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Pochi punti, molte differenze

Anna Belozorovitch
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Gli elenchi sono caratterizzanti dell’odierna comunicazione di massa. In rete ne troviamo e ne sfogliamo a centinaia, per ogni scopo e argomento; riguardano categorie “umane” e qualche volta ci divertono. Si considera di uscire con una mamma single? Bisogna mettere in conto un «impasto ormonale di dubbia resistenza». Frequentare una ragazza alta? Sarà facile individuarla in mezzo alla folla. Buoni motivi per scegliere una compagna curvy? Sarà più «accogliente» e sensuale e puoi «usare la sua scollatura come porta-oggetti». Non ne sono esenti nemmeno gli uomini. Vanity Fair propone sedici motivi per cui uscire con un uomo con la barba, «che fa subito uomo virile». Cosmopolitan ricorda che tra i vantaggi di frequentare un ragazzo più giovane c’è la sua prontezza a soddisfare sessualmente la compagna. Ma anche uscire con un uomo più grande può avere i suoi vantaggi: non è disturbato dall’assenza di depilazione.Con un uomo panciuto, invece, ci si può rilassare e non pensare alla forma.

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E se finora abbiamo nominato caratteristiche trasversali, non mancano elenchi che si concentrano su etnie, appartenenze religiose, provenienze geografiche. Possono essere apertamente giocosi, ma anche informativi. Cercando in rete, è possibile scoprire che cosa cerchino gli uomini musulmani in una donna da sposare. Ma anche, in maniera meno seria e rispondendo a una fantasia diffusa, che cosa ci si deve aspettare nel frequentare una ragazza “asiatica”. Infine, non mancano, in ogni lingua e sfumatura, elenchi che caratterizzano i bisogni e le qualità delle donne provenienti dai paesi dell’Europa dell’Est in tema di relazioni sentimentali. Tra questi, alcuni provengono, per così dire, dall’interno. Una pagina come Russia Beyond The Headlines, ad esempio, spiega che nell’uscire con una ragazza russa bisogna assolutamente pagare il conto, aprire porte e portiere, regalare fiori.[10] Il tono è simpatico, ma lo scopo è rendere un servizio classificando alcune differenze culturali. E ciò, perché esistono.

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Evitando ora di riferirmi a un generico Est, e concentrandomi sul paese appena nominato e che mi è più vicino, non posso non pensare all’idea, diffusa e per niente tabù, che una donna debba desiderare il matrimonio, possibilmente non troppo tardivo ed economicamente vantaggioso. La filmografia russa, e ancora sovietica, pullula di trame in cui per la protagonista femminile il matrimonio rappresenta un obiettivo assoluto, ostacolato solo dall’incapacità di presentarsi in maniera attraente, dalla sua dedizione verso il lavoro e, talvolta, dal suo grado di istruzione che può intimidire o annoiare il possibile futuro compagno. Ma anche oggi giorno, talk show, video su YouTube, articoli di intrattenimento, discussioni su forum di lingua russa raccontano dell’importanza, per una donna, di sposarsi e restare sposata. Tutto questo andrebbe contestualizzato in una società in cui storicamente il divorzio – a differenza di molti Paesi occidentali – è stato accessibile e facile da sempre e dove è anche molto frequente; ma anche in un momento in cui a un’opposizione di tipo politico, durata per gli ultimi decenni del Novecento, si è sostituita una nuova opposizione di tipo culturale.

Non è per nulla raro trovare, tra i commenti lasciati da utilizzatori di forum e siti di intrattenimento, l’accusa di essere troppo occidentale e/o europeo a chi difende posizioni femministe, ma anche a chi, in maniera più debole, si oppone all’idea che gli uomini debbano restare uomini e le donne “ancora” donne. Nelle pagine in cui si discute delle relazioni, del matrimonio, della famiglia, sono assolutamente attuali la questioni su come spingere un uomo all’agognata proposta, se la donna debba lavorare o crescere i figli e dedicarsi alla casa, quali siano le sue responsabilità nel mantenere saldo il matrimonio.

A un post pubblicato su Facebook, di quelli che offrono massime sulla vita in chiave pseudo-psicologica, che suggerisce di “lasciar andare” chi non ci accompagna nelle nostre aspirazioni, chi non porta allegria alle nostre giornate, molti commenti sono nostalgici di un passato non troppo distante in cui pure gli oggetti si riparavano, invece che venire buttati. Il messaggio del video, per qualcuno, è di distruggere le unioni tanto sudate. Un’utente sostiene che il post sia stato scritto da «qualche femminista», alla quale non importa di costruire una vera famiglia. E qualcun altro, ancora, accusa: «Questo è un modo molto europeo di vedere le cose: nessuna responsabilità». Altri, invece, notano che «[in Russia], oggi giorno, è molto forte la pressione sociale» a favore del matrimonio e che le persone – ad esempio gli utenti indignati sopra citati – sono propense a sopportare qualsiasi cosa pur di corrispondere alle aspettative altrui.

Nelle riviste femminili online, non sono pochi i consigli per diventare una donna “da sposare”. Marie Claire elenca le condizioni secondo le quali si è «moglie ideale di un uomo moderno», come «non entrare mai in concorrenza con lui», «ridere delle sue battute», «sostenerlo come se fosse un bambino», «contenerlo come se fosse un bambino», ma anche, al momento opportuno, «fingersi debole». Cosmopolitan aiuta completare l’immagine della moglie ideale con le opinioni di alcuni uomini “comuni”. Queste formule non sarebbero molto diverse da quelle che troviamo su analoghe pagine italiane, se non per il fatto che le ultime si concentrano in modo più generico sull’immagine femminile, mentre le prime hanno al centro quella donna che è destinata ad acquisire lo status ambito di consorte.

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E se molti punti – quali l’aspetto fisico, l’amorevolezza, la capacità di creare un ambiente accogliente – possono coincidere, differiscono significativamente le aspettative riguardo ai ruoli occupati nella coppia. Non è tabù, come, credo, lo sarebbe in Italia, la seguente riflessione di uno degli uomini intervistati per Cosmopolitan: «La cosa che più apprezzo in una donna è la sua accettazione del patriarcato. Non intendo semplicemente dire che l’uomo comanda, parlo di responsabilità. L’uomo deve farsi carico di tutto. Certo, voglio avere accanto una donna attraente, che si prende cura del proprio aspetto e della salute. […] [Ma parlo anche] della capacità di una donna di motivare il proprio uomo a cacciare “mammut”. Per una donna così, viene voglia di vivere e gettarle ai piedi le pellicce degli animali migliori».

Ovunque nel mondo esistono diverse culture di rapporti di coppia, che si traducono in diversi modi di comportarsi (idealmente) con il proprio compagno. E ovunque esistono i luoghi comuni, le generalizzazioni e gli stereotipi: costruiti da elementi di verità, elementi di elaborazione, elementi di fantasia che sembrano completare in modo desiderabile il tutto. In una gran parte di casi, individuare uno stereotipo all’interno di un discorso è possibile.

Parlare seriamente delle differenze, invece, è sempre difficile e, a seconda del luogo in cui il discorso si produce, ciò può avvenire in modo più o meno superficiale, più o meno equilibrato. Quello che è avvenuto nel programma condotto da Paola Perego avrebbe potuto essere una parte di una discussione valida: sono stati raccolti luoghi comuni dell’immaginario collettivo di una parte degli italiani, ne è stata fatta una discussione pubblica. È mancata la diversità di voci. Ed è mancata la decostruzione, la messa in dubbio, la contestualizzazione. La formulazione sarebbe potuta essere: “molti uomini italiani sono motivati dall’incontro con una donna proveniente da [area geografica] per l’idea diffusa che…”. E ciò avrebbe reso il discorso molto meno scandaloso, soprattutto perché collocato in un programma pomeridiano, per definizione leggero.

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Eppure non sembra bastare: l’immagine prodotta dai sei punti elencati contiene qualcosa di profondamente sgradevole, nonostante ogni tentativo di osservarla con sobrietà. Il ritratto abbozzato parla di una diversità vicina, simile, direi persino famigliare. I valori che traspaiono da quel ritratto risultano facilmente riconoscibili al pubblico italiano, forse fin troppo. Al centro vi sono le donne e il loro modo di muoversi in ambiti universali quali la relazione e la sessualità. Il movimento rappresentato può (forse?) essere diverso, ma a raccontarlo vi è una scala di valori condivisa.

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I sei punti non dicono nulla di nuovo (forse proprio nulla) delle cosiddette donne dell’Est; raccontano invece molto della società che ci circonda, del vissuto delle donne in generale, di problemi irrisolti, di idee a fatica rifiutate. Ed è proprio quel linguaggio, quelle scelte lessicali che parlano di concorrenza e ricordano la compravendita, a corrompere i confini tra categoria osservata – vera o inventata che sia – e lo sguardo che osserva. Ed è forse il senso di impotenza di fronte a questo tipo di linguaggio a generare disagio. Forse a risultare insopportabile è la sensazione – corretta – che, nel trattare così grossolanamente una parte, tale linguaggio assegna un posto a tutte le altre.

 

 

Chi ha scritto questo post

Anna Belozorovitch

Anna Belozorovitch

Nata a Mosca, vivo in Italia dal 2004. Laureata in Mediazione linguistica e culturale, mi sono specializzata (in momenti diversi!) in Criminologia e Cooperazione internazionale, con un Master in Diritti umani, migrazioni, sviluppo. Ho da poco concluso un dottorato in Studi interculturali all'Università 'Sapienza' di Roma con una tesi sulla scrittura di autrici migranti provenienti dall'Europa centro-orientale e la violenza nei testi letterari. Da sempre scrivo, e dal 2005 ho pubblicato diverse raccolte di poesia e testi in prosa. Collaboro con Versante Ripido, rivista online dedicata alla poesia per la quale intervisto poeti dal mondo, e faccio parte della Compagnia delle poete.

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