Parliamone

Iene? Il nuovo non abita qui

Silvia Pizzoli
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…una idea di progresso vecchia almeno di cent’anni, un’idea che cancella le battaglie politiche femministe, le battaglie fatte per i diritti dei bambini, i diritti umani e universali.

 

Lo ammetto, la mia prima reazione alla visione della puntata de Le Iene “Madri surrogate: contro natura o progresso?” è stata di rabbia. Rabbia perché non riesco a veder rappresentato il pensiero di chi è contrario alla pratica dell’utero in affitto, o della Gestazione per Altri, come il “politically correct” vuole che si dica. Eppure c’è un movimento ampio e trasversale, di persone giovani e meno, laiche e non, omosessuali ed eterosessuali che hanno fatto e continuano a fare riflessioni profonde in proposito, riflessioni che vanno oltre la semplice riduzione dell’argomento ai binomi “vecchio/nuovo – natura/cultura”, categorie che banalizzano e che proprio non bastano a spiegare la questione. 

Di fronte a pratiche, che come si mostra nel servizio, nei paesi occidentali sfiorano i limiti dell’eugenetica non si può rispondere che è “normale desiderare il bello” e che ciò sarebbe grave solo se vivessimo in una società in cui non ci fosse spazio per il meno bello o il non “perfetto”; non si può rispondere così semplicemente perché in questo modo si cancella o si fa finta di non vedere l’altra parte della realtà, della società; quella realtà che può imporre alla madre surrogata l’aborto se il feto, per un mero imprevisto della tecnica, riscontrasse una qualche grave malattia (difetto di fabbricazione?!), quella stessa società in cui l’idea di bellezza, di perfezione artificiale, di performance, sta prendendo così tanto piede da rifiutare l’idea di vecchiaia, di malattia o disabilità… (e forse il fatto che di fronte a infermità invalidanti o disabilità gravi si concepisca l’idea del suicidio assistito un po’ ci mostra che qualche “difficoltà” all’accettazione del “non perfetto” questa nostra società ce l’ha!!)

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Pensare che una donna possa ritornare ad essere un “forno” che è bello “perché sta in cucina”, che dei bambini possano essere venduti o “offerti come torte” – perché di mercato si tratta e non di “dono”- con tanto di dinamiche di delocalizzazione che ci dicono quanto costano le diverse fette di queste torte nel mondo – e che dei signori possano lucrare con la genetica è una idea di progresso vecchia almeno di cent’anni, un’idea che cancella le battaglie politiche femministe, le battaglie fatte per i diritti dei bambini, i diritti umani e universali.

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Sheela Saravanan, ricercatrice associata all’Istituto Sud Asia dell’Università di Heidelberg (ph. Eljor Kerciku)

 

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Stephanie Thogersen, della Swedish Women’s Lobby (ph. Eljor Kerciku)

Concludere il servizio poi, rivolgendosi al fronte dei contrari a questa pratica come a dei reazionari bigotti, limitati e un po’ superficiali è scegliere di non vedere o non voler raccontare un pezzo importante di questa storia, fatta, lo ripeto, di donne e uomini, eterosessuali e omossessuali, laici e non, che pacatamente ma con decisione scelgono di mettere la persona nella sua soggettività al centro delle proprie riflessioni politiche (e non l’uomo-oggetto alla mercè di tecnica e mercato).

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Aurelio Mancuso, della rete per i diritti civili Equality Italia (ph. Eljor Kerciku)

 

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Sylviane Agacinski, filosofa femminista del collettivo di Le CoRP (ph. Eljor Kerciku)

 

Chi ha scritto questo post

Silvia Pizzoli

Silvia Pizzoli

Nata a Roma. Studentessa, commessa, receptionist e oggi segretaria. Il 13 febbraio 2011, a pochi giorni dalla laurea, ero in Piazza del Popolo a manifestare per il rispetto della dignità delle donne. Alla soglia dei trent’anni le domande che da qualche anno ormai mi ronzavano nella testa hanno cominciato a farsi sentire di più. È passato un po’ e ancora non ho trovato tutte le risposte che cercavo, così ho deciso di ripartire da un aspetto determinante e imprescindibile: il mio essere donna nella relazione con l’altro e la società. Di qui l'incontro con Libere; è venuto il momento di impegnarmi perché mi sono convinta che la società civile non possa più restare silenziosa di fronte ai cambiamenti che la investono.

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