente inestricabili, di cui la più evidente è quella di una eventuale interruzione di gravidanza imposta da terzi. Nei numerosi paesi dove essa è autorizzata, la decisione dell’interruzione volontaria di gravidanza appartiene solo alla donna incinta. Nella gestazione per altri la madre perde di fatto questa facoltà, che si tratti di una gravidanza che mette in pericolo la propria salute o di una malformazione del feto. Mettere a disposizione di altri il complesso della vita fisica e psichica della madre “portatrice” è un atto di limitazione della libertà delle donne, inaudito dall’abolizione della schiavitù.

4. Contrariamente a quanto è stato detto o scritto, questa pratica è un fenomeno nuovo, favorito dallo sviluppo delle nuove tecnologie della riproduzione. La maternità surrogata non è in se stessa una tecnica di riproduzione, ma una pratica sociale che utilizza tecniche inizialmente create per altri fini ed è favorita dalla rapida crescita di un gigantesco mercato della riproduzione umana che viola la libertà, dignità e integrità fisica delle donne.

Agenzie specializzate reclutano le madri portatrici e organizzano la rete dei committenti a livello internazionale guadagnando somme assai rilevanti. Il mercato è stimato a diversi miliardi di dollari per anno. In alcuni paesi, le madri portatrici sono reclutate tra le popolazioni più povere: in India sono reclutate nei villaggi per essere poi concentrate in cliniche fino alla nascita del bambino, così esse sperano di uscire dalla miseria grazie a un compenso superiore al reddito medio annuale. Negli Stati Uniti, le madri portatrici, per ragioni legate alla minimizzazione dei rischi, non sono reclutate tra le popolazioni più povere ma tra donne della classe media con basso reddito. Sebbene le agenzie cerchino di far credere il contrario , dando grande pubblicità a casi rarissimi, al fondo c’è sempre diseguaglianza di reddito tra committenti e madre portatrice.

5. Legittimare un simile mercato della riproduzione umana sarebbe una sconfitta per le donne e per il Diritto internazionale, specialmente la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione verso le donne (CEDAW).

Inoltre la pratica della GPA contrasta con molti strumenti giuridici internazionali di protezione dei diritti umani. È, innanzitutto, contraria alla Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei riguardi delle donne (CEDAW). In effetti, poiché consiste nell’appropriazione specifica delle capacità riproduttive delle donne, essa è profondamente discriminatoria e contraria all’obiettivo del pieno sviluppo e progresso delle donne verso il pieno godimento dei diritti umani fondamentali previsto dall’articolo 3. È ugualmente contraria all’articolo 6 della Convenzione CEDAW che prevede la repressione del commercio delle donne: sfruttare la fragilità economica e/o sociale di alcune donne per spingerle, in cambio di denaro, a mettere le loro capacità riproduttive al servizio dei più ricchi non è nient’altro che commercio.

È anche contraria alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla schiavitù (articolo 1 che definisce la schiavitù come lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o di alcuni di essi, nel caso in questione l’acquisizione di un diritto d’uso sulla persona e il corpo della donna al fine di appropriarsi del bambino di cui è incinta), la Convenzione internazionale dei diritti del bambino (articolo 7 § 1 sul diritto a conoscere i genitori e di essere allevato da loro, articolo 9 §1 che mira ad evitare che il bambino sia separato dai suoi genitori contro il loro volere e articolo 35 che prevede la lotta contro il rapimento, la vendita o la tratta di minori per qualsiasi scopo e sotto qualsiasi forma), il Protocollo facoltativo alla Convenzione dei diritti dell’infanzia, riguardante la vendita di bambini, la prostituzione minorile e la pornografia avente a oggetto bambini (articolo 2 a) che definisce la vendita di bambini come la consegna a un terzo dietro compenso o vantaggi e articolo 3 che esige il reato penale per la vendita di bambini come per l’ottenimento indebito del consenso all’adozione di un bambino in violazione delle norme giuridiche internazionali in materia di adozione), il Protocollo aggiuntivo alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale volta a prevenire, reprimere e punire la tratta delle persone, in particolare la tratta di donne e bambini (articolo 3 a) che definisce la tratta come il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’alloggiamento o accoglienza di persone soprattutto con l’inganno, l’abuso d’autorità o di una situazione di vulnerabilità per scopi di sfruttamento), la Convenzione relativa all’adozione internazionale (specie l’articolo 4 sull’assenza di accordi prima della nascita e di compensi, come lo spirito generale di questa convenzione), la Convenzione del Consiglio d’Europa in materia di adozione di bambini (articolo 5 sull’assenza di consenso preventivo alla nascita), la Convenzione del Consiglio d’Europa, detta di Varsavia, sulla lotta contro la tratta di esseri umani, la Convenzione del Consiglio d’Europa sui diritti dell’uomo e la biomedicina, detta Convenzione di Oviedo (articolo 21) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che stipulano che “Il corpo umano e le sue parti non devono essere, in quanto tali, fonte di profitto”.

6. È importante a questo proposito ricordare le recenti prese di posizione contrarie al riconoscimento e alla regolamentazione della maternità surrogata da parte di istituzioni regionali come il Parlamento europeo e l’Assemblea del Consiglio d’Europa. E’ importante anche ricordare le indicazioni contrarie contenute nelle conclusioni della Commissione di inchiesta governativa in Svezia e anche le azioni di protezione nazionale che sono state stabilite o stanno per esserlo in India, Cambogia, Tailandia, Tibet dinanzi al pericolo di essere classificati, nel quadro di una nuova ripartizione internazionale della riproduzione umana operata dal mercato, come “paesi riserva di uteri o paesi riproduttori”.

7. Noi viviamo in un sistema mondiale dove il divieto esistente in alcuni paesi è praticamente cancellato dal semplice fatto che i loro cittadini, spesso contattati dalle agenzie delle madri portatrici, si recano all’estero per aggirare la legislazione nazionale. Spesso le giurisdizioni nazionali, quando sono coinvolte, ignorando l’esistenza di una madre portatrice, si adeguano alla situazione di fatto e la ratificano.

8. È dunque necessario coinvolgere le agenzie dell’ONU per creare sul piano internazionale le condizioni per l’abolizione della maternità surrogata. In questa prospettiva è urgente adottare, nel quadro della CEDAW, una raccomandazione contro la maternità surrogata sul modello di quella adottata per combattere la pratica delle mutilazioni genitali femminili.

Questa opzione tende a raccogliere il più largo consenso nel percorso che mira alla sua abolizione universale.

Per rendere pienamente efficace la lotta contro questa pratica, converrà anche prevedere accordi internazionali al fine di scoraggiare lo spostamento di cittadini da stati in cui la maternità surrogata è illegale verso gli stati che la consentano e organizzare sistemi di repressione dell’attività di intermediazione.                              

Inoltre per i casi esistenti sarebbe importante mettere a punto una procedura di riconoscimento del neonato conforme alle regole sui diritti del bambino, in particolare dell’articolo 7 §1 della Convenzione dei diritti del bambino che deve essere letto come quello che dà a quest’ultimo il diritto di conoscere la madre che l’ha messo al mondo dopo averlo portato in grembo per nove mesi e, nella misura del possibile, di essere allevato da lei.

 


Demande de Recommandation du CEDAW contre la maternitè de substitution
Les Signataires de la proposition: associations et personnalités.

 

Nous demandons aux instances des Nations Unies œuvrant pour le respect des Conventions sur l’élimination de toutes les formes de discrimination à l’égard des femmes (CEDAW), sur les droits humains et de l’enfant, d’ouvrir une procédure visant à recommander l’interdiction de la pratique de la maternité de substitution en raison de son incompatibilité avec le respect des droits humains et de la dignité des femmes.

En effet la Convention CEDAW dans son préambule, accorde une attention particulière à l’élimination de toutes les barrières économiques, politiques, sociales et culturelles qui empêchent l’égalité entre les femmes et les hommes et reconnaît l’égalité entre les femmes et les hommes comme une valeur fondamentale, et donc supérieure, même à l’autodétermination des différentes cultures et au principe du relativisme culturel.

De façon particulièrement cruciale, la Convention CEDAW fait référence à la protection physique et psychologique des femmes, comme universellement reconnu dans la Charte Internationale des Droits humains. La Déclaration universelle des droits humains a posé, en effet, le principe de la défense de la dignité humaine comme un objectif premier qui doit être poursuivi dans le cadre de la souveraineté des Etats, mais aussi dans l’espace des relations internationales, excluant ainsi la légitimité de toute pratique d’échange, commerciale ou altruiste, ayant pour objet l’être humain.  

Or la pratique de la maternité de substitution consiste précisément à s’approprier les capacités reproductives des femmes. Il est important de reconnaître ici la réalité d’une différence biologique entre les femmes et les hommes. La maternité de substitution conduit à mettre en œuvre un contrôle extrêmement poussé sur tous les aspects de leur vie durant la grossesse et à mettre en danger leur santé physique e psychique pour satisfaire le désir de tiers.

A cet égard, il ne faut pas se laisser tromper par la rhétorique sur la liberté individuelle et le “merveilleux don de la vie”. La gestation pour autrui aboutit en realité à une véritable réification de la mère et de l’enfant étant donné qu’elle crée volontairement une situation de renoncement et abandon. Le désir d’être père ou mère ne peut pas être élevé au rang de droit individuel de commanditaires à disposer du corps d’une femme et à s’approprier la vie d’un enfant.

1.La gestation pour autrui restreint l’une des possibilités les plus importantes ouvertes avec le processus historique qui conduit le genre humain féminin à la pleine jouissance de la liberté. Quelle est, en effet, l’une des premières, nouveautés, avec l’accès “collectif” des femmes à la liberté d’expression matérielle et culturelle? C’est que l’ensemble de l’existence humaine peut avoir accès à la liberté. Donc non seulement l’engagement politique ou la création intellectuelle, non seulement l’activité manuelle ou spirituelle, la création artistique, mais aussi l’accomplissement du corps qui enfin peut sortir de l’ombre des nécessités naturelles et accéder à la liberté. C’est à dire qu’il devient possible de redéfinir ce que l’on entend par plénitude humaine en y faisant rentrer la maternité. La maternité devient un choix, en lien avec l’épanouissement personnel.

Avec la gestation pour autrui c’est précisément cette possibilité qui est remise en cause: dans l’exaltation apparente de la volonté, du désir de reproduction, la maternité – qui avec les processus chimiques et biologiques, impliquant femme et enfant à naître, forme une unité de désir, de pensées et d’émotions – est brisée en plusieurs morceaux, comme s’il s’agissait d’une chose. C’est ainsi que la maternité, au lieu d’un acte éminemment humain, expression très élevée de la dignité des femmes, devient un processus mécanique dont les composantes fractionnées deviennent des produits à mettre sur le marché.

2.Le terme “gestatrice pour autrui” est volontairement réducteur parce qu’il laisse entendre que la grossesse peut être réduite au fonctionnement de l’utérus comme lieu de “portage” pour satisfaire le désir d’autres personnes. Laissant ainsi de côté le fait que la mère porteuse met non seulement son utérus, mais tout son corps, ainsi que son psychisme à disposition d’autrui pour “fabriquer un enfant” destiné à être remis à la naissance. Il y a ici une contradiction évidente entre d’une part les progrès de la médecine, qui ont mis en évidence l’importance des liens et des échanges tant biologique qu’affectifs qui se créent entre la mère et l’enfant avant l’accouchement, et d’autre part l’utilisation de nouvelles techniques de la reproduction par certains qui, pour légitimer la maternité de substitution, affirment que ces liens sont insignifiants et peuvent être niés sans dommages pour la femme et l’enfant.

La gestation pour autrui met en danger la santé physique et psychique de la femme étant donné que la grossesse et l’accouchement peuvent donner lieu à des complications pouvant dans certains cas entraîner handicap ou décès.

3. La pratique de la maternité de substitution (dite par euphémisme “gestation pour autrui” ou “GPA” ou encore “mères porteuses”) se traduit par un grand nombre d’obligations et contraintes qui sont autant d’atteintes à la vie privée et à l’autodétermination de la femme: il y a mise à disposition de son corps et de sa santé au profit des commanditaires et des agences spécialisés. Dans beaucoup de cas la mère porteuse n’est même pas consultée sur les décisions touchant à sa santé. Dans les cas où ces décisions lui appartiennent selon la loi, elle en perd la maîtrise dans les faits compte tenu notamment des implications financières prévues pour elle par le contrat si elle va contre l’intérêt des commanditaires. L’on arrive ainsi à des situations humainement dramatiques et juridiquement inextricables, dont la plus évidente est celle d’une éventuelle interruption de grossesse imposée par des tiers. Dans les nombreux pays où elle est autorisée, la décision de l’interruption volontaire de grossesse appartient en propre à la femme enceinte. Dans la gestation pour autrui la mère porteuse perd de fait cette faculté, qu’il s’agisse d’une grossesse mettant en danger sa propre santé ou d’une malformation du fœtus. La mise a disposition d’autrui de l’ensemble de la vie physique et psychique de la mère “porteuse” est ainsi une main mise sur la liberté des femmes inédite depuis l’abolition de l’esclavage.

4.Contrairement à ce qui est dit ou écrit, cette pratique est un phénomène nouveau, né à la faveur du développement des nouvelles technologies de la reproduction.

La maternité de substitution n’est cependant pas en elle-même une technique de reproduction, mais une pratique sociale qui utilise des techniques initialement créées à d’autres fins et est favorisée par l’essor d’un gigantesque marché de la reproduction humaine qui porte atteinte à la liberté, dignité et intégrité physique des femmes.

Des agences spécialisées recrutent des mères porteuses, organisent le réseau des commanditaires à un niveau international et touchent des sommes très importantes. Le marché est estimé à plusieurs milliards de dollars par an.

Dans certains pays, les mères porteuses sont recrutées parmi les populations les plus pauvres: en Inde, elles sont recrutées dans les villages, puis concentrées dans des cliniques jusqu’à la naissance, en espérant sortir de la misère grâce à une rémunération supérieure au revenu annuel moyen. Aux Etats-Unis, les mères porteuses, pour des raisons qui ont largement trait à des problématiques de minimisation des risques, ne sont pas recrutées parmi les populations les plus pauvres, mais parmi des femmes aux revenus modestes de la classe moyenne. Bien que les agences cherchent à faire croire le contraire, en mettant en avant des rarissimes exemples, au fond il y a toujours inégalité de revenus entre les commanditaires et la mère porteuse.

5. Légitimer un tel marché de la reproduction humaine serait une défaite pour les femmes et le Droit International, notamment la Convention sur l’élimination de toutes les formes de discrimination à l’égard des femmes (CEDAW).

En effet la pratique de la gestation pour autrui est directement contraire à plusieurs instruments internationaux de protection des droits humains.

Elle est d’abord contraire à la Convention sur l’élimination de toutes les formes de discrimination à l’égard de la femme (CEDAW). En effet, consistant à s’approprier de manière spécifique les capacités reproductives des femmes, elle est profondément discriminatoire et contraire à l’objectif de plein développement et de progrès des femmes vers la pleine jouissance des droits humains fondamentaux prévu par son article 3. Elle est également contraire à l’article 6 de la Convention CEDAW qui prévoit la répression du trafic des femmes: exploiter la fragilité économique et/ou sociale de certaines femmes pour les pousser contre rémunération, à mettre leurs capacités reproductives au service des plus riches n’est en effet rien d’autre que du trafic.

Elle est également contraire à la Convention des Nations Unies relative à l’esclavage (article 1er qui définit l’esclavage come l’état ou condition d’un individu sur lequel s’exercent les attributs du droits de propriété ou certains d’entre eux, en l’occurrence l’acquisition d’un droit d’usage sur la personne et le corps de la femme afin de s’approprier l’enfant qu’elle porte), la Convention internationales des droits de l’enfant (article 7 § 1 sur le droit de connaître ses parents et d’être élevés par eux, article 9 § 1 visant à éviter que l’enfant soient séparés de ses parents contre leur gré et article 35 prévoyant la lutte contre l’enlèvement, la vente ou la traite d’enfants à quelque fin que ce soit et sous quelque forme que ce soit), le Protocole facultatif à la Convention relative aux droits de l’enfant, concernant la vente d’enfants, la prostitution des enfants et la pornographie mettant en scène des enfants (article 2 a) définissant la vente d’enfant comme la remise d’un enfant à autrui contre rémunération ou avantage et article 3 exigeant la pénalisation de la vente d’enfants ainsi que fait d’obtenir indûment, en tant qu’intermédiaire, le consentement à l’adoption d’un enfant, en violation des instruments juridiques internationaux relatifs à l’adoption), le protocole additionnel à la convention des Nations Unies contre la criminalité transnationale organisée visant à prévenir, réprimer et punir la traite des personnes, en particulier la traite des femmes et des enfants (article 3 a) définissant la traite comme le recrutement, le transport, le transfert, l’hébergement ou l’accueil de personnes notamment par tromperie, abus d’autorité ou d’une situation de vulnérabilité, à des fins d’exploitation), la Convention relative à l’adoption internationale (notamment article 4 sur l’absence d’arrangement avant la naissance et de contrepartie, ainsi que l’esprit d’ensemble de cette Convention), la Convention du Conseil de l’Europe en matière d’adoption des enfants (article 5 absence de consentement préalable à la naissance), la Convention du Conseil de l’Europe dite de Varsovie sur la lutte contre la traite des êtres humains, la Convention du Conseil de l’Europe sur les droits de l’homme et la biomédecine, dite Convention d’Oviedo (article 21) et La Charte des droits fondamentaux de l’Union européenne qui stipulent que “Le corps humain et ses parties ne doivent pas être, en tant que tels, source de profit”.

6. Il est important à ce propos de rappeler les récentes prises de position contraires à la reconnaissance mutuelle et à la régulation de la maternité de substitution de la part d’Institutions régionales comme le Parlement européen et l’Assemblée du Conseil d’Europe. Il est important aussi de rappeler les instructions contraires contenues dans les conclusions de la Commission d’enquête gouvernementale en Suède et aussi les actions de protection nationale qui ont été établies ou sont en train d’être établies en Inde, au Cambodge, en Thaïlande, au Tibet, face au réel danger pour ces pays de devenir, dans une vision qui a comme objectif une nouvelle répartition internationale de la reproduction humaine par le marché, des “pays réserves d’utérus ou pays reproducteurs ”.

7. Nous vivons dans un système mondial où l’interdiction existante dans les pays est pratiquement effacée par le simple fait que les ressortissants de ces pays, bien souvent recrutés par les agences de mères porteuses, se rendent à l’étranger pour contourner la législation interne. Souvent les juridictions nationales, lorsqu’elles sont saisies, en ignorant l’existence d’une mère porteuse, s’adaptent à la situation et la ratifient.

8. Il convient donc d’agir au niveau de l’ONU pour créer sur le plan international les conditions de l’abolition de la gestation pour autrui.

Dans cette perspective il est urgent d’adopter, dans le cadre de la CEDAW, une recommandation contre la gestation pour autrui, sur le modèle de celle adoptée pour combattre la pratique des mutilations des génitaux féminins. Cette option sert à recueillir le plus large assentiment dans le chemin qui vise à son abolition universelle.

Pour rendre pleinement efficace ce parcours, il conviendra également de prévoir des stipulations internationales afin de décourager le déplacement de ressortissants de pays où une telle pratique est interdite vers les pays où elle est prévue et aussi d’organiser un système de répression de l’activité d’intermédiaire.

En outre pour les cas existants il serait important de mettre au point une procédure de reconnaissance du nouveau-né ou de la nouvelle-née conforme aux règles sur les droits de l’enfant, notamment de l’article 7 § 1 de la Convention des droits de l’enfant, qui doit être lu comme donnant à ce dernier le droit de connaître la mère qui l’a mis au monde après l’avoir porté durant neuf mois et dans la mesure du possible d’être élevée par elle.

 


 

 

 

 

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Siamo donne diverse per età, vita professionale e storie politiche. Molte di noi hanno fondato il grande movimento nato il 13 febbraio 2011 da un appello che si concludeva con le parole Se Non Ora Quando? Che libertà è il luogo dal quale lanciare alla società, alla politica e alla cultura la nostra nuova proposta: RIPRENDIAMOCI LA MATERNITÀ!

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